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Coloro cui sfugge completamente l'idea che è possibile aver torto non possono imparare nulla, tranne la tecnica. (Gregory Bateson)
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Vivere dualisticamente nel mondo dei qualia
TEORIE > CONCETTI > CERVELLO E MENTE
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Il mondo fenomenico può essere descritto in due modi: con il dualismo o con il riduzionismo. Il Riduzionismo è una delle numerose idee filosofiche riguardanti le associazioni tra fenomeni, che possono essere descritte in termini di altri fenomeni più semplici. Schemi dualistici come esterno/interno, natura/cultura, eredità genetica/variazione ambientale, rispondono tutti al paradigma riduzionista che riconosce solo cause singole e univoche, lasciando spazio casomai a contingenti cause accessorie. La complessità della realtà, e in particolare quella che caratterizza i fenomeni biologici, sfugge a questa visione ristretta dei rapporti causali nella natura: gli organismi non possono essere compresi a partire dall'estrapolazione delle proprietà delle loro parti costitutive. Tuttavia noi umani siamo "dualisti" da sempre. Tenere separati mente e cervello è stata una prerogativa costante della cultura umana che va oggi attenuandosi (ma non troppo) con le scoperte neuroscientifiche. Il dualismo è stato il prezzo da pagare per studiare l'essere umano come meccanismo. Lo psicologo Paolo Legrenzi e il neuropsicologo Carlo Umiltà scrivono nel loro libro "Perchè abbiamo bisogno dell'anima": "I filosofi hanno chiamato "dualismo" l'idea per cui il funzionamento del cervello e quello del corpo, di cui il cervello fa parte, sono, in qualche modo, tenuti separati dalle operazioni della mente. Da molti anni, ormai, i biologi e gli scienziati cognitivi hanno abbandonato il dualismo". Alla luce di tutto questo appare nobile il tentativo degli autori del libro "La Coscienza" di non voler opporre la «concezione di coscienza che prevale nelle neuroscienze, che pretende di essere fondata oggettivamente, a quella del pensiero fenomenologico che sottolinea l’irriducibilità della soggettività», l’intento è invece «quello di creare uno spazio in cui fenomenologia e neuroscienze trovino il loro senso comune e si incontrino in un rapporto dialettico». Lo consideriamo uno degli approcci migliori nel dibattito sulle neuroscienze, l’unico che non tratta la personalità umana come un pezzo anatomico del corpo, da isolare e analizzare in modo settorializzato, e nemmeno la considera indipendente e svincolabile dal supporto biologico su cui è inserita e collegata. Essa «è una formazione composta di più strati saldamente connessi, ma non omogenei. Gli uomini non sono gli schiavi di una natura invincibile e neppure degli angeli che volano sopra il proprio corpo. Per il filosofo e per il neuroscienziato questo significa cercare di comprendere l’uomo che non si identifica mai astrattamente con la salute o con la malattia, con uno degli aspetti della sua variegata personalità, con una sua parte anche se meravigliosamente complessa come il cervello. Significa anche rispettarlo nella complessità del suo essere senza arbitrarie interpretazioni che lo trasformino in oggetto di una ideologia vecchia o nuova che sia» (p. 940). Occorre dunque lasciare alle spalle il naturalismo e lo spiritualismo, andare oltre il riduzionismo e il monismo, ma superare anche il dualismo cartesiano. Per studiare la personalità umana, ci insegnano i tre studiosi (Mauro Ceroni, Faustino Savoldi, Luca Vanzago), occorre assumere un punto di partenza in cui essa è intesa come «una formazione composta di più strati indissolubilmente connessi, qualunque sia la condizione del soggetto umano, dal geniale scienziato all’handicappato più grave». Questo permette di guardare all’uomo, sia dal punto di vista filosofico che scientifico, «come una misteriosa unità duale dentro un Universo di cui rappresenta il punto di consapevolezza, il punto di autocoscienza» (p. 940).
