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Coloro cui sfugge completamente l'idea che è possibile aver torto non possono imparare nulla, tranne la tecnica. (Gregory Bateson)
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Il Pensiero è libero: gli scambi informativi nel cervello umano equivalgono a Rizomi cerebrali e quantistici: essi sono una proprietà emergente dell'universo
TEORIE > CONCETTI > QUANTISTICA2
Scopo di questa pagina
Come si è evoluto il pensiero umano? Sappiamo che il pensiero è prevalentemente inconscio, il pensiero razionale si è sviluppato successivamente per rispondere alle esigenze dell'ambiente. La capacità inferenziale inconscia, in tempi molto antichi non databili, ha prodotto l'abduzione. Invece quella conscia ha prodotto con Aristotele, nel IV secolo a.C., induzione e deduzione. L'essere umano continua però ad usare inconsciamente l'abduzione, che, non a caso, è definita come "l'inferenza quotidiana" perché la usiamo varie volte al giorno (costituisce probabilmente più del 99%, ma ognuno può fare una stima della propria, della nostra attività di pensiero), per "ragionare" e per esprimere le nostre opinioni nel corso di una conversazione: essa è semplice, immediata, frugale e raramente sbagliata. Quasi tutta la vita umana si basa, ancora oggi sull'abduzione, cioè sulla capacità di fare spontaneamente ipotesi sulle situazioni della propria vita. Invece la capacità di pensiero umano è stata ereditata dalle piante, appartiene alla branca rizomatica e costituisce quasi una legge universale che si estende all'evoluzione dell'intero universo. Di questa scrive la scenografa Nera Prota nell'introdurre un laboratorio transdisciplinare sui rizomi nel 2022: "Nel paesaggio delle discipline vi sono immensi alberi a fusto largo, alti e con tante diramazioni che continuano a suddividersi fino alle foglie e ai frutti della conoscenza. Nella penombra di questa boscaglia vivono piante selvatiche, funghi, licheni con la terra e il suo humus. Sotto si ramificano le radici e intorno ad esse, spesso invisibili, si intrecciano i filamenti dei bulbi dando vita ad un universo rizomatico che silenziosamente invade tutto il perimetro del bosco. E' l'immagine che apre ai 'Mille piani' di Gilles Deleuze e Félix Guattari a sollecitare l'idea che essere rizomorfo vuol dire produrre steli e filamenti che sembrano radici, o meglio ancora si connettono con esse, penetrano nel tronco, a rischio di servirsene per nuovi strani usi. Siamo stanchi dell'albero. Lì sotto vi sono collegamenti tra le discipline, domande di ricerca, spunti per le interconnessioni, la complessità delle idee. Sotto la terra umida del bosco, questa fitta rete di terminazioni può mettere in dialogo le discipline tra di esse ed è lì che abbiamo operato in questo laboratorio sperimentale." L'artista filmmaker Stefania Carbonara scrive: "La caratteristica del rizoma che ha portato ad utilizzarlo metaforicamente per concetti filosofici, sociali e culturali è proprio questa sua capacità di sviluppare autonomamente delle nuove piante in condizioni talvolta difficoltose. Il rizoma visto metaforicamente è un anti-radice, un anti-albero, che collega un punto qualsiasi ad un altro, ciascuno dei suoi tratti non rimanda obbligatoriamente a tratti dello stesso genere. A differenza del paradigma ad albero, il rizoma non si riconduce né all’uno né al molteplice. Nel sistema ad albero vi è un centro stabile e un ordine preordinato di significati disposti in modo lineare. Il rizoma è invece un sistema senza centro, non gerarchico, decentrato, reticolare e non sequenziale; e delinea una modalità di pensare la superficie in maniera alternativa rispetto alla metafisica del fondo. Il rizoma si è rilevato un sistema adatto per definire gli spazi connettivi della rete Internet proprio per questa sua struttura reticolare. Questo costituisce la possibilità di fuga in una struttura arboriforme. Se il sistema ad albero impone la metafisica e il verbo essere, alla base delle tipologie di pensiero occidentale, il rizoma ha come tessuto connettivo la congiunzione molteplice: “e…e…e”. [questa è proprio la caratteristica fondamentale della fisica quantistica] È quindi usato per esprimere la complessità di un fenomeno e per unire dei concetti anche molto lontani, ma tali per cui noi possiamo trovarci delle relazioni logiche. Questi concetti vengono trattati nel libro Millepiani, pubblicato nel 1980, da Deleuze e Guattari. È il secondo dei due volumi L’anti-edipo e Capitalismo e schizofrenia. I piani teorici dei due francesi proiettano l’uomo in una realtà virtuale, dove la fuga dal dualismo risiede nella linea tra due o più termini e non da-a. L’obiettivo del rizoma è la teoria della molteplicità, dove le nozioni sono sparse in una rete capace di raggiungere possibili mutazioni. L’opinione dei due pensatori francesi, è una visione completamente vitalistica e liberatoria. Introducendo la figura del rizoma, i due autori delineano una modalità di pensiero che si pone alternativamente rispetto alla metafisica classica. Partendo dalla critica di Nietzsche sulla Morte di Dio, essi scartano la credibilità della verticalità trascendentale che reintroduce un Dio come autore del pensare, ma approvano una immanenza assoluta che rappresenta la vita come un corpo pieno. Questo pensiero deriva dalla convinzione che la vita non ha più bisogno di una forma di riempimento dall’alto, in quanto è abitata da singolarità ed eventi molteplici, esclude dunque una visione al di fuori della filosofia ed è inoltre una visione moderna molto aperta." Wikipedia definisce così il pensiero (al 26/2/2026): "Il pensiero è l'attività della mente, un processo che si esplica nella formazione delle idee, dei concetti, della coscienza, dell'immaginazione, dei desideri, della critica, del giudizio, e di ogni raffigurazione del mondo; può essere sia conscio che inconscio."
Altan
Due modello di pensiero a confronto
  1. Modello arborescente della classicità: (Hans Goebi vedi bibliografia)
  2. Modello rizomatico della quantistica: Il pensiero rizomatico: una metafora introdotta da Deleuze e Guattari. Pensiero non lineare e acentrico per comprendere sistemi complessi e superare le logiche gerarchiche.
Punto chiave di questa pagina
COS'E' IL CICLO INFERENZIALE: Il ciclo inferenziale è un processo di ragionamento che consente all'uomo di giungere a una spiegazione logica dei fenomeni osservati. Il ciclo inferenziale è iterativo, si ripete più volte per aumentare la probabilità che la legge sia effettivamente in grado di spiegare i fenomeni e sia corretta. Il ciclo inferenziale del ragionamento umano segue un determinato ordine di inferenze. Il punto di conclusione di ogni fase inferenziale coincide con il punto di inizio della fase successiva.

  • Fase di abduzione ( ipotesi ). L'uomo osserva i fatti dalla realtà ( conclusioni ) e formula un'ipotesi sulle relazioni implicative ( legge ) al fine di individuare le premesse del fenomeno osservato. In questa fase l'uomo fornisce una possibile spiegazione a ciò che osserva. L'abduzione è una forma di ragionamento tipica del ragionamento quotidiano. Nella vita di tutti i giorni l'uomo cerca una spiegazione agli eventi intorno a sé, ma non ha tempo di verificare la loro correttezza. È quindi indotto a giungere a conclusioni rapide senza verificare che siano giuste. Ad esempio, "questi fagioli sono bianchi" (conseguente) e "tutti i fagioli del sacco sono bianchi" (regola ipotetica) conducono a pensare che "questi fagioli provengono probabilmente dal sacco" (premessa).
  • Fase di deduzione ( tesi ). A partire dalla relazione implicativa ipotetica ( regola ) e dalle premesse osservate, l'uomo formula una previsione sui fatti futuri ( conclusioni o conseguenti ). In questa fase l'uomo trae le conseguenze logiche per deduzione dalle ipotesi ( premesse + legge ). È la seconda fase del ragionamento scientifico. Ad esempio, se "questi fagioli provengono dal sacco" ( premessa ) e "tutti i fagioli del sacco sono bianchi" ( regola ipotetica ), allora "questi fagioli sono bianchi" ( conclusione ).
  • Fase di induzione ( sintesi ). In questa fase sperimentale l'uomo confronta i fatti previsti nella fase di deduzione con quelli osservati nella realtà o nell'esperimento, per confermare o meno la validità della relazione implicativa ( relazione ipotetica ). Quando i risultati sperimentali confermano ripetutamente le previsioni, la relazione implicativa è valida. Viceversa, l'ipotesi viene scartata. È la terza e ultima fase del ragionamento scientifico. Ad esempio se "questi fagioli sono bianchi" ( conclusione ) e "questi fagioli provengono dal sacco" ( premessa ) allora "tutti i fagioli del sacco sono bianchi" ( regola generale ).

Differenza tra ragionamento quotidiano e ragionamento scientifico. Le abduzioni non sempre consentono di avviare il processo inferenziale tramite delle deduzioni. Nella maggior parte dei casi l'uomo non possiede tutte le informazioni necessarie per formulare ipotesi valide e la verifica sperimentale delle ipotesi è lunga, costosa e complessa.

  • Ragionamento quotidiano. Nel ragionamento quotidiano il processo inferenziale del ragionamento umano si blocca alla prima fase di abduzione. Nella vita quotidiana l'uomo inventa delle regole ipotetiche che consentono di giungere a una conclusione ma, per ragioni di tempo o di costo, non verifica quasi mai la loro correttezza. Ad esempio, l'uomo osserva dei fagioli bianchi sul tavolo ( fatto ) e ipotizza che nel sacco vicino al tavolo tutti i fagioli siano bianchi ( regola ipotetica ), ciò è sufficiente per pensare che i fagioli provengano dal sacco ( premessa ). In realtà... non è detto che i fagioli sul tavolo provengano dal sacco, né che tutti i fagioli nel sacco siano bianchi. Potrebbero esserci dei fagioli neri nel fondo del sacco. Il limite del ragionamento umano nei problemi quotidiani risiede essenzialmente nella superficilità del pensiero e nell'esigenza di trovare rapidamente una spiegazione a tutto ciò che l'uomo osserva intorno a sé.
  • Ragionamento scientifico. Nel ragionamento scientifico le abduzioni ( ipotesi ) non sono sufficienti e devono necessariamente generare delle deduzioni ( tesi ) confermate successivamente dalle prove sperimentali per induzione ( sintesi ). Se tutti i fagioli sono bianchi ( deduzione ), allora estraendo altri fagioli dal sacco ( premessa ) questi sono bianchi ( conferma sperimentale ). Nel pensiero scientifico soltanto dopo una ripetuta conferma sperimentale la regola ipotetica ( "tutti i fagiolii nel sacco sono bianchi" ) viene assunta come regola generale. Quante più volte l'esperimento è ripetuto, tanto più è probabile che non vi siano fagioli neri nel sacco e che tutti i fagioli nel sacco siano bianchi.

