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Coloro cui sfugge completamente l'idea che è possibile aver torto non possono imparare nulla, tranne la tecnica. (Gregory Bateson)
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La Coscienza è il mistero più grande dell'universo: il pensiero è un processo cosciente che poggia su una struttura profonda di processi inconsci?
TEORIE > CONCETTI > QUANTISTICA2
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Stuart Hameroff scrive: "Cos'è la coscienza? Gli approcci convenzionali la vedono come una proprietà emergente di interazioni complesse tra singoli neuroni; tuttavia, questi approcci non riescono ad affrontare le caratteristiche enigmatiche della coscienza. Di conseguenza, alcuni filosofi hanno sostenuto che i "qualia", ovvero un mezzo esperienziale da cui deriva la coscienza, esistano come componente fondamentale della realtà. Whitehead, ad esempio, ha descritto l'universo come composto da "occasioni di esperienza". Roger Penrose ha proposto una nuova fisica della riduzione oggettiva: "OR", che fa appello a una forma di gravità quantistica per fornire una descrizione utile dei processi fondamentali al confine tra teoria quantistica e classica. All'interno dello schema OR, consideriamo che la coscienza si verifichi se un sistema opportunamente organizzato è in grado di sviluppare e mantenere una sovrapposizione quantistica coerente fino al raggiungimento di uno specifico criterio "oggettivo" (una soglia correlata alla gravità quantistica); il sistema coerente si auto-riduce quindi (riduzione oggettiva:OR). "
Secondo lo psicologo e neuroscienziato Stanislas Dehaene la coscienza è il risultato di un'attività cerebrale che sollecita la neocorteccia al di là della sua soglia di attivazione. Egli scrive nel libro "Coscienza e cervello": "Prima che avvenisse l'ominazione, la corteccia prefrontale dei primati possedeva già uno spazio di lavoro nel quale le fonti d'informazione passate e presenti, debitamente soppesate per la loro affidabilità, potevano essere catalogate per guidare le decisioni. Da allora, un passaggio evolutivo chiave, forse peculiare degli esseri umani, sembra aver aperto questo spazio di lavoro agli input sociali provenienti dalle altre menti. Lo sviluppo di questa interfaccia sociale ci ha permesso di raccogliere i benefici di un algoritmo decisionale sociale: confrontando la nostra conoscenza con quella degli altri abbiamo preso decisioni migliori."  Le ultime scoperte rese possibili dalle tecniche di imaging hanno permesso di ipotizzare un ruolo centrale per le nostre connessioni cerebrali, più che per i singoli gruppi di neuroni, cioè per il nostro Connettoma. Scrive Dehaene: "I nostri stati neuronali fluttuano incessantemente in una maniera parzialmente autonoma, creando un mondo interno di pensieri personali, e anche quando sono posti a confronto con identici input sensoriali, essi reagiscono differentemente, secondo il nostro umore, i nostri obiettivi e i nostri ricordi. [...] Ciò che ne emerge è un "presente ricordato". Una cifra personalizzata del qui e ora, arricchita da ricordi persistenti e da previsioni anticipate, che proietta costantemente una prospettiva in prima persona sul suo ambiente: un mondo interno cosciente."  Il filosofo Thomas Metzinger ha indagato, nel libro "Il tunnel dell'io", le varie forme di coscienza di sé avvalendosi delle ultime ricerche neuroscientifiche. Egli sostiene che i nostri organi di senso sono limitati, nel senso che si sono evoluti solo per percepire, nell'enorme ricchezza del mondo, solo i fenomeni che consentivano la sopravvivenza. Per questo motivo l'esperienza cosciente non è l'immagine della realtà ma piuttosto, secondo la metafora di Metzinger, quella di un tunnel che ne cattura solo una piccola parte. Scrive Metzinger: "La coscienza è "l'apparire di un mondo". L'essenza  del fenomeno dell'esperienza cosciente sta nel fatto che una singola e unificata realtà diventa presente: se siete coscienti un mondo vi appare. Ciò è vero sia per i sogni sia per gli stati di veglia, ma nel sonno profondo senza sogni nulla appare: non vi è disponibile il fatto che ci sia una realtà fuori di voi e che voi siate presenti in essa; non sapete addirittura di esistere. [...] Nell'evoluzione darwiniana, una prima forma di coscienza potrebbe essere comparsa circa 200 milioni di anni fa nelle primitive cortecce cerebrali dei mammiferi, fornendo loro la consapevolezza corporea e il senso di un mondo circostante e guidando il loro comportamento." Come riconoscere il mondo reale tra tutti i mondi immaginari possibili? Si chiede Metzinger: se l'Homo sapiens ha lentamente acquisito la capacità di immaginare condizioni alternative a quelle reali,  come ha fatto a distinguere tra la realtà e la rappresentazione? Scrive Metzinger: "Gli esseri umani sanno che alcune delle loro esperienze coscienti non si riferiscono al mondo reale, ma sono soltanto rappresentazioni che hanno luogo nelle loro menti. [...] Avendo esperienza cosciente di alcuni elementi del nostro tunnel in termini di mere immagini o di pensieri relativi al mondo, siamo divenuti consapevoli della possibilità di avere rappresentazioni erronee. Abbiamo capito che talvolta commettiamo degli errori, poiché la realtà non è che un tipo specifico di apparenza. In quanto sistemi rappresentazionali evoluti, abbiamo potuto rappresentare uno dei fatti più rilevanti fra quelli che ci riguardano, ossia che "siamo" sistemi rappresentazionali. Siamo stati abili a cogliere i significati di nozioni come verità e falsità, conoscenza e illusione. Non appena siamo divenuti padroni di questa distinzione, l'evoluzione culturale è esplosa, poiché siamo diventati sempre più intelligenti aumentando sistematicamente le conoscenze e riducendo parallelamente l'illusione."