Il punto chiave
L'idea di essere delle anime eteree e immortali, semplicemente di passaggio, ci priva di un autentico senso di appartenenza  alla natura e al nostro pianeta. Il dualismo umanocentrista è forse una delle ragioni che spiegano perchè i movimenti ecologisti faticano così tanto a farsi ascoltare, e dunque perchè continuiamo a distruggere, inesorabilmente e stupidamente, il mondo che ci circonda. Siamo solo di passaggio, la nostra vera realtà è altrove. (Pier Vincenzo Piazza p.18)
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E', nondimeno, innegabile che la spiegazione ultima, almeno sul piano naturalistico, di quel che siamo, si trovi nel cervello [...] Il dualismo è solo un autoinganno [...] della mente. (Gilberto Corbellini)
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Il riduzionismo radicale è figlio di un'aspirazione ultrasecolare alla naturalizzazione del mondo. (Paolo Legrenzi, Carlo Umiltà)
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Il dualismo è il prezzo che si è dovuto pagare perchè l'uomo possa essere studiato come un meccanismo. (Riccardo Luccio p.24)
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Una linea argomentativa comune sui qualia è che la loro esistenza e importanza mostra che le questioni cruciali della coscienza non possono essere ridotte a una mera comprensione biofisica di come funziona il cervello. [...] La cosa orribile della filosofia è che, a differenza degli enigmi di Internet, i suoi grandi problemi non vengono mai risolti. (Matthew Yglesias)
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Noi, di fatto, continuiamo a vivere in un mondo che è, più o meno esplicitamente, dualista. (Paolo Legrenzi, Carlo Umiltà)
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Se adottiamo il punto di vista di Nietzsche, lo spirito greco era caratterizzato da una consapevolezza della realtà divisa dalla sua origine. La Grecia fu la culla di un'esperienza di realtà in cui l'Io si sentiva separato dal mondo esterno. Qui, la separazione cosciente dell'individuo dal suo ambiente si sviluppò prima che in altre culture. Questa visione dualistica del mondo, che il medico e scrittore tedesco Gottfried Benn ha caratterizzato come "destino nevrotico europeo", ha avuto un ruolo decisivo nel corso della storia spirituale europea ed è ancora pienamente operativa nel mondo occidentale. (Albert Hofmann La strada per Eleusi pp.191-192)
Ciò che vediamo è reale ed esiste anche per gli altri?
Nonna, come mai la tua faccia non sblocca il telefono?
Il dualismo, cioè la separazione del cervello dalla mente, è stato il prezzo da pagare per studiare il corpo (e il suo cervello) come un meccanismo
Tha hard problem
coscienza
E' il tuo rosso lo stesso del mio rosso?
E' il tuo rosso uguale al mio rosso? Questa è una domanda a cui è molto difficile rispondere. In un certo senso, il rosso che vedo è lo stesso rosso che vedi tu. Siamo tutti costruiti (quelli che non sono daltonici) per vedere lo spettro visibile della luce da 390 nanometri (viola) a 750 nanometri (rosso). Quindi, quando vedo una mela rossa, rileviamo la luce con frequenza di 400–484 THz con lunghezza d'onda 620–750 nm. Il nostro cervello è stato addestrato e condizionato a percepire quella frequenza come "Rossa". Tuttavia, poiché non c'è modo di sapere