Punti di riflessione
E' in questa grande complessità di reti sovrapposte, microscopiche e macroscopiche, reali e virtuali, che si trova la nostra grande sfida. C'è bisogno di molta attenzione per non perdersi e gestire attivamente la concentrazione, il tempo e l'energia. (Laura Lio p.14 di Rizoma Un laboratorio transdisciplinare)
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L'arte ha il diritto di non essere 'produttiva', ha bisogno di errare, nel duplice senso di viaggiare per conoscere e di essere libera di sbagliare deviando dalle strade già battute, anche smarrendosi. (Nera Prota p.8)
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Il pensiero rizomatico deriva dalla convinzione che la vita non ha più bisogno di una forma di riempimento dall’alto, in quanto è abitata da singolarità ed eventi molteplici. (Deleuze e Guattari)
Il pensiero secondo Wikipedia

In alcune correnti della storia della filosofia come in quella denominata idealismo a cui appartengono filosofi pur diversi tra loro come Platone, Berkeley, Fichte, Schelling ed Hegel, il pensiero è stato solitamente contrapposto ai sensi, e ha acquistato una funzione rilevante fino ad essere considerato sinonimo della realtà stessa.
Dal pensiero all'essere
Nella filosofia antica, a differenza di quella moderna, il pensiero era unito indissolubilmente alla dimensione ontologica. Per Parmenide l'essere di un oggetto è dato dalla nostra capacità di pensarlo: essendo infatti impossibile pensare il nulla, tutto ciò che pensiamo non può non essere. Analogamente, nel platonismo, là dove c'è un pensiero c'è anche un'idea, cioè un'entità viva e reale: non solo non può esistere pensiero senza idee, ma il nostro stesso essere si identifica con quel che pensiamo. Così per Aristotele il pensiero, nel momento in cui prende coscienza di un oggetto, lo fa anche venire all'essere: ad esempio un libro è un oggetto sensibile in potenza, che si tramuta in un libro in atto solo quando viene pensato da un intelletto. Questo, cogliendone la forma intelligibile, la rende viva e presente: come la luce fa diventare attuali i colori che sono solo potenzialmente visibili, allo stesso modo ciò che esiste in potenza può passare all'atto per il tramite di un pensiero supremo, produttivo, che abbia già in sé tutte le forme.
Già Anassàgora, fra gli antichi greci, riteneva che il pensiero non fosse dei singoli ma appartenesse ad una mente universale (detta Νούς, Nùs) o Intelletto cosmico originario il quale, come conseguenza involontaria del proprio "pensarsi", metteva ordine nel caos primordiale.
Pitagora vedeva nel numero (cioè in una realtà impersonale) il fondamento del pensare oltre che della realtà; riteneva cioè che il pensiero fosse strutturato secondo le leggi della matematica, le quali rendono possibile il suo esplicarsi.

Parmenide
Parmenide per primo evidenziò che è impossibile pensare il nulla: ogni pensiero è sempre pensiero di qualcosa. L'oggetto del pensiero, quindi, è costitutivo del pensiero stesso, al punto che, secondo Parmenide, non è possibile distinguere l'atto del pensare dall'oggetto pensato: «ed è lo stesso il pensare e pensare che è. Giacché senza l'essere ... non troverai il pensare». Di conseguenza, anche il divenire attestato dai sensi non è qualcosa di pensabile, di concepibile, perché è logicamente impossibile che l'essere nasca e muoia: anche il divenire è cioè un non-essere, un niente.
Parmenide quindi si propone di rivelare agli uomini la vera realtà dell'Essere nascosta sotto la superficie degli inganni. La via maestra per approdare all'essere è proprio il pensiero, che deve abbandonare ogni dinamismo per riconoscere la semplice verità secondo cui «l'Essere è, e non può non essere». In Parmenide, il pensiero risulta così totalmente sottomesso alla dimensione ontologica, che è una dimensione sostanzialmente apofatica, perché all'essere non si può attribuire alcun predicato.

Socrate e Platone
Con Socrate il pensiero iniziò ad acquisire un maggior dinamismo e una nuova capacità argomentativa, riferita non più ad un Essere impersonale, ma al soggetto uomo; tali caratteristiche saranno alla base di tutta la filosofia occidentale successiva. Il pensiero di Socrate nasce e si sviluppa essenzialmente come pensiero critico, essendo incentrato non sulla verità, bensì sul dubbio. Socrate infatti si proponeva di mettere in discussione le false certezze dei suoi interlocutori, e in genere di tutti coloro che si ritenevano sapienti. La saggezza, per Socrate, consiste nel sapere di non sapere, ossia nella consapevolezza della propria ignoranza. Il pensiero socratico consiste quindi essenzialmente nell'autocoscienza, nella voce interiore (o daimon) che egli cercava di far emergere dai suoi allievi, tramite il metodo della maieutica.
In Socrate tuttavia rimaneva sempre sullo sfondo la dimensione ontologica della verità, poiché appunto solo in riferimento ad essa egli poteva riconoscersi come ignorante. Questa dimensione ontologica sarà resa più esplicita dal suo allievo Platone, il quale distinse quindi due orientamenti, due modalità del pensiero:
  • quello intuitivo, capace di cogliere più propriamente la verità dell'Essere, che per lui coincide con le Idee (corrispettivo del daimon);
  • e quello logico-dialettico, basato sul ragionamento discorsivo e sulla confutazione dell'errore, corrispettivo della maieutica.
Il primo tipo ha la capacità di trascendere i fenomeni sensibili risalendo fino all'astrattezza dell'unità, il secondo invece è rivolto a distinguere e analizzare il molteplice. Il pensiero intuitivo è però superiore rispetto a quello dialettico, perché guida il filosofo verso la contemplazione, mentre la dialettica è solo uno strumento. Si tratta comunque di due facce della stessa medaglia, due forme di pensiero non disgiunte né contrapposte, ma espressioni di un'unica attività, di una medesima forza vitale animata da un'incessante sete di conoscenza, e che Platone identifica perciò con l'amore. Per Platone, infatti, il pensiero è essenzialmente Eros, ossia desiderio e frenesia implacabile di tornare là dove esso ha avuto origine, cioè nel mondo delle idee. Ma poiché, a causa di una colpa originaria, gli uomini hanno dimenticato la meta che spinge il loro pensiero a muoversi e agitarsi perennemente, essi sono condannati all'insoddisfazione. Compito della filosofia, che solo in pochi riescono ad attuare, è risvegliare la reminiscenza sopita.
Tutti questi elementi, che erano già presenti in nuce anche in Socrate, Platone li sviluppa approfonditamente, trovando nelle Idee il fondamento e la meta finale del pensiero: esse sono per così dire le "forme" del pensiero, i modi con cui ci è dato pensare il mondo. E poiché il pensiero riesce a placare il proprio dinamismo soltanto al loro cospetto, nelle Idee Platone recupera quindi la staticità ontologica di Parmenide; d'altro lato però egli voleva al contempo giustificare l'illusione del divenire attestato dai sensi, quel divenire che Parmenide aveva giudicato inesistente perché illogico. Platone si vide allora costretto a compiere, per sua stessa ammissione, una sorta di "parricidio" nei confronti di Parmenide, sostenendo che anche il divenire, e quindi il non-essere, sia in qualche modo pensabile. Come rendere ragione altrimenti degli errori e degli inganni degli uomini? Se costoro si sbagliano (nel giudicare l'Essere), vuol dire che pensano il falso, cioè il non-essere. Platone così concepisce il pensiero in forma gerarchica: al livello più alto esso è identico al pensiero statico parmenideo, e riflette in pieno la verità dell'essere; man mano che si scende giù nella gerarchia, però, il pensiero diventa sempre più inconsistente e fallace.

Aristotele
In seguito anche Aristotele, pur respingendo la teoria platonica delle idee, formulerà una distinzione abbastanza simile a quella del suo predecessore: per Aristotele vi è da un lato il pensiero intuitivo-intellettivo (o noético), capace di cogliere le essenze universali delle realtà che ci circondano, astraendole dal loro aspetto particolare e sensibile; dall'altro vi è il pensiero logico-sillogistico, che da quei princìpi primi fa scaturire delle conclusioni coerenti con le premesse, scendendo a definire e catalogare il molteplice.
Anche Aristotele, sotto certi aspetti, concepiva l'Essere e il pensiero in forma gerarchica, ma come perenne passaggio dalla potenza all'atto. Egli riteneva che il pensiero fosse una funzione dell'organismo umano, in cui i sensi fanno attivare un primo movimento del pensiero ancora latente (l'intelletto potenziale); ma poi, in seguito a vari passaggi, si ha l'intervento di un trascendente intelletto attivo, dotato di piena coscienza, dove i concetti diventano forme del pensiero causate da un fattore divino. Al culmine del pensiero vi è quindi l'autocoscienza pura, la contemplazione fine a se stessa, che avviene come "pensiero di pensiero", proprio dell'atto puro che è Dio.

Neoplatonismo e cristianesimo
Plotino
Con l'avvento del neoplatonismo, il pensiero mantenne e anzi acquistò ancor più una valenza non solo conoscitiva, ma anche ontologica e salvifica, essendo ciò a cui l'anima deve tornare (in forma di autocoscienza) per mettersi in salvo. Solo nell'autocoscienza infatti il pensiero riesce a cogliere la verità su di sé. Quest'esigenza di "rientrare in se stesso" sarà fatta propria anche dal Cristianesimo.
Plotino, pur rifacendosi a Platone, accentuò la dimensione apofatica e mistica del pensiero, riportandolo al rigore logico di Parmenide, per cui dell'Essere nulla si può dire. E anzi, siccome l'identità parmenidea di Essere e pensiero era per lui ancora un raddoppio (corrispondente al livello dell'intuizione), vi pose al di sopra l'Uno assoluto, per arrivare al quale il pensiero deve completamente annullarsi, spogliandosi e uscendo da se stesso in una condizione di estasi (da ex-stasis, «essere fuori»).