I neuroscienziati Gerald Edelman e Giulio Tononi, alla luce degli attuali sviluppi dell'intelligenza artificiale (AI), sollevano dei dubbi sul tipo di coscienza cui possono aspirare i futuri manufatti. Essi scrivono: "Il radicamento nel singolo corpo è [per l'uomo] il prezzo da pagare per accedere a qualsiasi esperienza qualitativa. [Questo toglie ogni prospettiva a ciò che sarà possibile ai futuri robot umanoidi e geminoidi] Vi è tuttavia un nuovo allargamento di  conoscenza che si schiuderebbe in quel rimarchevole momento del nostro viaggio intellettuale. E' l'opportunità di vedere come un fenotipo radicalmente differente [AI] dotato della facoltà della coscienza di ordine superiore categorizzi in realtà lo stesso mondo, quel mondo che insieme condividiamo. La probabilità che questo fenotipo sarà come i nostri o anche come quelli di un animale complesso appaiono sempre più flebili." Nel 2022, con la pubblicazione del libro "Irriducibile" il fisico Federico Faggin ha avanzato una nuova ipotesi sulla natura della coscienza, ipotesi basata su esperienze personali e su analisi di fisica quantistica condotte dal fisico Giacomo Mauro D'Ariano. Tale ipotesi (ancora da verificare sperimentalmente) prevede che la coscienza non si generi all'interno del cervello ma che sia già presente nell'Universo dall'inizio dei tempi e costituisca, metafisicamente, l'essenza  della realtà, come era già stato anticipato circa 2500 anni fa da alcune religioni orientali (il Tao, i Veda, il Buddismo). Ma, per avere prove più concrete sull'esistenza di una coscienza universale, dobbiamo andare alle numerose esperienze di premorte (NDE  near death experience), delle quali parla Ervin Laszlo alle pagine 13-25 del libro "Mente immortale".
Coscienza senziente: come il cervello genera la realtà?
La realtà che percepisci è un'allucinazione controllata generata dal tuo cervello nel buio totale del cranio. Nonostante l'universo sia fatto di radiazioni e molecole, la tua mente trasforma semplici impulsi elettrici in colori, sapori ed emozioni. In questo video esploriamo il "Problema Difficile" della coscienza attraverso visualizzazioni 3D avanzate. Analizzeremo come i neuroni comunicano tramite segnali elettrici e chimici, cercando di capire il salto misterioso dalla materia fisica all'esperienza soggettiva (qualia). Dalla teoria dell'informazione integrata al panpsichismo, scopriamo insieme perché non sei solo una macchina biologica.
La Coscienza è illimitata, ma noi l'abbiamo dimenticato...
Noi viviamo usando la stessa funzione d'onda della Coscienza (quella di prima). Dobbiamo aggiornare la funzione d'onda! Ecco perchè la nostra vita non cambia!
Punto chiave di questa pagina
LO SPAZIO NEURONALE GLOBALE: Secondo lo psicologo e neuroscienziato Stanislas Dehaene la coscienza è il risultato di un'attività cerebrale che sollecita la neocorteccia al di là della sua soglia di attivazione. Egli scrive nel libro "Coscienza e cervello" (p.159): "Prima che avvenisse l'ominazione, la corteccia prefrontale dei primati possedeva già uno spazio di lavoro nel quale le fonti d'informazione passate e presenti, debitamente soppesate per la loro affidabilità, potevano essere catalogate per guidare le decisioni. Da allora, un passaggio evolutivo chiave, forse peculiare degli esseri umani, sembra aver aperto questo spazio di lavoro agli input sociali provenienti dalle altre menti. Lo sviluppo di questa interfaccia sociale ci ha permesso di raccogliere i benefici di un algoritmo decisionale sociale: confrontando la nostra conoscenza con quella degli altri abbiamo preso decisioni migliori."
Punti di riflessione
Il problema della coscienza riguarda l'esperienza soggettiva, la struttura della nostra vita interiore, e non la conoscenza del mondo esterno. (Thomas Metzinger p.12)
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L'entropia è una quantità adimensionale che viene utilizzata per misurare l'incertezza sullo stato di un sistema ma può anche implicare qualità fisiche, dove alta entropia è sinonimo di alto disordine. L'entropia viene qui applicata nel contesto degli stati di coscienza e della neurodinamica ad essi associata, con particolare attenzione allo stato psichedelico. Lo stato psichedelico è considerato un esempio di uno stato di coscienza primitivo o primario che ha preceduto lo sviluppo della coscienza di veglia moderna, adulta, umana e normale. (Robin Carhart-Harris et al.)
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In senso ampio la coscienza è la realtà vissuta. E' sentirsi vivi. E' la sola porzione di eternità che mi spetta. Senza esperienza sarei uno zombie, non riconoscerei me stesso. Certo, esistono anche altri aspetti della mia mente. In particolare, esiste il vasto regno del non- e dell'inconscio che esiste al di là della ribalta della coscienza. Eppure, la parte problematica della questione mente-corpo riguarda la coscienza, non l'elaborazione inconscia: il mistero è che io possa vedere qualcosa, sentire qualcosa, non come il mio sistema visivo elabori la pioggia di fotoni che si imprimono sulla mia retina così da identificare un volto. Qualsiasi smartphone è in grado di fare un'elaborazione del genere, ma non riesce a vedere o sentire qualcosa. (Christof Koch pp. 9-10)
You voted according the conscience? Yes, but then I realized that was not mine.
Emilio del Giudice e Mauro Bergonzi sulla coscienza come fenomeno dell'universo
Magnifica lezione di Emilio Del Giudice sull'origine della fisica quantistica che attiene all'origine della vita, e di Mauro Bergonzi sull'universo non dualista della coscienza nel Vedanta
Esistono molteplici tipi di Coscienza, che può essere misurata
Alcuni batteri già superano la coscienza (phi) di certi sistemi IA. La coscienza non è una proprietà binaria, ma si esprime su uno spettro continuo e se viene misurata su sistemi biologici o artificiali si basa sulla misura (su una base analogica) di tre parametri: 1-integrazione di informazioni; 2-capacità di un sistema di rappresentare se stesso; 3-capacità di autorappresentazione
Un modello per la mente: lo Spazio di lavoro neuronale globale
Stanislas Dehaene
(da "Cervello e Coscienza" p.225): La teoria dello spazio di lavoro neuronale globale [di Dehaene e Changeaux] propone che ciò di cui abbiamo esperienza come coscienza sia la condivisione globale dell'informazione. Il cervello contiene dozzine di processori locali (rappresentati dai cerchietti), ciascuno specializzato per un tipo di operazione. Un sistema di comunicazione specifico, lo "spazio di lavoro globale", permette loro di condividere in maniera flessibile l'informazione. In ogni determinato momento lo spazio di lavoro seleziona un sottoinsieme di processori, stabilisce una rappresentazione coerente dell'informazione che questi codificano, la trattiene nella mente per una quantità di tempo arbitraria e la restituisce disseminandola, praticamente, in qualsiasi altro processore. Ogni volta che accede allo spazio di lavoro, un brandello d'informazione diventa cosciente.
La coscienza è un fenomeno dell'Universo?
L'astrofisico Massimo Teodorani scrive (vedi bibliografia 2022):