cosa "vede" il cervello e come sviluppa l'immagine, non c'è modo di sapere se il "colore" dato alle frequenze "rosse" nel mio cervello è lo stesso "colore" dato alle frequenze "rosse" nel cervello di altre persone. Questo è il motivo per cui è impossibile descrivere il "rosso" ai non vedenti o ai daltonici poiché non abbiamo un modo reale per descriverlo senza usare aggettivi (il rosso è caldo, invitante, sensuale, ecc.). Possiamo descriverlo in termini di lunghezza d'onda e frequenza e altri termini scientifici, ma quei termini sono privi di significato nell'aiutarci a capire quei colori a meno che non possiamo effettivamente "vederli". Questa impossibilità di descrivere un'esperienza è ciò che il filosofo David Chalmers ha chiamato "The hard problem" della coscienza.
Cosa sono i "qualia"
Il filosofo Filippo Pelucchi scrive: "Molti saranno familiari con l’odore del pane appena sfornato, con quella sensazione particolare che proviamo quando vediamo il verde piuttosto che l’arancione, oppure ancora quando ascoltiamo la nostra canzone preferita o mangiamo una fetta di torta al cioccolato. Ebbene, tutti questi casi registrano quelli che in filosofia della mente vengono comunemente detti “qualia”. Il termine è il plurale della parola (di genere neutro) latina “qualis”, che significa “modo, attributo, proprietà”. Infatti, i qualia sono delle proprietà, dei modi in cui ci si presentano determinate esperienze che facciamo nella vita di tutti i giorni e che sono, per definizione, soggettivi e privati. Quelle esperienze che proviamo sono intime, le possiamo provare solo noi e nessun’altro: se un vostro amico siede di fianco a voi mentre state assaggiando del gelato al pistacchio, non saprà quello che state provando mentre fate quella determinata esperienza. I qualia, a detta di alcuni filosofi come David Chalmers, sono delle proprietà non-fisiche e che non possono essere descritte mediante il linguaggio e le scienze. Per tornare all’esempio di prima, io posso stare mezz’ora a cercare di descrivere in modo oggettivo e preciso che cosa sto provando mentre assaggio quella pallina di gelato, ma non riuscirò mai a dare un’analisi dettagliata e scrupolosa di quella determinata esperienza. Inoltre, proprio per il fatto che queste esperienze sono personali e non descrivibili se non provandole direttamente in prima persona, è stato portato un argomento che sostiene che i qualia sarebbero non-fisici "
Consapevolezza/esperienza di una dimensione mentale o spirituale e sua integrazione nel nostro modello di sé intesa come sequenza di transizioni di fase evolutiva che caratterizzano sistemi complessi e auto-organizzanti.
Rappresentazione schematica delle transizioni di fase nell'evoluzione di sistemi complessi che portano all'emergere (frecce verdi spesse) di nuove qualità: le interazioni nelle reti neuronali (a sinistra) portano a funzioni cognitive ed esecutive di agenti autonomi. Questi agenti formano nuovamente reti (freccia blu) e le interazioni tra questi agenti portano all'emergere di realtà sociali (a destra). Le nuove qualità agiscono e alterano l'organizzazione dei rispettivi substrati sottostanti (frecce verdi). (Cliccare per approfondire)
Cosa faremmo se pensassimo di possedere solo un corpo mortale e non un'anima immortale?
Siamo "dualisti" da sempre. Tenere separati mente e cervello è stata una prerogativa costante della cultura umana che va oggi attenuandosi con le scoperte neuroscientifiche. Il dualismo è stato il prezzo da pagare per studiare l'essere umano come meccanismo. Lo psicologo Paolo Legrenzi e il neuropsicologo Carlo Umiltà scrivono nel loro libro "Perchè abbiamo bisogno dell'anima" (p.15):