Il pensiero come luce
Di Platone tuttavia, Plotino mantenne la visione gerarchica del pensiero strutturato nelle idee, ma senza per questo rinunciare alla rigida separazione parmenidea tra essere e non-essere. L'Uno infatti è la fonte dell'essere (e del pensiero), il quale rimane contrapposto al non-essere in senso assoluto. Da un punto di vista relativo, però, essere e non-essere possono arrivare a mescolarsi, finché si abbia soltanto non-essere, il nulla. Per farsi meglio comprendere, Plotino paragona l'essere alla luce: su un piano assoluto, il principio della luce è contrapposto all'ombra (che non ha un suo proprio principio). Eppure la luce, man mano che si allontana dalla sorgente, tende ad affievolirsi, non perché si trasformi in ombra, ma solo perché viene a mancare; finché nell'oscurità, come vedere il buio significa non vedere, così pensare il nulla equivale a non pensare affatto.
La luce mostra se stessa nel farci vedere, cioè nel rendere possibile la visione; allo stesso modo, l'Uno plotiniano si mostra attraverso le idee che rendono possibile il pensiero. E come l'atto del vedere non è distinguibile dagli oggetti della visione, così l'atto del pensare non è distinguibile dai concetti pensati. Fondamento del pensiero sono quindi per Plotino le idee platoniche, le quali sono "il pensiero" per eccellenza, ovvero sono infiniti modi di pensarsi di quell'unica Mente o Intelletto (Nùs), che è la seconda ipostasi nel processo di emanazione dall'Uno, e coincide appunto con l'essere parmenideo.
Il modo intuitivo di pensarsi e costituirsi dell'Intelletto fa capire a sua volta la necessità dell'Uno assoluto, che da un lato risulta totalmente inconoscibile e ignoto, dall'altro però va ammesso come meta e condizione del pensare stesso. L'Uno va ammesso non perché sia possibile dimostrarne direttamente l'esistenza (poiché in tal caso verrebbe ridotto a un semplice dato oggettivo), ma in quanto condizione della stessa attività logica e raziocinante che permette di pensare gli oggetti finiti e riconoscerli per quello che sono, cioè errore, sviamento. Secondo Plotino infatti il pensiero non è un fatto, un concetto collocabile in una dimensione temporale, ma un atto fuori dal tempo: il pensiero pensato, cioè posto in maniera quantificabile e finita, è quindi un'illusione e un inganno, dovuto a una mentalità materialista. Nel pensare qualcosa, anche una qualunque realtà sensibile, questa non si pone come un semplice oggetto, ma è in realtà un soggetto vivo che si rende presente al pensiero, essendo animato da un'idea; la caratteristica principale del pensiero, cioè, è quella di possedere la mente, non di essere posseduto, e comporta dunque la perdita della coscienza che viene rapita dai suoi stessi oggetti e sottomessa a un costante fluire di pensieri involontari. Compito della filosofia è riconoscere l'errore insito nel senso comune, e riportare l'uomo lungo un percorso di ascesi a identificarsi con l'attività suprema e inconscia del pensiero, nella quale è presente tutta la realtà, eliminando il superfluo fino a giungere all'estasi.
«Pensare vuol dire muoversi verso il Bene e desiderarlo. Il desiderio genera il pensiero [...]. Dunque il Bene stesso non deve pensare nulla, poiché non c'è altra cosa che sia il suo bene.»
(Plotino, Enneadi, V, 6, 5)
Essere e pensare
Saranno quindi gli autori cristiani, come Agostino, Tommaso, Bonaventura, Cusano, ecc., ad appropriarsi della tradizione neoplatonica e aristotelica, che facevano del pensiero (contrapposto ai sensi) la chiave di accesso alle realtà trascendenti e a Dio.
Costante della loro filosofia fu l'utilizzo della logica formale, unita bensì a un contenuto "reale", basata sul principio di non contraddizione e sul riconoscimento dell'intuizione quale forma suprema e immediata del sapere, per il quale l'essere e il pensare necessariamente coincidono. Secondo la dialettica del pensiero, infatti, la ragione deve prendere atto che non può esistere un soggetto senza oggetto, l'essere senza il pensiero, e viceversa, pena la caduta in un relativismo irrazionale. Un pensiero filosofico che prescinda dall'identità con l'essere, cioè con la verità, diverrebbe inconsistente per sua stessa ammissione: privo di fondamento, si avviterebbe in una contraddizione logica, la cui forma più esplicita è rappresentata dal paradosso del mentitore. Occorreva quindi partire da questa suprema identità per poter sviluppare un sistema filosofico fondato e coerente, identità che rimane tuttavia non dimostrabile di per sé, né accertabile empiricamente, ma raggiungibile unicamente per via negativa, tramite intuizione.

Agostino d'Ippona
Così per Agostino, il pensiero è complementare alla fede, perché non si può credere senza comprendere e viceversa. Agostino si convinse di come il pensiero, anche nella sua forma più radicale del dubbio, sia espressione stessa della verità, perché non potrei dubitare se non ci fosse una verità che appunto al dubbio si sottrae. La verità non può essere pensata in se stessa, ma unicamente sotto forma di confutazione dell'errore: essa cioè si rivela come consapevolezza del falso, come capacità di dubitare delle illusioni sbagliate che le sbarravano la strada. Il pensiero quindi è mosso da Dio stesso, che è inconscio e preme perciò per farsi conoscere dall'uomo. In maniera simile, per Tommaso il pensiero è una forma di amore con cui Dio si rende presente all'uomo. Ed il pensiero ha un senso solo se esiste una Verità da cui esso emana. Anche Cusano affermò che il pensiero umano discende da una Verità superiore, che è però inattingibile dalla razionalità dell'uomo, perché superiore allo stesso principio di non-contraddizione (pur essendone il fondamento), ed è perciò raggiungibile solo col pensiero intuitivo.

Il pensiero nell'età moderna
Cartesio
La dimensione mistica e ontologica che era stata fin qui preponderante nello studiare e l'analizzare il pensiero, cominciò ad essere tralasciata all'inizio dell'età moderna. Cartesio per primo cercò di costruire un sistema di pensiero autonomo, indipendente da criteri teologici e trascendenti. Fu in un tale mutamento di prospettiva che si inserì la riflessione del Cogito ergo sum, cioè Penso, quindi sono. Per Cartesio, il Cogito diventa garanzia autosufficiente dell'esistenza, cioè della realtà. Mentre per i neoplatonici il fatto di pensare significava "essere" nell'idea, o venirne posseduti, per Cartesio ora pensare significa "avere" delle idee. Il piano gnoseologico del pensiero (res cogitans) diventa così prevalente su quello appunto ontologico dell'Essere (res extensa). Per Cartesio hanno valore soltanto quei pensieri di cui si ha coscienza, e che sono definiti in forma chiara e oggettiva. Egli proponeva così un tipo di pensiero che si pone esternamente rispetto all'oggetto della sua indagine, dissolvendo l'unità immediata di soggetto e oggetto: nella ricerca della verità, cioè, il soggetto non risultava più coinvolto.
Analogamente, nell'empirismo anglo-sassone il pensiero non venne più riferito a un'attività superiore, ma concepito come un fatto, un concetto fissato e "plasmato" dall'esperienza sensibile, in maniera meccanica. Il soggetto così non si trova più a contatto diretto con l'oggetto, ma la sua attività è mediata dai sensi. Per l'empirismo infatti non ci sono altri pensieri al di fuori di quelli indotti dall'esperienza, e di conseguenza ciò che nella mente non è definito in forma cosciente e oggettiva non ha alcun valore.
Dopo Cartesio, tuttavia, ci furono nell'Europa continentale dei tentativi di riportare il pensiero alla dimensione ontologica e intuitiva dell'Essere, ad esempio con Spinoza, che ripropose la loro unità immediata nella corrispondenza tra idee e realtà, giungendo a identificare Dio con la Natura. Anche Leibnitz si richiamò alla tradizione neoplatonica, criticando sia Cartesio che gli empiristi, superando la loro concezione meccanicista, e affermando che nella nostra mente ci sono anche pensieri di cui non abbiamo una chiara coscienza. Per Leibniz, tutti i pensieri non sono altro che percezioni, ossia rappresentazioni unitarie di una molteplicità di affezioni. Egli quindi respinse la distinzione netta tra pensiero e sensazioni (tipica del dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa), sostenendo che tra l'uno e le altre ci sono infinite gradazioni, che partono da un livello oscuro e inconscio fino ad arrivare all'appercezione o autocoscienza.
In seguito, Kant fece del pensiero lo strumento della propria indagine critica, distinguendo due tipi di pensiero: i concetti dell'intelletto o categorie (con cui la coscienza sintetizza la molteplicità delle percezioni sensibili), e i concetti della ragione o idee, che unificano a loro volta i pensieri dell'intelletto. Kant mise in rilievo la portata non solo soggettiva, ma anche oggettiva del pensiero, seppure su un piano unicamente gnoseologico: per Kant il pensiero è un "legislatore della natura" fondato sull'io penso, il quale trae le leggi del mondo non dall'esperienza, ma da se stesso. Se non ci fosse l'io penso, ovvero l'appercezione dell'io, per cui io resto sempre identico a me stesso nel rappresentarmi il molteplice, dentro di me non ci sarebbe pensiero di nulla. Questa unità, o io penso, è "trascendentale", cioè funzionale al molteplice, nel senso che si attiva solo quando riceve dati da elaborare. Non può essere ridotta pertanto ad un mero "dato" o un contenuto, perché è soltanto la condizione "formale" della conoscenza; l'unico modo per pensarla è dire: «io penso che io penso che io penso...» all'infinito.