In base ai calcoli, si è in grado di stabilire che per generare un momento di coscienza corrispondente alla riduzione orchestrata, sia necessario un numero di 109 tubuline. Questa seconda fase innesca, automaticamente in seguito al collasso della funzione d’onda, i normali processi elettrici tramite i quali neuroni e sinapsi comunicano tra loro tramite segnali convenzionali.
Le conoscenze tradizionali sul funzionamento del cervello non erano sbagliate in sé, ma solo profondamente incomplete, dal momento che prendevano in considerazione solo gli effetti delle cose ma non le cause (questa è una caratteristica costante di tutta la scienza tradizionale di stampo prettamente Newtoniano).
Ma che cosa determina il collasso della “funzione d’onda cerebrale”?
Non si tratta di un processo di misura o osservazione come avviene nei normali processi quantistici, né della decoerenza per via delle interazioni distruttive a livello quantistico che possono avvenire nel cervello. Qui si tratta di un processo completamente diverso che ha le sue radici nella gravità quantistica. Sembrerà strano, un collasso gravito-quantistico all’interno del cervello sarebbe davvero una cosa buffa, ma è reale ed è comprensibile una volta che si capisce il contesto fisico preciso in cui essa avviene. Penrose ritiene che le sovrapposizioni quantistiche di stati a livello delle tubuline nei microtubuli si manifestino come “separazioni” a un livello molto elementare della realtà: l’ultima delle realtà possibili, almeno in base alle più avanzate conoscenze di fisica teorica. Si tratta proprio del campo di Planck, quella “zona” denominata anche “schiuma quantistica” (o vuoto quantistico, che è solo un falso vuoto), dove il mondo quantistico e il mondo relativistico finiscono per coincidere per forza, dal momento che questo campo è al contempo materia-energia (soggetta a effetti quantistici) e spazio-tempo.
Secondo la teoria della relatività, una massa ha la caratteristica di incurvare lo spazio-tempo. Penrose ritiene che proprio la gravità, generata dalla massa, sia importante per comprendere gli enigmi della meccanica quantistica, e che la meccanica quantistica debba essere modificata per lasciare spazio agli effetti della gravità, piuttosto che il contrario. E il campo di Planck è il contesto ideale dove sviluppare questa fisica.
Roger Penrose ha infatti studiato a fondo il problema dell’unificazione tra meccanica quantistica e relatività generale sotto forma della sua teoria degli “spin network”, e proprio nel cervello avrebbe trovato una zona ideale dove questa unificazione può avere luogo, solo che prima del collasso della funzione d’onda (il momento di coscienza) è come se gli elementi che forniscono coscienza al cervello si trovassero in uno stato di animazione sospesa in un’altra dimensione: appunto il campo di Planck, con una lunghezza caratteristica di 10-33 cm.