I filosofi hanno chiamato "dualismo" l'idea per cui il funzionamento del cervello e quello del corpo, di cui il cervello fa parte, sono, in qualche modo, tenuti separati dalle operazioni della mente. Da molti anni, ormai, i biologi e gli scienziati cognitivi hanno abbandonato il dualismo.

Sui vantaggi del dualismo scrive il biologo Pier Vincenzo Piazza nel libro "Homo Biologicus" (p.18):

Le religioni separano in maniera pittosto netta il corpo e l'essenza immateriale che lo abita e stabiliscono una chiara gerarchia tra i due, assegnando all'anima una posizione dominante. Il corpo e la realtà fisica non sono che un passaggio, una breve parentesi che precede la realtà immateriale che accoglierà l'anima per un tempo infinito. Questa gerarchia che sembra logica e naturale un po' a tutti non ha soltanto dei vantaggi.

Sulla relazione tra qualia, coscienza e realtà fenomenica il giornalista Matthew Yglesias (vedi bibliografia 2015), scrive:

Per molti filosofi, questi problemi di qualia dimostrano che la mente umana cosciente non può essere ridotta ai processi fisici e biologici del cervello. Altri filosofi contestano questo (dopotutto è filosofia) e propongono varie teorie per conciliare la presunzione che il mondo intero sia fisico con la realtà vissuta dell'esperienza soggettiva e dei qualia. Un altro approccio è stato adottato dal filosofo Daniel Dennett nel suo articolo del 1988  "Quining Qualia" . L'argomento di Dennett è che, nonostante la loro distinta discendenza nella letteratura filosofica, nessuno può fornire un resoconto coerente di cosa siano i qualia. È facile convincere gli studenti di filosofia a crederci con un paio di esperimenti mentali, ma non sono una parola normale del linguaggio quotidiano perché in realtà sono solo un volo di filosofi fantasiosi inventato per negare la verità del materialismo.

In uno studio su un approccio naturalistico alla coscienza di Wolf Singer (vedi bibliografia 2019), il neuroscienziato Maurizio Mattia scrive:

I tentativi di fornire spiegazioni naturalistiche per il fenomeno della coscienza si trovano ad affrontare almeno tre grandi difficoltà. Il primo deriva dal fatto che l'explicandum non è ben definito. Il secondo deriva dalla comprensione ancora rudimentale dei processi neuronali alla base delle funzioni cognitive superiori. E il terzo è relativo al "problema difficile" della ricerca sulla coscienza (per la revisione, vedere Dennett, 2018), l'intuizione che anche se avessimo un resoconto completo dei correlati neuronali della coscienza (NCCP) non saremmo comunque in grado di spiegare come le esperienze in prima persona dei risultati dell'elaborazione cosciente, i qualia, emergono dalle interazioni neuronali descritte da una prospettiva in terza persona.

Il cervello è nel mondo o il mondo è nel nostro cervello?

Schemi dualistici come esterno/interno, natura/cultura, eredità genetica/variazione ambientale, rispondono tutti al paradigma riduzionista che riconosce solo cause singole e univoche, lasciando spazio casomai a contingenti cause accessorie. La complessità della realtà, e in particolare quella che caratterizza i fenomeni biologici, sfugge a questa visione ristretta dei rapporti causali nella natura: gli organismi non possono essere compresi a partire dall'estrapolazione delle proprietà delle loro parti costitutive.

L'Unione Cristiani Cattolici Razionali (UCCR), nel recensire il libro "La coscienza" scrive (vedi bibliografia 2017): "Esiste una estrema varietà di posizioni e concezioni riguardo alla coscienza, davanti alla quale è importante saper scegliere «il punto di partenza, da esso dipendono in gran parte le conclusioni e i contributi dei vari autori», scrivono Ceroni, Vanzago e Savoldi. «Si resta, tuttavia, sorpresi da quanto poco il punto di partenza sia messo in discussione nelle opere della maggioranza degli autori. Esso rappresenta il fondamento a partire dal quale vengono criticate altre posizioni, spesso senza che si operi un confronto effettivo sui punti di partenza delle concezioni in discussione. Riteniamo che sia esattamente questo, cioè l’indisponibilità della messa in discussione del proprio punto di partenza, a costituire una della maggiori difficoltà nel dibattito neuroscientifico attuale» (p. 890).

Legrenzi e Umiltà scrivono (p.12):

Il riduzionismo radicale è figlio di un'aspirazione ultrasecolare alla naturalizzazione del mondo.
Verso una teoria unificata del funzionamento del cervello?
Il biologo-filosofo Roberto Ferrari, nel presentare un suo intervento: "Predictive coding, una teoria unificata del cervello" a un convegno, scrive: "Le neuroscienze cercano di arrivare a una teoria unificata del funzionamento del cervello, analogamente alla ricerca della teoria del campo unificato in fisica. In questo modo si arriverebbe a spiegare come da un chilogrammo di neuroni emerga la percezione del film della vita, la nostra capacità di agire e di apprendere, e forse la nostra stessa coscienza. Basta accettare la tesi di fondo della codificazione predittiva: che il nostro mondo sia niente più che un’allucinazione controllata, che chiamiamo “realtà”.
Sempre lo stesso Roberto Ferrari dell'associazione Asia di Bologna scrive nel 2013 (vedi bibliografia):