L'Idealismo e la potenza del pensiero
Con l'Idealismo di Fichte, e poi di Schelling, il pensiero assume una centralità fondamentale. Le fattezze del mondo esterno all'Io vengono equiparate ad un sogno, ad una finzione prodotta dal soggetto, che è chiamato a prenderne coscienza attraverso l'agire etico. Le categorie dell'intelletto, che in Kant erano solo formali, ora hanno anche un valore reale o ontologico, seppure a livello inconscio. Il pensare è creare, ma soltanto ad opera di una suprema intuizione intellettuale. Diverso è invece l'idealismo di Hegel, per il quale la logica stessa diventa creatrice, attribuendosi il diritto di stabilire cosa è reale e cosa non lo è: per Hegel un oggetto esiste nella misura in cui è razionale, cioè solo se rientra in una categoria logica.
Fichte e Schelling, rifacendosi a Kant, affermarono quindi che dal pensiero nasce e si produce tutta la realtà anche sul piano ontologico, sebbene i due termini dell'essere e del pensiero risultano in loro pur sempre legati immediatamente e indissolubilmente come nella tradizione neoplatonica e parmenidea, che veniva così riproposta. Il pensiero per costoro non è un fatto quantificabile e finito, bensì un "atto" inconscio e intuitivo, autocosciente e auto-producentesi, che ponendo se stesso crea il mondo, ed è perciò trascendentale; esso infatti si dà un oggetto per poter esercitare la propria attività, perché altrimenti non potrebbe esistere un pensiero senza contenuto. Proprio perché si tratta di un atto inconscio, tuttavia, Fichte e Schelling poterono mantenersi fedeli al punto di vista del realismo kantiano.
Hegel invece congiunse l'essere e il pensiero in forma mediata. Respinse l'intuizione come fondamento del pensiero, e pose al suo posto la ragione dialettica. Hegel credette di costruire un sistema di pensiero finalmente autonomo e indipendente, capace di sottomettere a sé la dimensione ontologica: egli si trova quindi agli antipodi di Parmenide e Plotino. Mentre in questi ultimi il pensiero trovava un limite invalicabile nell'Essere (che costituiva però anche il suo fondamento), per Hegel quel limite rappresenta un'antitesi che può essere superata: il pensiero ora non è più vincolato dall'Essere, ma sarebbe capace di pensare anche il non-essere, trapassando nel divenire, in una spirale dialettica fine a se stessa e priva di una meta trascendente. In tal modo Hegel si pose al di fuori della logica formale di non-contraddizione; non mancarono per questo note critiche nei suoi confronti, specie da parte di Schelling, Schopenhauer e Kierkegaard, che lo accusarono di ridurre la verità a un semplice pensato oggettivabile e quantificabile.

Il pensiero oggi
Al giorno d'oggi prevalgono, da un lato, spiegazioni del pensiero di tipo materialista e meccanicista, in parte derivate dalla concezione dell'empirismo, per cui il pensiero sarebbe un prodotto fisiologico del cervello ottenuto dall'estrema complessità delle connessioni neurologiche, «come la bile è la secrezione del fegato, o la saliva quella delle ghiandole salivali» (Cabanis, 1802).
A queste interpretazioni si contrappongono alcuni studi di analisi linguistica che hanno messo in evidenza le improprietà concettuali di tali discorsi e la tendenza reificante (oggettivante) del nostro linguaggio, che giunge spesso ad immaginare il pensiero alla stregua di uno strumento o addirittura come un prodotto cerebrale.

La prospettiva esoterista di Rudolf Steiner
Steiner
Anche il filosofo ed esoterista Rudolf Steiner ha contestato prospettive come quelle di Cabanis, tenendo a sottolineare che per comprendere la natura del pensiero occorre innanzitutto osservare il proprio stesso pensare, perché i nostri concetti vengono legati tra loro in base al loro contenuto, non per effetto dei processi materiali che si svolgono nel cervello.
«Ciò ch'io osservo nel pensare non è: quale processo entro il mio cervello collega il concetto di lampo con quello di tuono, ma che cosa mi spinge a mettere i due concetti in un determinato rapporto fra loro. La mia osservazione mi dice che nel connettere i pensieri io mi baso sul loro contenuto, e non sui processi materiali che hanno luogo nel mio cervello.»
(Rudolf Steiner, La filosofia della libertà [1894], Fratelli Bocca Editori, Milano 1946, p. 17)
Le componenti fisiologiche dell'organismo non hanno cioè alcuna influenza sull'attività del pensiero, ma anzi si ritraggono dinanzi ad esso, come si può verificare quando si è talmente assorbiti dai propri pensieri da non recepire più gli stimoli sensoriali provenienti dal mondo esterno.
Sorgendo nell'organismo, il pensiero dapprima ne respinge le attività, e in secondo luogo prende il loro posto. Quello che i fisiologi riduzionisti scambiano per il pensiero, in realtà non è che la sua controimmagine, come le orme lasciate da chi cammina su un terreno soffice.
«Nessuno sarà tentato di dire che quelle forme siano state determinate da forze del terreno, operanti dal basso in alto; non si attribuirà a queste forze nessun concorso alla formazione delle orme. Altrettanto poco, chi abbia osservato obiettivamente l'entità del pensare, attribuirà alle orme lasciate sull'organismo fisico di aver avuto parte alla determinazione di quella; poiché quelle orme sono provenute dal fatto che il pensare prepara la propria comparsa per il tramite del corpo.»
(Rudolf Steiner, La filosofia della libertà [1894], Fratelli Bocca Editori, Milano 1946, p. 45)
L'organismo umano contribuisce piuttosto, secondo Steiner, proprio in virtù delle orme impressevi dal pensiero, a farci prendere coscienza del nostro pensare, a stimolare cioè la coscienza dell'Io, che nel pensare risiede. Chi ha la buona volontà di osservare il proprio pensare «osserva qualcosa ch'egli stesso produce: non si trova di fronte ad un oggetto a lui estraneo, ma alla sua stessa attività: egli sa come sorge quello che osserva: vede i nessi e i rapporti». Secondo Steiner, il fatto che il pensiero, nella storia della filosofia, sia stato poco osservato nella sua vera luce, e non gli sia stata riconosciuta l'importanza che gli spetta, è dovuto all'impossibilità di osservarlo durante il suo svolgimento, ma solo dopo che si sia svolto. Mentre si pensa si viene infatti assorbiti dal proprio oggetto, così che per osservare il pensare in se stesso occorre un atto di volontà che ne ripercorra l'andamento. Ma è in questo modo che nel pensare si trova un punto fisso, di natura universale e impersonale, da cui partire per dare un ordine alle percezioni soggettive dei fenomeni del mondo, e poterseli spiegare correttamente.
Prospettive psicologiche contigue
In genere esistono varie modalità di interpretazione e studio dei processi legati al pensiero, che vanno dal livello psicologico a quello antropologico, a quello fisico-biologico.

Freud
In psicologia, il pensiero è considerato una delle più alte funzioni cognitive della mente; dell'analisi dei processi del pensiero si occupa la psicologia cognitiva. In particolare, la psicologia del pensiero si è occupata di studiare e descrivere le forme e le modalità di pensiero e ragionamento tipiche degli esseri umani, spesso in contrapposizione con la logica, che invece studia e definisce le leggi formali del ragionamento. La psicologia del pensiero si occupa inoltre di tematiche come expertise, euristiche, decisione, immagini mentali, in collaborazione con scienze interdisciplinari come l'intelligenza artificiale, la scienza cognitiva e la teoria dei giochi. Importanti ricerche di psicologia del pensiero sono state condotte, tra gli altri, dallo psicologo e Premio Nobel per l'economia Daniel Kahneman.

Il pensiero in psicoanalisi
In psicoanalisi, vengono considerati pensieri tutti i processi cognitivi, sia quelli situati al livello della coscienza (e tra questi i processi cognitivi di tipo discorsivo e mediato), sia quelli che avvengono ad un livello inconscio, fino a ricomprendere le pulsioni e gli istinti più profondi e sommersi. Sempre secondo la psicoanalisi, disciplina in cui il termine di proiezione occupa un posto centrale, molte realtà che noi crediamo esistano realmente come fatti concreti, ad una più attenta indagine si rivelano essere semplicemente e nulla più che proiezioni del pensiero fuori di noi, quindi solo realtà interiori.
Il pensiero inconscio
Schema del modello psicoanalitico del pensiero, paragonato da Freud ad un iceberg: la parte emersa, che simboleggia la coscienza, è molto più piccola rispetto a quella sommersa
Di questi altri processi di pensiero che si svolgono al di sotto della soglia di attenzione della coscienza la psicoanalisi si è occupata eminentemente del sogno e anzi questa disciplina nasce proprio occupandosi del pensiero onirico anche se a fini esclusivamente psicoterapeutici, evidenziando come esso sia anch'esso una modalità di pensare come altre modalità, ma che diversamente dal pensare razionale tuttavia non sottostà alle regole proprie al pensiero controllato dalla ragione ma ha regole sue proprie ch'essa si è sforzata di mettere in luce e di descrivere nei suoi meccanismi o dinamiche: da qui la tesi di Sigmund Freud sull'autonomia del pensiero inconscio dal pensiero cosciente che ha fatto di lui una sorta di Copernico nel campo della psicologia in quanto in analogia con la rivoluzione copernicana in astronomia ha decentralizzato, relativizzandolo nella sua importanza centrale che aveva precedentemente e che ha tuttora nei fatti e nella realtà psicologica della cosiddetta normalità, il posto che occupa l'Io nel sistema cognitivo.

Il soggetto del pensiero in psicoanalisi
Proprio in questo senso decentralizzatore, l'artefice del progetto di un "ritorno a Freud" lo psicoanalista francese Jacques Lacan nel voler ribadire la sua ortodossia rispetto al fondatore della psicoanalisi e marcare la sua differenza dai veri eretici e rinnegati della stessa (come si può notare almeno per Lacan, l'ortodossia psicoanalitica non era soltanto una questione di ammettere o meno il "dogma freudiano" della natura sessuale della libido) in polemica con i punti di vista che si rifacevano in qualche modo al "Cogito ergo sum" cartesiano soleva dire "Penso dunque egli è". O anche nel suo tipico linguaggio che lo contraddistingueva "Ça parle" "qualcuno parla" ribadendo con ciò come è il Logos che possiede l'uomo e non viceversa come invece e narcisisticamente si è portati naturalmente a credere. Ed infatti la sua polemica era rivolta principalmente ad altri freudiani dell'allora scuola psicoanalitica di successo denominata "psicologia dell'Io" che mieteva trionfi soprattutto nei paesi anglofoni. Freud del resto non aveva fatto altro che dimostrare con i suoi lavori come l'Io non fosse padrone in casa propria.
Da qui anche la denuncia che traversa tutta la storia della psicoanalisi in alcuni suoi esponenti contro lo stravolgimento della psicoanalisi in una semplice psicoterapia tesa ad addomesticare il pensiero con meri fini adattativi.
Da questa posizione di base deriva anche la critica di Freud a tutte quelle altre psicologie ch'egli definiva in ultima analisi psicologie della coscienza come il comportamentismo e tutte quelle psicologie da esso derivate come sue varianti. Questa critica poggiava sul fatto ch'esse non prendono in debita considerazione proprio il fattore inconscio messo in luce con tutte le sue implicazioni proprio dalla psicoanalisi.
Una simile critica la psicoanalisi estende anche a gran parte della tradizione filosofica precedente che ugualmente non conosceva l'inconscio. Da questo punto di vista la scoperta e la messa in giusto valore del fattore inconscio da parte della psicoanalisi fa sì che questa disciplina originatasi dalla medicina ma intesa anche come una corrente principale della filosofia contemporanea costituisce un punto di rottura rispetto alla tradizione precedente della storia del pensiero filosofico.