Cosa sono gli stati di sovrapposizione quantistica?
Cosa succede quando abbiamo gli stati di sovrapposizione quantistica nell’orchestra di microtubuli entangled che animano il cervello? Questi corrispondono a delle separazioni (o bolle) nello spaziotempo, e si tratta di fattori che lo fanno collassare allo stesso modo in cui una massa collassa in un buco nero. Quella “informazione sospesa” che caratterizza gli stati di sovrapposizione, è quella che da Penrose viene denominata “informazione protoconscia”. Essa risiede nel campo di Planck, ma Penrose estende proprio a questa scala la teoria della relatività generale (in cui una massa curva lo spazio tempo). In tal modo, arrangiamenti specifici di masse come ad esempio quelle dei microtubuli, rappresentano allora configurazioni specifiche della geometria dello spaziotempo.
Ma qui non ci troviamo attorno all’ergosfera di un buco nero, ma in un ambiente microscopico e allora agli effetti relativistici vanno aggiunti quelli quantistici: in tal modo la massa-energia delle tubuline nei microtubuli incurva lo spazio-tempo, e quando le tubuline si trovano in stato di sovrapposizione quantistica, questo nello spazio-tempo si manifesta come “separazioni” della massa totale, che non è altro che un effetto simultaneo (per entanglement) di curvatura spazio-temporale in opposte direzioni. In queste circostanze una proteina come la tubulina viene a trovarsi in due stati sovrapposti corrispondenti a due alternative curvature spazio-temporali: ciò corrisponde esattamente a uno stato di sovrapposizione quantistica di 0 e 1.
Il cervello umano: un computer quantistico?
Si immagini il numero di tubuline che si trovano in questo stato all’interno di un singolo microtubulo e al numero totale di microtubuli nel cervello: avremo un numero spropositato di Qubit. Ma questa non è altro che la manifestazione di un computer quantistico! Infatti, in fase di sovrapposizione le tubuline comunicano con le altre tubuline entangled che si trovano nello stesso microtubulo, negli altri microtubuli che si trovano nello stesso neurone, e nei microtubuli dei neuroni vicini e poi attraverso regioni macroscopiche del cervello. Ma tutti questi processi traggono la loro origine dalla scala di Planck, ovvero dal vuoto quantistico! Sembra che il vuoto quantistico sia una “zona” lontana da noi; in realtà si trova nello spazio interatomico, cioè ovunque, e quindi anche nel nostro corpo e nei microtubuli. Ma all’aumentare delle dimensioni di un dato sistema di sovrapposizioni quantistiche come nel caso dell’immenso mare di microtubuli nel cervello, ci si viene a trovare a un punto – un valore di soglia – in cui un “fattore obiettivo” rappresentato dalla gravità quantistica del campo di Planck determinerà il collasso di tutta questa sovrapposizione.
Sul piano di Planck – ovvero del vuoto quantistico – ciò si manifesta quando una curvatura nello spazio-tempo diventa troppo grande: finirà per collassare in uno stato o in un altro, sotto l’azione della gravità stessa!