Con un'espressione fortunata, David Chalmers ha chiamato quello dei qualia il "problema difficile" (the hard problem) degli studi sulla mente, e su di esso si concentra per cercare l'elemento nuovo che possa spiegarlo. Propone una teoria che sembra una tresca tra il funzionalismo dei computer e il dualismo. Fa incontrare queste due scuole di pensiero quasi di nascosto, come amanti clandestini, perché il dualismo è sempre stato antipatico alla scienza, e il Funzionalismo non è più tanto di moda a causa dei successi delle neuroscienze. [...] Il dualismo di Chalmers è in 'terza persona'. In esso la coscienza è un "elemento in più", un fatto naturale come l'elettrone e il protone: possiamo chiamarlo il 'coscienzione'. Ma se la sua natura non è materiale, di cosa si tratta? Per Chalmers la sua vera natura è quella informazionale. In questo svela le sue basi filosofiche da funzionalista, per le quali l'informazione ha sempre sia un sostrato fisico - inchiostro e carta, onde sonore, elettroni di un computer - sia un aspetto fenomenico. Grazie all'informazione che contiene, l' 'organizzazione funzionale' (cervello o computer) origina la coscienza che fa esperienza fenomenica.
Le neuroscienze cercano di arrivare a una teoria unificata del funzionamento del cervello, analogamente alla ricerca della teoria del campo unificato in fisica. In questo modo si arriverebbe a spiegare come da un chilogrammo di neuroni emerga la percezione del film della vita, la nostra capacità di agire e di apprendere, e forse la nostra stessa coscienza
"The hard problem" - Le neuroscienze vorrebbero portare alla naturalizzazione della mente e alla scomparsa del dualismo?
Legrenzi e Umiltà, nel libro "Perchè abbiamo bisogno dell'anima", riguardo all'importanza dell'incoscio per la riflessione e l'azione umana, scrivono (p.29):

Mentre Freud sosteneva di aver dimostrato, con la nozione d'inconscio,  che "non siamo padroni a casa nostra", oggi gli psicologi dimostrano che questo è un punto di forza. E' un vantaggio perchè permette di muoversi a più livelli, da quelli automatici e inconsapevoli, a quelli controllati, aumentando così le nostre capacità mentali.

Il neurofisiologo Wolf Singer, nel discutere un approccio naturalistico allla coscienza (The Hard Problem) scrive (vedi bibliografia 2019):

In ogni momento, i soggetti sono consapevoli solo di una piccola parte delle loro operazioni cognitive ed esecutive. Tuttavia, i segnali di cui i soggetti non sono consapevoli possono essere elaborati in modo molto approfondito e influenzare il comportamento ( Dehaene et al., 1998 ). Pertanto, devono esserci meccanismi di soglia che determinano quali segnali vengono elaborati consapevolmente, quali vengono elaborati e controllano il comportamento ma rimangono inconsci e quali non vengono elaborati affatto.

Wolf Singer scrive:

La prima transizione di fase è l'emergere di funzioni cognitive da interazioni complesse nelle reti neuronali. La seconda fase di transizione è l'emergere di realtà sociali dalle complesse interazioni in reti di agenti cognitivi. In entrambi i casi i fenomeni emergenti, le funzioni cognitive generate dalle reti neurali e le realtà sociali generate dalle reti sociali, trascendono le proprietà dei componenti delle rispettive reti. I fenomeni emergenti non possono essere compresi considerando solo le proprietà dei rispettivi nodi di rete e non possono essere descritti con i termini utilizzati per la descrizione dei nodi. Quindi è stato necessario sviluppare diversi sistemi linguistici per catturare le proprietà dei fenomeni emergenti. C'è un linguaggio per la descrizione dei processi neuronali, un altro per la caratterizzazione delle funzioni cognitive ed esecutive emergenti, un altro ancora per la descrizione degli agenti cognitivi nel loro ruolo di nodi nelle reti sociali e infine c'è un linguaggio per catturare le realtà sociali emergenti. Questi sistemi linguistici sono rappresentati ciascuno da diverse discipline scientifiche, la seconda e la terza a cavallo del confine tra le scienze naturali e le discipline umanistiche e la quarta essendo interamente un dominio delle scienze umane. I tentativi passati di mettere in relazione la coscienza con i processi neuronali e di ridurre il divario esplicativo tra i processi neuronali materiali ei qualia dell'esperienza soggettiva hanno considerato solo la prima transizione di fase e in gran parte trascurato la seconda, che è la probabile ragione per cui il divario viene percepito troppo grande per essere chiuso.
Conclusioni (provvisorie):La complessità della realtà, e in particolare quella che caratterizza i fenomeni biologici, sfugge alla visione ristretta dei rapporti causali nella natura: gli organismi non possono essere compresi a partire dall'estrapolazione delle proprietà delle loro parti costitutive
Il mondo fenomenico può essere descritto in due modi: con il dualismo o con il riduzionismo. Il Riduzionismo è una delle numerose idee filosofiche riguardanti le associazioni tra fenomeni, che possono essere descritte in termini di altri fenomeni più semplici. Schemi dualistici come esterno/interno, natura/cultura, eredità genetica/variazione ambientale, rispondono tutti al paradigma riduzionista che riconosce solo cause singole e univoche, lasciando spazio casomai a contingenti cause accessorie. La complessità della realtà, e in particolare quella che caratterizza i fenomeni biologici, sfugge a questa visione ristretta dei rapporti causali nella natura: gli organismi non possono essere compresi a partire dall'estrapolazione delle proprietà delle loro parti costitutive. Tuttavia noi umani siamo "dualisti" da sempre. Tenere separati mente e cervello è stata una prerogativa costante della cultura umana che va oggi attenuandosi (ma non troppo) con le scoperte neuroscientifiche. Il dualismo è stato il prezzo da pagare per studiare l'essere umano come meccanismo. Lo psicologo Paolo Legrenzi e il neuropsicologo Carlo Umiltà scrivono nel loro libro "Perchè abbiamo bisogno dell'anima": "I filosofi hanno chiamato "dualismo" l'idea per cui il funzionamento del cervello e quello del corpo, di cui il cervello fa parte, sono, in qualche modo, tenuti separati dalle operazioni della mente. Da molti anni, ormai, i biologi e gli scienziati cognitivi hanno abbandonato il dualismo. Alla luce di tutto questo appare nobile il tentativo dei tre autori di non voler opporre la «concezione di coscienza che prevale nelle neuroscienze, che pretende di essere fondata oggettivamente, a quella del pensiero fenomenologico che sottolinea l’irriducibilità della soggettività», l’intento è invece «quello di creare uno spazio in cui fenomenologia e neuroscienze trovino il loro senso comune e si incontrino in un rapporto dialettico» (p. 939). Lo consideriamo uno degli approcci migliori nel dibattito sulle neuroscienze, l’unico che non tratta la personalità umana come un pezzo anatomico del corpo, da isolare e analizzare in modo settorializzato, e nemmeno la considera indipendente e svincolabile dal supporto biologico su cui è inserita e collegata. Essa «è una formazione composta di più strati saldamente connessi, ma non omogenei. Gli uomini non sono gli schiavi di una natura invincibile e neppure degli angeli che volano sopra il proprio corpo. Per il filosofo e per il neuroscienziato questo significa cercare di comprendere l’uomo che non si identifica mai astrattamente con la salute o con la malattia, con uno degli aspetti della sua variegata personalità, con una sua parte anche se meravigliosamente complessa come il cervello. Significa anche rispettarlo nella complessità del suo essere senza arbitrarie interpretazioni che lo trasformino in oggetto di una ideologia vecchia o nuova che sia» (p. 940). Occorre dunque lasciare alle spalle il naturalismo e lo spiritualismo, andare oltre il riduzionismo e il monismo, ma superare anche il dualismo cartesiano. Per studiare la personalità umana, ci insegnano i tre studiosi, occorre assumere un punto di partenza in cui essa è intesa come «una formazione composta di più strati indissolubilmente connessi, qualunque sia la condizione del soggetto umano, dal geniale scienziato all’handicappato più grave». Questo permette di guardare all’uomo, sia dal punto di vista filosofico che scientifico, «come una misteriosa unità duale dentro un Universo di cui rappresenta il punto di consapevolezza, il punto di autocoscienza» (p. 940).

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    Pagina aggiornata il 23 maggio 2022

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