Riflessi sulla filosofia contemporanea

Martin Heidegger
Questa tesi della psicoanalisi sull'autonomia dell'inconscio ha influito sulle elaborazioni seguenti in vari altri campi come per esempio la filosofia contemporanea dove la critica dell'Ego quale istanza del pensiero aveva precedentemente subito una serie di analisi critiche già a partire dal filosofo empirista David Hume, passando idealmente il testimone di questa critica dell'Io a Friedrich Nietzsche fino ad arrivare ai nostri giorni dove il filosofo proveniente dalla fenomenologia e dall'esistenzialismo, Martin Heidegger, in una posizione antiumanista anche in polemica con l'altro esistenzialismo di Jean-Paul Sartre che si definiva umanista, giunge a negare che il soggetto del pensiero sia l'uomo, bensì l'Essere stesso, e che l'uomo sia solo un tramite. Secondo Heidegger, infatti, allievo di Edmund Husserl, il discorso che l'uomo ha fatto, o accettando la sua stessa tesi «crede di avere fatto lui», in verità altro non è che il discorso dell'Essere, che tramite l'uomo ha detto di sé.
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Pensiero rizomatico secondo Wikipedia
Fra i tanti residui sistemici che rientrano nella critica condotta da Deleuze, sono presenti anche quelli di concetto e senso, intesi tradizionalmente. Includendo tali fattori, si potrebbe dire che ciò che viene criticato è de facto l'istituzione dialettica dominante dopo Hegel, il senso della storia, la linearità del concetto nella sua evoluzione storica. Ebbene, a tale forma di pensiero tutto storico, costretto e addensato nell'alveo duro della storicità, Deleuze oppone e propone un pensiero rizomatico. Il nome fa riferimento a radicelle vegetali, come quelle della gramigna, che si originano in un unico punto per poi dispiegarsi apertamente in molteplici direzioni. Fuor di metafora, un pensiero rizomatico avrebbe fondamentalmente il carattere di consentire una circolazione aperta fra i concetti, favorendo percorsi differenziati e connessioni inedite. Il senso tradizionale dell'univocità del significato, così come la deterministica produzione dialettica della forma concettuale verrebbero meno, istituendo la non-relazione del pensiero aperto.
In termini più semplici: si potrebbe dire che Deleuze intende opporre all'albero il rizoma. Il primo rappresenterebbe il paradigma tradizionale della conoscenza filosofica che, a suo parere, si avvale di questo modello verticale (e quindi autoritario) dell'albero (anche inteso come albero genealogico) per rappresentare in modo univoco e unidirezionale il senso dei collegamenti tra i vari autori (oppure a dei vari concetti filosofici e le loro derivazioni). Il secondo invece vorrebbe mettere in gioco un paradigma più orizzontale (e pertanto meno autoritario) espresso (per restare nella metafora botanica) proprio dal rizoma. Quest'ultimo modello risulterebbe anche più coerente con l'idea di una filosofia nomade e la teoria d'una diffusione dei concetti e delle idee "per contagio" che ha caratterizzato molte pagine della sua opera.
A Gilles Deleuze si deve anche l'invenzione durante gli anni Settanta del concetto di pop-filosofia che consiste principalmente nell’affermare una possibile connessione tra la filosofia e la cultura popolare intesa come l’insieme della produzione culturale di massa del mondo contemporaneo.
L'alba di una contro-cultura
Oltre a scrivere di filosofia, scrisse anche di letteratura, cinema, politica e arte ma è, secondo Deleuze, nella lettura di Nietzsche che hanno radice i temi che hanno segnato il suo pensiero. "Questa è forse la maggiore profondità di Nietzsche, la misura della sua rottura con la filosofia: aver fatto del pensiero una potenza nomade. E anche se il viaggio è immobile, da fermo, impercettibile, imprevisto, sotterraneo, dobbiamo chiederci quali sono oggi i nostri nomadi, chi sono veramente i nostri nietzschiani." (Dall'intervento di Deleuze al convegno di Cerisy-La-Salle sul tema "Nietzsche" del 1972)
In questo stesso intervento, Deleuze mette in guardia dal considerare i tre maestri della cosiddetta "scuola del sospetto" Marx - Nietzsche - Freud come "alba" della cultura contemporanea: "Può ben darsi che Marx e Freud siano l'alba della nostra cultura, ma Nietzsche è un'altra cosa, è l'alba di una contro-cultura". [...] perché "se si considera non la lettera di Marx e Freud ma il divenire del marxismo e del freudismo" si vede che essi hanno esorcizzato ogni carica eversiva del pensiero dei loro iniziatori, in quanto hanno fatto funzionare il marxismo e la psicoanalisi come mezzi di ristabilimento di codici (lo stato, l'economia, la famiglia) mentre Nietzsche è proprio il contrario, la negazione di tutti i codici, la rivendicazione di un nomadismo del pensiero e della vita. C'è qui un'esplicita distinzione tra significato originario del messaggio di Marx e Freud e gli sviluppi istituzionalizzati delle loro "scuole".
Per scaricare una copia PDF del pensiero rizomatico di Wikipedia:
Il pensiero rizomatico deriva dalla convinzione che la vita non ha più bisogno di una forma di riempimento dall’alto, in quanto è abitata da singolarità ed eventi molteplici
Deleuze e Guattari scrivono (p.41): "Il libro come immagine del mondo, ad ogni modo che idea insipida. In realtà, non basta dire Viva il molteplice...Il molteplice bisogna farlo, non aggiungendo sempre una dimensione superiore, ma al contrario il più semplicemente possibile, a forza di sobrietà, al livello delle dimensioni di cui si dispone...Un rizoma, come stelo sotterraneo, si distingue assolutamente dalle radici e dalle radicelle. I bulbi, i tuberi sono rizomi. Perfino certi animali lo sono, nella loro forma di muta, i topi sono rizomi. Quando i topi scivolano gli uni sotto gli altri. C'è il meglio e il peggio nel rizoma: la patata e la gramigna, l'erbaccia. Animale e pianta, la gramigna è il crab-grass." In un rizoma, ogni tratto non rinvia a un tratto linguistico: anelli semiotici di ogni natura sono connessi a modi di codificazione molto diversi, anelli biologici, politici, economici, ecc., mettendo in gioco  non soltanto regimi di segni differenti, ma anche statuti di stati di cose. Un anello semiotico è come un tubero che agglomera atti molto diversi, linguistici, ma anche percettivi, mimici, gestuali, cognitivi.
Deleuze e Guattari scrivono (p.47): Saggezza delle piante: perfino quando sono a radice, c'è sempre un fuori dove fanno rizoma  con qualche cosa - con il vento, con un animale, con l'uomo (e anche un aspetto per cui gli animali stessi fanno rizoma, e gli uomini, ecc.). L'ubriachezza come un'irruzione trionfale della pianta in noi. E sempre seguire il rizoma per rottura, prolungare, alternare la linea di fuga, farla variare, fino a produrre la linea più astratta e più tortuosa in n direzioni, dalle direzioni spezzate.
Deleuze e Guattari scrivono (p.53): "Il pensiero non è arborescente e il cervello non è una materia radicata né ramificata. Quelle che a torto si chiamano 'dendriti' non assicurano una connessione di neuroni in un tessuto continuo. La discontinuità delle cellule, il ruolo degli assoni, il funzionamento delle sinapsi, l'esistenza di micro-fessure sinaptiche, il passaggio di ogni messaggio al di sopra di queste fessure fanno del cervello una molteplicità che irrora nel suo piano di consistenza o nel suo flusso di cellule tutto un sistema probabilistico incerto, uncertain nervous system. Molta gente ha un albero piantato nella testa, ma il cervello stesso è più un'erba che un albero. L'assone e la dendrite si arrotolano uno attorno all'altro come il convolvolo intorno al rovo, con una sinapsi per ogni spina."
Perduti nel Rizoma
Anairesis scrive:

Il rizoma, forse non tutti lo sanno, ma è una radice-tubero come, per esempio lo zenzero. Tale figura viene utilizzata dalla Semiotica Interpretativa per indicare la struttura antilogica, aperta e partecipativa dell’enciclopedia. Ciò che Umberto Eco denomina “enciclopedia” è dato dall’insieme di tutte le conoscenze di cui possiamo disporre. Ogni materia ed argomento si collegano virtualmente e potenzialmente ad altri campi del sapere in una sorta d’interconnessione continua, in questo senso essa viene definita come partecipativa. Ogni tema costituisce un nodo collegato ad un altro nodo creando una specie di rete: oggi, probabilmente, anziché utilizzare la dizione “enciclopedia” sarebbe più indicato volgersi verso i termini “internet” oppure “web”. Tale rete viene ad indentificarsi con la figura del rizoma per la sua capacità di riproduzione: esso, infatti, può autonomamente creare nuove piante. Inoltre, questi non ha punti specifici da cui le radici si creano ma esse crescono attorno ad esso senza una specifica divisione o gerarchia. Nel saggio L’Antiporfirio, Umberto Eco, dopo aver descritto i punti deboli del modello arborescente ovvero la sua impossibilità nel poter rendere conto della correlazione tra un’espressione limitata e l’illimitatezza del contenuto ad essa connessa, spiega come l’albero esplode in un pulviscolo di differenze divenendo enciclopedia. L’espressione di una lingua è intesa come limitata poiché utilizza un numero di lettere limitato ma, allo stesso tempo, il contenuto che possono esprimere risulta illimitato e in continuo divenire, quindi, aperto: esso, infatti, cambia ed evolve negli anni in nuovi modi di dire, nuove parole e slang. Lo stesso processo interpretativo viene, a sua volta, considerato illimitato. La struttura del rizoma viene definita, come detto inizialmente, come antilogica (o antilogos). Il logos nella lingua greca definisce la ragione ma anche l’atto di indicare o di dire: attraverso esso si individua un percorso da seguire ben definito. L’antilogica, invece, delinea un cammino non definito fatto di collegamenti intratestuali, metafore, analogie, abduzioni, salti. Il rizoma, a questo proposito, viene inteso come l’incontro di uno spazio striato, sedentario ed euclideo, ed uno spazio liscio, nomade e riemaniano. Lo spazio liscio può essere inteso come il viaggio che il personaggio di Memento di Christopher Nolan intraprende nel tentativo di ricostruire la propria memoria perduta: esso è fatto di salti, flash-back, connessioni confuse; mentre, la ricostruzione dello stesso film in cui, invece, viene mostrata la corretta linea cronologica degli eventi si configura come un movimento logico di tipo striato.
Semplificando, Boulez dice che in uno spazio-tempo liscio ci si insedia senza contare e che in uno spazio-tempo striato bisogna contare per insediarvisi. Logicamente, questa non è solo una questione di spazio-tempo ma la spiegazione in sé rende maggiormente l’idea.
Lo spazio euclideo e la fisica dei fondamenti sono spazi striati poiché dividono e calcolano gli elementi attraverso l’uso dei cinque postulati euclidei non tenendo conto della posizione dell’osservatore. Lo spazio matematico riemanniano e la Teoria della Relatività, invece, prendono atto di ciò che accade il momento in cui si sceglie di cambiare punto di vista. Tali spazi possono essere divisi localmente in spazi euclidei ma, allo stesso tempo, non possono essere calcolati nel loro complesso come tali poiché perderebbero la loro specificità. Deleuze e Guattari nel saggio scritto a quattro mani, Mille piani, fanno notare come il rizoma venga inteso in quanto sottrazione dell’unità e, di conseguenza, come figura del molteplice. Il soggetto si perde nella schizofrenia post-moderna. Il loro stesso metodo di scrittura cerca di mettere su carta il movimento rizomatico dando al lettore l’impressione di assistere al processo stesso di origine dei pensieri: non vi è una logica definita e forte al suo interno ma salti antilogici che, a loro modo, trovano una loro precisa ragione analogico-abduttiva. L’abduzione è ciò che, secondo Umberto Eco, ci dà la possibilità di muoverci all’interno del rizoma. Essa, infatti, è un processo mentale che ci permette di collegare i vari elementi enciclopedici e di riportarli ad una sorta di logica. A questo proposito, nella spiegazione di tale successione di pensieri Eco si diverte a spiegare i processi abduttivi degli investigatori dei romanzi che collegano varie situazioni tra loro abducendo, o in un certo senso indovinando attraverso il collegamento dei vari elementi in loro possesso, ciò che è realmente accaduto sulla scena del crimine. All’interno del rizoma, quindi, ci si muove come in un labirinto: a tentoni, prendendo una strada, tornando indietro, salendo e scendendo, cercando un entrata od un uscita che non esistono. Perdendosi. Esso è la nostra mente, la produzione del nostro inconscio. La conoscenza stessa, intesa come l’incontro d’inconscio e consapevolezza, è un labirinto senza fine che procede seguendo la regola del desiderio: possiamo tornare sui nostri passi, ricrederci, prendere un sentiero che credevamo d’aver già visto ma renderci conto che esso, nel frattempo, è mutato assieme a noi. La nostra stessa percezione cambia nel divenire del sentiero da noi percorso. Tempo e spazio si mescolano tra loro giocando con i nostri sensi, ingannandoli ed ingannandosi.
All’interno del rizoma ci si muove come in un labirinto: a tentoni, prendendo una strada, tornando indietro, salendo e scendendo, cercando un'entrata o un'uscita che non esistono. Perdendosi!
Cervello e pensiero
Assoni e Dendriti cerebrali
Cos'è il pensiero quotidiano per lo psicologo Vincenzo De Blasi
“L’uomo è visibilmente fatto per pensare; è tutta la sua dignità e tutto il suo mestiere(Blaise Pascal, I Pensieri).

Il pensiero rappresenta l’espressione più significativa della natura umana e la caratteristica più importante della sua specificità. Storicamente, lo studio dei processi di pensiero è stato dominio della tradizione speculativa e scientifica che, a partire dalle digressioni filosofiche di Aristotele, ha focalizzato l’attenzione sullo studio della logica e, quindi, delle regole alle quali il pensiero, per risultare realistico ed adattativo, deve conformarsi sulla base dei concetti e dei giudizi.
In via differenziale rispetto ai principi della logica e alla sua interpretazione marcatamente contenutistica, le teorie psicologiche applicate allo studio del pensiero muovono dal presupposto secondo cui, nelle sue molteplici forme ed espressioni, l’attività psichica ha sempre una valenza bio/psico/sociale che ne definisce struttura e funzioni.
In base a questa impostazione, con il termine “pensiero” si indica una organizzazione psichica altamente complessa, organizzata secondo il principio di realtà ma non limitata ai soli processi razionali ed intellettivi. Pertanto, il paradigma psicologico non circoscrive il suo interesse alle facoltà intellettive e di problem solving che caratterizzano l’intelletto umano, ma allarga l’analisi sperimentale e teorica alle componenti profonde, arazionali ed emotive che definiscono tutte le diverse forme del “pensare”.

Le leggi dell’associazionismo e la formazione dei concetti
Quotidianamente la psiche umana è esposta a un numero eccezionale di stimoli. La realtà ambientale è caratterizzata da una quantità estremamente ricca e mutevole di oggetti ed eventi percettivi (Canestrari, 1984).
Per rispondere alla complessità fenomenica senza soccombere all’enorme mole di input sensoriali, l’attività psichica è in primo luogo organizzata attraverso processi di pensiero volti alla “categorizzazione” degli eventi percepibili. Il pensiero umano funziona attraverso procedimenti percettivi e cognitivi di tipo “economico”, finalizzati cioè a principi elaborativi che devono essere al tempo stesso il più possibile efficaci (dove lo scopo è raggiungere il risultato) ed efficienti (dove lo scopo è raggiungere il risultato in tempi brevi). La “categorizzazione” consente di semplificare l’esperienza e sintetizzare le molteplici varianti ambientali, considerandole non “uniche” ma appartenenti a categorie o classi: “questa riduzione del molteplice all’unità, attraverso l’assimilazione delle varianti fenomeniche ad una stessa categoria, o schema empirico, è essenziale ai fini dell’addestramento all’ambiente, in quanto realizza una economia nell’attività mentale secondo i principi del minimo sforzo.
L’assimilazione allo schema o categoria può avere a volte un carattere di spontaneità e di immediatezza, cioè imporsi come un dato percettivo; altre volte può essere il frutto di una attività di ricerca perseguita consapevolmente; di un atto originale di invenzione (Canestrari, 1984).”
Per struttura e funzione, i processi di pensiero e gli schemi empirici sono organizzati in modo tale che da un primo livello di categorizzazione (percettivo/associazionistico) si possa passare, per gradi, ad un livello più complesso di categorizzazione concettuale (astrattivo/rappresentazionale).
I processi di categorizzazione si basano in primo luogo sul principio dell’associazione di idee che, a sua volta, può essere riferito alla proprietà che hanno i fenomeni psichici di attirarsi gli uni con gli altri nel campo della coscienza senza l’intervento della volontà e malgrado la sua resistenza.

Le tre leggi dell’associazionismo risalgono al pensiero di Aristotele:

  • La legge di contiguità: il pensiero di un oggetto evoca spontaneamente il pensiero di altri oggetti che gli sono abitualmente vicini;
  • La legge di contrasto: un’idea può evocare spontaneamente un’altra idea in contrasto con la prima;
  • La legge della somiglianza: il pensiero di un oggetto evoca facilmente il pensiero di oggetti simili.

Pur rispettando la logica aristotelica, la qualità complessa dei processi di pensiero fa’ si che i meccanismi di codificazione e decodificazione degli input ambientali non siano limitati alla registrazione percettiva garantita dai principi dell’associazionismo, ma tendano al graduale passaggio da una forma di categorizzazione percettiva a quella più evoluta di categorizzazione concettuale.

I concetti sono il risultato dei processi di categorizzazione e possono essere definiti come una classe di oggetti o eventi aventi qualità comuni e distintive.
Alla formazione dei concetti concorrono due tipi di processi cognitivi: l’astrazione e la generalizzazione.

L’astrazione consente di veicolare la situazione di problem solving attraverso un comportamento adattativo che non è determinato dal complesso degli input presenti nel campo percettivo, bensì da un particolare input con l’esclusione degli altri.

La generalizzazione si presenta come un’attività psichica attraverso cui il comportamento risulta costante in relazione ad un elemento del campo percettivo che può comparire in situazione diverse e che, pertanto, è già conosciuto a livello percettivo o mnestico.

Oltre a questi princìpi, la categorizzazione consente una definizione concettuale degli oggetti e degli eventi attraverso:
  • la connotazione: riconoscimento concettuale che comprende la classe completa a cui appartiene l’oggetto senza alcun riferimento ad un esemplare specifico dello stesso;
  • la denotazione: riconoscimento concettuale dell’oggetto attraverso le sue caratteristiche peculiari.
Grazie agli studi di Heidbreder (1947) è stato possibile indagare il rapporto tra i diversi aspetti percettivi degli oggetti e la qualità basica dei meccanismi di categorizzazione.
Con riferimento alle risultanze sperimentali fu possibile ipotizzare che i processi di categorizzazione consentono di distinguere in via preferenziale tre gruppi di concetti: 1) oggetti concreti (alla base della reazione cognitiva); 2) forme spaziali; 3) numeri astratti.

Da queste premesse si evince che l’attività del pensiero opera sulla base di ipotesi percettive e cognitive, verificate ed eventualmente confermate attraverso specifiche strategie di elaborazione delle informazioni.
La percezione e la codifica dei dati di realtà sembra dunque essere caratterizzata da una sorta di ordinamento gerarchico e strategico che veicola una successione organizzata di risposte, guidate da ipotesi di partenza, nel tentativo di arrivare alla soluzione del problema ambientale.
A partire dall’opera di Heidbreder, Bruner (1956) ebbe il merito di avviare una serie di ricerche volte nello specifico allo studio psicologico delle strategie cognitive che concorrono all’organizzazione del pensiero.