La gravità, in particolare la gravità quantistica, può essere paragonata ad una specie di colla che impedisce all’universo di suddividersi in tanti universi differenti e di tenersi invece compattato in un’unica entità. Differentemente dalla “teoria dei molti mondi” di Everett, Deutsch e altri, Penrose ritiene che questo sia l’unico modo per permettere l’esistenza della coscienza, appunto per mezzo di un evento obiettivo di gravità quantistica. Questi collassi – o “riduzioni obiettive”, funzionano come una specie di “valvola termoregolatrice” che tiene la nostra coscienza focalizzata in un solo universo e al contempo funziona come meccanismo di “plug-in” in grado di unire il nostro essere nel mondo fisico con l’essere cosmico eterno del reame di Planck. Seguendo questa teoria, ciò che chiamiamo coscienza, non è altro che un flusso, una sequenza continua di momenti di coscienza ciascuno corrispondente ad altrettanti collassi gravito-quantistici. Va specificato però che a creare coscienza non è il classico collasso della funzione d’onda che ha luogo quando un sistema quantistico interagisce con l’ambiente (decoerenza) oppure quando subisce un processo di misura. In questo caso si tratta di un collasso autoindotto che tiene conto anche della componente quantistica della gravità e che avviene spontaneamente e in maniera obiettiva, non appena viene superato un certo valore di soglia. Dunque il collasso della funzione d’onda non è un semplice collasso quantistico, ma è un collasso gravitazionale dovuto a fattori obiettivi intrinseci alla struttura dello spazio-tempo. Tanto maggiore è la massa e tanto maggiore e rapido è il collasso gravitazionale.
Come avviene il collasso della funzione d’onda
Il collasso della funzione d’onda, che crea coscienza, dura un tempo brevissimo, e ciò avviene perché la massa (a sua volta corrispondente a un’energia, in virtù della teoria della relatività) totale corrispondente al numero di microtubuli del cervello è relativamente molto elevata. La massa è inversamente proporzionale al tempo di collasso: tanto maggiore sarà la massa e tanto minore sarà il tempo con cui avrà luogo il collasso, ovvero la riduzione obiettiva di Penrose-Hameroff. Ecco perché esiste una differenza tra gli stati di coscienza umani e quello degli animali, anche i più piccoli e primordiali, come le amebe: tutto si rapporta in differenze di masse.
Questo concetto può essere espresso attraverso una semplicissima formula:

E = h/ T, dove:E rappresenta la auto-energia gravitazionale della massa totale delle sovrapposizioni quantistiche nei microtubuli,
H è la costante di Planck divisa per 2π,
T è il tempo di coerenza fino al collasso.

Da ciò si evince che l’energia totale di un sistema gravito-quantistico in condizione di sovrapposizione di stati è inversamente proporzionale al tempo che ci vuole per arrivare alla riduzione obiettiva, cioè al momento di coscienza. In sostanza, nel caso del cervello umano, abbiamo un collasso in tempi brevissimi per il fatto che l’energia corrispondente alla massa dei microtubuli coinvolti in un momento di coscienza è enorme.
Nel cervello umano ci sono ben 1018 tubuline e affinché avvenga un momento di coscienza ha bisogno di almeno 109 tubuline in stato di entanglement. Per raggiungere un momento di coscienza di 1/10 – 1/100 di secondo (più tipicamente 1/40 sec corrispondente all’oscillazione cerebrale EEG32 di 40 Hz), si richiede una condizione di sovrapposizione quantistica dei microtubuli in soli 100.000 neuroni. È ovvio allora che se per avere un momento di coscienza per un essere umano ci vuole così poco tempo, allora questo vuole dire che nel corso della fase di veglia un essere umano può sperimentare fino a un milione di momenti di coscienza nell’arco della giornata. Questo rende l’uomo un essere indubbiamente superiore. Non che una singola cellula (dotata di microtubuli) non possa avere da sola coscienza, ma data la massa molto bassa in gioco, per avere un momento di coscienza ci vorrebbe almeno un’ora: ciò significa che una cellula singola nel corso della giornata avrebbe solo 24 momenti di coscienza: troppo pochi perché una cellula sia in grado di provare stupore di fronte a un quadro di Van Gogh. Inoltre è improbabile che uno stato di sovrapposizione quantistica possa essere mantenuto per tempi lunghi fino a un’ora, senza che la decoerenza ne distrugga lo stato. Questo ci mostra perché solo tramite il cervello nella sua globalità è possibile raggiungere momenti di coscienza brevissimi quanto basta per agire prima che la decoerenza distrugga lo stato di sovrapposizione. Allora vediamo che l’essere umano non è un ente casuale ma è una macchina intelligente di formidabile raffinatezza: ha un cervello che permette momenti di coscienza sufficientemente brevi da evitare la decoerenza e sufficientemente numerosi da permettere l’esistenza di geni come Stephen Hawking o come Leonardo da Vinci.
Alla luce di quanto detto, possiamo affermare che il cervello sia la sede della coscienza? Ebbene, ragionando in termini strettamente rigorosi e mettendo assieme la fisica quantistica con la neurobiologia, Penrose e Hameroff ci dicono che l’origine della coscienza non è nel cervello ma in un “mondo assoluto” come la schiuma quantistica sulla scala di Planck. Non ci sono arrivati facendo speculazioni astratte avulse dal contesto della realtà, ma semplicemente analizzando le funzioni specifiche del cervello e riuscendo a trovare una caratteristica strutturale – il microtubulo – che trasforma il cervello in una centralina in grado di connettersi con …il mondo delle idee.
Sì, proprio il mondo delle idee di Platone! Infatti Penrose vuole proprio intendere che quella geometria fondamentale che risiede nella scala di Planck contiene tutti quei valori Platonici classici come la verità matematica e i valori etici ed estetici, cioè quei fattori di scienza e di arte che nobilitano l’uomo e che sgorgano proprio dai suoi momenti di coscienza. Non si tratta di valori realmente appartenenti all’uomo, ma solo di valori a cui l’uomo accede usando il suo cervello come trasduttore quantistico di informazione. In altre parole l’informazione risiede in un luogo come il campo di Planck, che rappresenta un po’ il sistema di riferimento assoluto dell’Universo, una zona che accomuna tutto il creato e che può essere percepito solo nel corso di momenti di coscienza: i valori estetici, la perfezione della matematica, la bellezza e i sentimenti più sublimi fanno parte della banca dati Platonica che esiste sulla scala di Planck al momento in cui i nostri microtubuli, e le tubuline al loro interno, collassano. In questo modo gli individui interagiscono ogni momento con ciò che c’è di più fondamentale nell’universo. In quest’ottica, artisti e geni sono essenzialmente coloro che fanno buon uso dei momenti di coscienza. I geni sono dotati di “buone antenne”, in grado di accedere a un regno superiore che, pensandoci bene, assomiglia molto all’inconscio collettivo di Carl Jung, e all’ordine implicato di David Bohm.