Dai risultati ottenuti fu possibile distinguere due principali approcci strategici:
  • messa a fuoco: è una strategia organizzata sulla base di un meccanismo di raccolta di informazioni “per selezione”, caratterizzata da un processo di eliminazione degli input non rilevanti ai fini cognitivi basato sul confronto di ciascun esemplare del campo percettivo considerato come singolo punto di interesse;
  • scanning: è un processo di esplorazione simultanea o successiva, cognitivamente guidato da un’ipotesi specifica circa la soluzione del compito percettivo.

Le diverse forme di pensiero
Da un punto di vista marcatamente psicologico, è possibile avviare uno studio approfondito sulla natura e sulla qualità del pensiero umano distinguendo le diverse forme attraverso cui questo si presenta.

Il pensiero produttivo
Nella sua qualità “produttiva”, il pensiero è l’attività psichica utilizzata prevalentemente nelle situazioni di problem solving, quando cioè il compito cognitivo non risulta essere risolvibile attraverso gli schemi di comportamento già acquisiti o conosciuti in precedenza.
A partire da queste considerazioni, il problema cognitivo, quindi, non definisce sempre una situazione in tutto e per tutto sconosciuta, quanto, piuttosto, un campo di stimoli che devono essere ri-elaborati attraverso un processo di ristrutturazione funzionale di tutti gli elementi a disposizione.
Il pensiero produttivo coincide con le attività intellettive e di ragionamento che consentono nuove forme di adattamento ai problemi posti dagli stimoli ambientali e, pertanto, produce nuova conoscenza (Dunker, 1969).

Al fine di consentire la soluzione dei problemi cognitivi, gli atti produttivi del pensiero si basano su due tipologie di processi elaborativi potenzialmente complementari:

  • processo di induzione: prevede una analisi di tipo down-up (dal basso all’alto) del campo problematico e consente la soluzione del compito a partire dai dati a disposizione considerati come punti di partenza dell’attività intellettiva;
  • processo di deduzione: consente una analisi più approfondita della situazione problematica e prevede un atto di intelligenza di tipo up-down (dall’alto al basso), caratterizzato cioè dalla raccolta e dall’uso dei dati sulla base di una ipotesi di partenza e dello scopo da raggiungere.
I dati della specifica situazione ambientale caratterizzano la struttura problematica che richiede “soluzione” o “adattamento”, e acquisiscono significati e proprietà funzionali sulla base dell’obiettivo prefissato; attraverso la sua dimensione produttiva, il pensiero garantisce la capacità di ristrutturare il campo problematico e, quindi, di elaborare e comprendere il significato funzionale dei dati e del complesso della situazione ambientale.
La psicologia della Gestalt, grazie agli studi di Kohler (1925) e Wertheimer (1945), ha messo in evidenza la necessità di distinguere il pensiero riproduttivo, caratterizzato dall’applicazione quasi automatica e passiva di schemi di riferimento pre-esistenti, dal pensiero produttivo propriamente detto, caratterizzato invece da una serie di atti di intelligenza in cui la soluzione non viene “appresa” ma “compresa”.
La comprensione cognitiva si verifica nel momento dell’insight, quando cioè si giunge ad una nuova forma di consapevolezza circa la relazione funzionale che intercorre tra gli elementi percepibili del campo.

Per queste caratteristiche, l’insight garantisce una qualità “scientifica” al pensiero produttivo e si presenta come risultato delle tensioni del campo creato dal bisogno e dall’obiettivo da raggiungere, con l’intervento di dati percettivi attuali o delle tracce mestiche (Canestrari, 1984).

Il pensiero quotidiano
Seguendo Bartlett (1958) è possibile definire il pensiero quotidiano come quel tipo di pensiero che entra in azione nelle varie situazioni problematiche della vita di ogni giorno, in cui gli individui, senza compiere un particolare “sforzo” logico o “scientifico”, trascurando le lacune delle informazioni a loro disposizione, intendono ugualmente prendere posizione ed arrivare alla soluzione del problema cognitivo.
Per queste caratteristiche, quindi, il pensiero quotidiano si presenta come una forma di pensiero ad immediato utilizzo e comunicazione, in cui gli eventuali deficit conoscitivi vengono colmati in modo prettamente descrittivo.
Sebbene il pensiero quotidiano garantisca sempre la possibilità di adattarsi alle situazioni ambientali più semplici e comuni, nelle circostanze in cui è richiesto un giudizio o una previsione ipotetica sulla risoluzione del problema cognitivo, la ristrutturazione del campo degli stimoli risulta tendenzialmente trascurata e le eventuali lacune conoscitive sono colmate sulla sola base dei concetti e dell’esperienza già acquisiti.
In sintesi, il pensiero quotidiano:

  • su un piano verbale si distingue per la perentorietà delle affermazioni che lo contraddistinguono a dispetto delle motivazioni oggettive;
  • è fortemente orientato verso prese di posizioni decise, spesso rigide e ben definite;
  • esclude la possibilità di verificare ulteriori dati oggettivi a conferma delle ipotesi;
  • tende alla generalizzazione ed alla convenzione sociale attraverso il principio dell’omogeneità massimale (Musatti, 1931);
  • esclude la possibilità di valutare ulteriormente le conclusioni che vengono ritenute aprioristicamente corrette;
  • nelle situazioni di problem solving limita la possibilità di ristrutturare il campo cognitivo.

Il pensiero prevenuto
Da un punto di vista psicologico, il pensiero prevenuto si presenta come estremizzazione del pensiero quotidiano, nella forma in cui, rispetto a quest’ultimo, tende a radicalizzare in modo stereotipato ipotesi, affermazioni e atteggiamenti sulla base di una componente affettiva ed arazionale che ne condiziona pervasivamente la modalità di espressione. Su un piano descrittivo, il pensiero prevenuto è caratterizzato da una particolare credenza, intesa come durevole organizzazione di percezioni e giudizi intorno ad un particolare aspetto del mondo conoscibile (Krech e Crutchfield, 1948), e dall’oggetto alla quale essa si applica.
Questa forma di pensiero è altresì definita dalla tendenza a esprimersi attraverso due specifiche organizzazioni concettuali (Canestrari, 1984):

  • gli stereotipi, ossia credenze ultrasemplificate ed astratte, largamente diffuse tra i membri di un gruppo sociale o etnico, applicate nei confronti di un altro gruppo sociale o etnico che diventa oggetto della credenza stessa;
  • i pregiudizi, ovvero generalizzazioni concettuali sempre confermate a mezzo di una falsa operazione deduttiva.

Sulla base di processi categoriali estremamente rigidi, il pensiero prevenuto esprime quindi in forma distorsiva i princìpi di induzione e deduzione che qualificano la produttività dell’atto intellettivo; pertanto, da una simile distorsione cognitiva emergono:

  • un’errata operazione induttiva: risultato della generalizzazione condotta non rispettando le regole della conoscenza induttiva (che presuppone la necessità di raccogliere tutti i dati presenti nel campo della realtà oggettiva);
  • una falsa operazione deduttiva: affermazione aprioristica che non tiene conto dei dati di realtà che non confermerebbero la ipotesi di partenza.

Su un livello psico-sociale, per natura, definizione e funzionalità, il pensiero prevenuto può essere pertanto considerato come una matrice di complessi ideo-affettivi (Asch, 1958) a carattere difensivo, utilizzata per la proiezione o lo spostamento di sentimenti o pulsioni aggressive veicolate contro persone o gruppi, allo scopo di esaurire la tensione interna provocata da elementi psichici non cognitivi.

Il pensiero nevrotico
Il pensiero nevrotico si presenta con caratteristiche e deficit prevalentemente psicodinamici ed è utilizzato con modalità e scopi difensivi nelle situazioni avvertite come potenzialmente minacciose per l’integrità dell’Io.
I meccanismi di difesa hanno una valenza prettamente inconscia e tendono ad operare su quattro livelli specifici:
  • negano l’evidenza percettiva;
  • negano la relazione della percezione minacciosa con l’Io;
  • esprimono con modalità proiettive i sentimenti minacciosi, indirizzandoli su altri oggetti o divergendoli sul piano temporale e spaziale.
  • tendono alla negazione ed alla intellettualizzazione delle emozioni.

Inoltre, come si evince dalla letteratura freudiana, le difese dell’Io sono teoreticamente concettualizzate attraverso un’analisi delle loro proprietà fondamentali (De Blasi, 2009):
  • sono lo strumento principale con cui il soggetto gestisce gli istinti e gli affetti;
  • sono inconsce;
  • sono discrete l’una rispetto all’altra;
  • tendono ad essere reversibili;
  • possono essere sia adattive che patologiche.

Rispetto alla dimensione percettiva e cognitiva, i meccanismi di difesa, se usati in modo ripetitivo e rigido, mantengono la forma ma non la sostanza del ragionamento critico, perché portano alla distorsione o al restringimento del campo di realtà sulla base di una serie di principi logici ed intellettuali applicati in modo parziale e spesso fondati su premesse errate.
Per queste caratteristiche, il pensiero neurotico si esprime con modalità estremamente ambigue e problematiche, spesso attraverso una concezione dicotomica della vita, in cui l’equilibrio psichico (sia esso emotivo o cognitivo) è sempre sospeso nel conflitto (in questo caso difficilmente risolvibile) tra coppie di opposti: Io/non-Io, oggettivo/soggettivo, fantasia/realtà.

Il pensiero psicotico
Il pensiero psicotico rappresenta un’evidente deviazione dal modello e dalle funzioni del pensiero logico e produttivo, in una forma tale da delimitarne lo studio all’ambito della patologia psichiatrica e dei disturbi di personalità.
In linea con la descrizione suggerita da Arieti (1963), il pensiero psicotico si definisce attraverso meccanismi di funzionamento totalmente inconsci e automatici, rudimentali ed arcaici, che, su un piano manifesto, si presentano con caratteristiche fenomenologiche incomprensibili, assurde ed incoerenti. Per la sua qualità patologica, il pensiero psicotico tende a distorcere tutti i processi intellettuali impiegati cognitivamente per comprendere le situazioni relazionali e le cause che le determinano, e si basa su azioni mentali in cui le emozioni, l’ansia o l’angoscia portano ad una evidente distorsione dell’esame di realtà.

Sulla base di queste caratteristiche, quello psicotico è un pensiero di tipo paleologico che, soprattutto in situazioni di “emergenza sociale” e di problem solving, scivola attraverso un meccanismo di regressione teleologica verso livelli meno progrediti di integrazione psichica, allo scopo di determinare il diniego dell’incidenza emozionale implicita in ogni comportamento produttivo (Arieti, 1963).
Adottando il principio di Von Domaros (1925), è possibile comprendere le deformazioni e le condensazioni che caratterizzano il pensiero psicotico a partire dal fatto che: “mentre l’individuo normale accetta l’identità soltanto sulla base di soggetti identici, l’individuo che adotta una logica arcaica e psicotica accetta l’identità sulla base di identici predicati.”
Su un piano prettamente logico, l’imprevedibilità e la bizzarria delle forme psicotiche di pensiero sovvertono i principi del sillogismo, sovradeterminando in modo automatico la scelta dei “predicati” e non degli elementi oggettivi/soggettivi del campo situazionale, per definire cognitivamente il legame identificatorio tra due differenti preposizioni.
Da queste premesse, se 1) la connotazione porta a definire l’oggetto comprendendo la classe completa a cui questo appartiene senza alcun riferimento ad un esemplare concreto dello stesso e 2) la denotazione consente di indicare l’oggetto effettivo come entità fisica particolare, di conseguenza, i princìpi cognitivi di funzionamento psicotico tendono a basarsi su ragionamenti volti esclusivamente a “denotare” gli eventi piuttosto che a considerare in modo integrato la complessità della fenomenologia che qualifica il problema psicologico.
Inoltre, come ben rappresentato nell’episodio de I Simpson sopra citato, deformando i principi cognitivi di ragionamento logico, la mentalità primitiva e psicotica sembra rispondere alla “legge della partecipazione” formulata da Lèvy-Brühl (1948), secondo cui: “per la mentalità primitiva gli oggetti, gli esseri ed i fenomeni possono, in un modo a noi incomprensibile, essere nello stesso tempo se stessi e qualcosa di altro.”
In sintesi, quindi, il pensiero psicotico si definisce attraverso alcune caratteristiche, fondamentalmente differenti da quelle che contraddistinguono tutte le altre forme di pensiero (Canestrari, 1984):

  • utilizzo della metafora per necessità e non per motivi estetici;
  • prevalenza del pensiero “paleologico” e concreto;
  • confusione tra mondo fisico e mondo psicologico;
  • la causalità mediante deduzione logica è sostituibile dalla causalità mediante spiegazione psicologica;
  • tendenza ad interpretare i fenomeni sulla base delle percezioni e non dei concetti;
  • le idee si ricollegano a casi specifici e non riguardano classi, gruppi o categorie concettuali, distorcendo i principi della logica associazionistica e del sillogismo;
  • il principio cognitivo di astrazione è prevalentemente sostituito con quello di identificazione (per cui l’associazione per somiglianza è sostituita dall’identificazione per somiglianza).

[1] V. De Blasi, “Il pensiero” in De Blasi, Manca (a cura di) (2010), Introduzione alla psicologia, Alpes, Roma.
[2] La situazione sperimentale prevedeva che i soggetti del campione fossero esposti a 16 serie di disegni, in cui ogni serie comprendeva 9 elementi indicati con sillabe convenzionali; inoltre, i 9 elementi di ogni serie presentavano una relazione associazionistica tra di loro.
Il Web è il Rizoma della modernità
Il termine, che non è proprio tra i più conosciuti, proviene dalla botanica: il Rizoma è infatti presente in molte piante erbacee, e si presenta all’apparenza come una radice molto diramata, ma è invece una vera e propria porzione di fusto che si sviluppa sotto il livello del suolo, possiede gemme proprie e funziona da deposito di sostanze nutrienti. L’aspetto del Rizoma, per la sua ramificazione, connessione ed estensione, esprime una rappresentazione concettuale molto interessante: qualsiasi punto è connesso a ognuno degli altri attraverso un’espansione multidirezionale.
Il concetto di rizoma, sviluppato dai filosofi Gilles Deleuze e Félix Guattari, offre una metafora potente per comprendere la struttura non lineare, distribuita e imprevedibile dell'intelligenza artificiale moderna, in particolare il machine learning e le reti neurali. A differenza di un modello "ad albero" (gerarchico, centralizzato), il rizoma descrive una rete in cui ogni punto può connettersi a qualsiasi altro, senza un centro organizzatore fisso.
Conclusioni (provvisorie): L'idea che la formazione delle idee, cioè il pensiero umano, possa fare a meno della tradizionale struttura ad albero e procedere liberamente, si avvale della antica metafora del rizoma, che procede a sviluppare connessioni laterali e alternative, non provenienti da un centro
Come si è evoluto il pensiero umano? Sappiamo che il pensiero è prevalentemente inconscio, il pensiero razionale si è sviluppato successivamente per rispondere alle esigenze dell'ambiente. La capacità inferenziale inconscia, in tempi molto antichi non databili, ha prodotto l'abduzione, invece quella conscia ha prodotto con Aristotele, nel IV secolo a.C., induzione e deduzione. L'essere umano continua però ad usare inconsciamente l'abduzione, che, non a caso, è definita come "l'inferenza quotidiana" perché la usiamo varie volte al giorno (costituisce più del 99% della nostra attività di pensiero), per "ragionare" e per esprimere le nostre opinioni nel corso di una conversazione: essa è semplice, immediata, frugale e raramente sbagliata. Quasi tutta la vita umana si basa, ancora oggi sull'abduzione. Invece la capacità di pensiero umano è stata ereditata dalle piante, appartiene alla branca rizomatica che costituisce quasi una legge universale che si estende all'evoluzione dell'intero universo. Di questa scrive la scenografa Nera Prota nell'introdurre un laboratorio transdisciplinare sui rizomi nel 2022: "Nel paesaggio delle discipline vi sono immensi alberi a fusto largo, alti e con tante diramazioni che continuano a suddividersi fino alle foglie e ai frutti della conoscenza. Nella penombra di questa boscaglia vivono piante selvatiche, funghi, licheni con la terra e il suo humus. Sotto si ramificano le radici e intorno ad esse, spesso invisibili, si intrecciano i filamenti dei bulbi dando vita ad un universo rizomatico che silenziosamente invade tutto il perimetro del bosco. E' l'immagine che apre ai 'Mille piani' di Gilles Deleuze e Félix Guattari a sollecitare l'idea che essere rizomorfo vuol dire produrre steli e filamenti che sembrano radici, o meglio ancora si connettono con esse, penetrano nel tronco, a rischio di servirsene per nuovi strani usi. Siamo stanchi dell'albero. Lì sotto vi sono collegamenti tra le discipline, domande di ricerca, spunti per le interconnessioni, la complessità delle idee. Sotto la terra umida del bosco, questa fitta rete di terminazioni può mettere in dialogo le discipline tra di esse ed è lì che abbiamo operato in questo laboratorio sperimentale." L'artista filmmaker Stefania Carbonara scrive: "La caratteristica del rizoma che ha portato ad utilizzarlo metaforicamente per concetti filosofici, sociali e culturali è proprio questa sua capacità di sviluppare autonomamente delle nuove piante in condizioni talvolta difficoltose. Il rizoma visto metaforicamente è un anti-radice, un anti-albero, che collega un punto qualsiasi ad un altro, ciascuno dei suoi tratti non rimanda obbligatoriamente a tratti dello stesso genere. A differenza del paradigma ad albero, il rizoma non si riconduce né all’uno né al molteplice. Nel sistema ad albero vi è un centro stabile e un ordine preordinato di significati disposti in modo lineare. Il rizoma è invece un sistema senza centro, non gerarchico, decentrato, reticolare e non sequenziale; e delinea una modalità di pensare la superficie in maniera alternativa rispetto alla metafisica del fondo. Il rizoma si è rilevato un sistema adatto per definire gli spazi connettivi della rete Internet proprio per questa sua struttura reticolare. Questo costituisce la possibilità di fuga in una struttura arboriforme. Se il sistema ad albero impone la metafisica e il verbo essere, alla base delle tipologie di pensiero occidentale, il rizoma ha come tessuto connettivo la congiunzione molteplice: “e…e…e”. [questa è proprio la caratteristica fondamentale della fisica quantistica] È quindi usato per esprimere la complessità di un fenomeno e per unire dei concetti anche molto lontani, ma tali per cui noi possiamo trovarci delle relazioni logiche. Questi concetti vengono trattati nel libro Millepiani, pubblicato nel 1980, da Deleuze e Guattari. È il secondo dei due volumi L’anti-edipo e Capitalismo e schizofrenia. I piani teorici dei due francesi proiettano l’uomo in una realtà virtuale, dove la fuga dal dualismo risiede nella linea tra due o più termini e non da-a. L’obiettivo del rizoma è la teoria della molteplicità, dove le nozioni sono sparse in una rete capace di raggiungere possibili mutazioni. L’opinione dei due pensatori francesi, è una visione completamente vitalistica e liberatoria. Introducendo la figura del rizoma, i due autori delineano una modalità di pensiero che si pone alternativamente rispetto alla metafisica classica. Partendo dalla critica di Nietzsche sulla Morte di Dio, essi scartano la credibilità della verticalità trascendentale che reintroduce un Dio come autore del pensare, ma approvano una immanenza assoluta che rappresenta la vita come un corpo pieno. Questo pensiero deriva dalla convinzione che la vita non ha più bisogno di una forma di riempimento dall’alto, in quanto è abitata da singolarità ed eventi molteplici, esclude dunque una visione al di fuori della filosofia ed è inoltre una visione moderna molto aperta." Wikipedia definisce così il pensiero (al 26/2/2026): "Il pensiero è l'attività della mente, un processo che si esplica nella formazione delle idee, dei concetti, della coscienza, dell'immaginazione, dei desideri, della critica, del giudizio, e di ogni raffigurazione del mondo; può essere sia conscio che inconscio."
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Spesa annua pro capite in Italia per gioco d'azzardo 1.583 euro, per l'acquisto di libri 58,8 euro (fonte: l'Espresso 5/2/17)

Pagina aggiornata il 28 Febbraio 2026

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Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 2.5 Generico
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