Hameroff-Penrose dunque osservarono che quando ha luogo la fase di riduzione obiettiva nell’orchestra dei microtubuli, i valori Platonici influenzano letteralmente la scelta di particolari stati classici. Tutto questo avviene perché il cervello non funziona come un comune computer come si è voluto far credere per decenni, bensì come un particolare computer quantistico che opera in maniera non-algoritmica al momento del collasso degli stati entangled. Se noi funzionassimo come un computer tradizionale, noi non saremmo uomini evoluti in grado di capire l’alta matematica, di gustare il bello, e di avere intuizioni sublimi, saremmo solo galline evolute. Stuart Hameroff, seppur basandosi sul rigore della scienza sperimentale quale è la sua, riesce a esemplificare in maniera molto suggestiva quello che succede quando ha luogo il flusso della coscienza. Ci dice di immaginare di guardare un viso di donna familiare. Si tratta di Amy, di Betty, o di Carol? Tutte queste possibilità (e molte di più) si sovrappongono in uno stato di computazione quantistica, ma non appena viene raggiunto il valore di soglia previsto dalla “riduzione obiettiva” di Penrose, si verifica all’improvviso un evento conscio in un quarantesimo di secondo (in media). Nel momento stesso in cui i Qbit delle tubuline si riducono a stati ben definiti, allora essi diventano Bit classici. Solo in questo istante noi siamo in grado di riconoscere il viso di Carol! E questo è solo uno degli infiniti numeri di possibilità che prima del collasso si trovano sovrapposte in ben 109 tubuline. Cosa succede prima che abbia luogo un momento di coscienza, ovvero prima che abbia luogo il fenomeno della riduzione obiettiva di Penrose-Hameroff? In quei momenti di pre-coscienza noi e i microtubuli con noi, navighiamo in un oceano di sovrapposizioni quantistiche non-collassate: in un mondo che potrebbe ben rappresentare l’inconscio collettivo di Jung, e che comunque potrebbe corrispondere al nostro subconscio, ai nostri sogni, ove hanno luogo possibilità multiple egualmente esistenti, al di fuori del tempo e dello spazio. Un giorno probabilmente la scienza ci fornirà una chiave che va ben oltre i momenti di coscienza, risalendo a quello che succede nei momenti di pre-coscienza. Purtuttavia sappiamo già oggi che gli stessi momenti di coscienza sono permessi solo ed esclusivamente dall’azione del collasso gravito-quantistico, al punto che la coscienza stessa non è il risultato di uno sgorgare meccanico, ma comporta processi cerebrali strettamente connessi al livello più fondamentale della realtà: il mondo Platonico delle idee che risiede nel campo di Planck, quella geometria spazio-temporale fondamentale che esiste da sempre, ancor prima del Big Bang. Una domanda logica scatta allora immediata: ma il campo di Planck è cosciente? Che cosa determina o “decide” il collasso della funzione d’onda in quel luogo? Il che è come dire che nell’esperimento del gatto di Schrödinger, anche se noi non sappiamo se il gatto è vivo o morto fino a che non abbiamo aperto la scatola, il gatto stesso – ovvero, l’osservatore assoluto – dovrebbe sapere sicuramente se è vivo o morto. Se le cose stanno così allora Dio esiste, ed è il campo di Planck stesso e… anche il gatto stesso! Ma ritornando alla teoria di Penrose-Hameroff, non ci sono dubbi che il cervello funziona come un ricevitore di coscienza.
Ciò che chiamiamo coscienza, non è altro che un flusso, una sequenza continua di momenti di coscienza ciascuno corrispondente ad altrettanti collassi gravito-quantistici.
Il neurobiologo Roger Orpwood scrive: "Chalmers (1996) nel suo libro ha proposto il principio fondamentale che l'informazione ha un aspetto sia fisico che fenomenico. Il nostro mondo interiore cosciente è composto di significati. È il modo in cui percepiamo il nostro ambiente ed è il modo in cui sperimentiamo i nostri pensieri interiori. Tutti i qualia che costituiscono il nostro mondo cosciente interiore sono aspetti dell'informazione, ma sono aspetti dell'informazione semantica. Sono in qualche modo legati all'elaborazione fisica dell'informazione che ha luogo negli attivatori dei nostri neuroni. Per comprendere la causa dei qualia abbiamo bisogno di esplorare il legame tra l'informazione fisica degli scarichi neuronali e l'informazione semantica dei qualia"
Che cos'è la coscienza?
Secondo lo psicologo e neuroscienziato Stanislas Dehaene la coscienza è il risultato di un'attività cerebrale che sollecita la neocorteccia al di là della sua soglia di attivazione. Per semplificare si può dire che, sintetizzando dal libro di Dehaene "Coscienza e Cervello", il pensiero umano si basa sul corretto funzionamento di tre aree di attività neuronale:

  1. Uno spazio neuronale dove l'attenzione può essere focalizzata per trovarvi i concetti sui quali ragionare, cioè la "memoria di lavoro" che è depositaria della nostra conoscenza cosciente. Scrive Dehaene (p.224): "Quando noi diciamo che siamo consapevoli di un certo brandello d'informazione, intendiamo semplicemente questo: l'informazione è entrata in un'area specifica d'immagazzinamento che la rende disponibile al resto del cervello." Infatti, nei pazienti che presentano lesioni alla corteccia prefrontale, questa memoria viene perduta e il paziente cade in un oblio non cosciente, con gravi  problemi nella progettazione del futuro e un'ostinata aderenza al presente. (pp.143-148)

  2. Un'attività neuronale non cosciente che faccia la "sgrossatura" del materiale proveniente dalla relazione tra l'individuo e il suo ambiente, cioè il "sonno" che è un periodo di ribollente attività inconscia che sostiene il consolidamento della memoria e rafforza l'intuizione risolvendo problemi complessi le cui soluzioni affiorano alla coscienza al risveglio (pp. 121-123)

  3. Un'attività neuronale cosciente mediante la quale l'individuo tenta di "ragionare" sui dati provenienti dall'ambiente, cioè l'inferenza che il filosofo Peirce ha chiamato "abduzione", che viene chiamata dagli scienziati cognitivi "inferenza bayesiana" e che consiste in un ragionamento statistico a ritroso che consente di inferire le cause sottostanti alle proprie ipotesi (pp.135-136)


Egli scrive nel libro "Coscienza e cervello" (p.159 ved. bibliografia):

Prima che avvenisse l'ominazione, la corteccia prefrontale dei primati possedeva già uno spazio di lavoro nel quale le fonti d'informazione passate e presenti, debitamente soppesate per la loro affidabilità, potevano essere catalogate per  guidare le decisioni. Da allora, un passaggio evolutivo chiave, forse peculiare degli esseri umani, sembra aver aperto questo spazio di lavoro agli input sociali provenienti dalle altre menti. Lo sviluppo di questa interfaccia sociale ci ha permesso di raccogliere i benefici di un algoritmo decisionale sociale: confrontando la nostra conoscenza con quella degli altri abbiamo preso decisioni migliori.

La sintesi di Dehaene sul pensiero umano
aree neuronali
Le tre aree neuronali su cui si fonda la capacità umana di pensiero
Il pensiero umano si basa sul corretto funzionamento di tre aree di attività neuronale: (1) uno spazio neuronale dove l'attenzione può essere focalizzata per trovarvi i concetti sui quali ragionare, cioè la "memoria di lavoro", (2) un'attività neuronale non cosciente che faccia la "sgrossatura" del materiale proveniente dalla relazione tra l'individuo e il suo ambiente, cioè il "sonno", (3) un'attività neuronale cosciente mediante la quale l'individuo tenta di "ragionare" sui dati provenienti dall'ambiente, cioè l'inferenza che il filosofo Peirce ha chiamato "abduzione"
Noi siamo "un presente ricordato"
La grande variabilità delle nostre dotazioni genetiche e delle nostre esperienze individuali fa sì che ogni persona sia diversa dalle altre perchè caratterizzata da un mondo di rappresentazioni interne, collegate all'ambiente in cui vive ma non imposte da esso. Le ultime scoperte rese possibili dalle tecniche di imaging hanno permesso di ipotizzare un ruolo centrale per le nostre connessioni cerebrali, più che per i singoli gruppi di neuroni, cioè per il nostro Connettoma.
Scrive Dehaene (p.354):


I nostri stati neuronali fluttuano incessantemente in una maniera parzialmente autonoma, creando un mondo interno di pensieri personali, e anche quando sono posti a confronto con identici input sensoriali, essi reagiscono differentemente, secondo il nostro umore, i nostri obiettivi e i nostri ricordi. [...] Ciò che ne emerge è un "presente ricordato". Una cifra personalizzata del qui e ora, arricchita da ricordi persistenti e da previsioni anticipate, che proietta costantemente una prospettiva in prima persona sul suo ambiente: un mondo interno cosciente.
Connettoma: il fascio di connessioni sinaptiche in ciascun emisfero cerebrale e le connessioni tra gli emisferi
Una metafora della coscienza: il tunnel dell'Io

Il filosofo Thomas Metzinger ha indagato, nel libro "Il tunnel dell'io" (ved. bibliografia), le varie forme di coscienza di sé avvalendosi delle ultime ricerche neuroscientifiche. Egli sostiene che i nostri organi di senso sono limitati, nel senso che si sono evoluti solo per percepire, nell'enorme ricchezza del mondo, solo i fenomeni che consentivano la sopravvivenza. Per questo motivo l'esperienza cosciente non è l'immagine della realtà ma piuttosto, secondo la metafora di Metzinger, quella di un tunnel che ne cattura solo una piccola parte. Scrive Metzinger (p.17):


La coscienza è "l'apparire di un mondo". L'essenza  del fenomeno dell'esperienza cosciente sta nel fatto che una singola e unificata realtà diventa presente: se siete coscienti un mondo vi appare. Ciò è vero sia per i sogni sia per gli stati di veglia, ma nel sonno profondo senza sogni nulla appare: non vi è disponibile il fatto che ci sia una realtà fuori di voi e che voi siate presenti in essa; non sapete addirittura di esistere. [...] Nell'evoluzione darwiniana, una prima forma di coscienza potrebbe essere comparsa circa 200 milioni di anni fa nelle primitive cortecce cerebrali dei mammiferi, fornendo loro la consapevolezza corporea e il senso di un mondo circostante e guidando il loro comportamento.


Secondo Metzinger la coscienza è un fenomeno biologico che raduna i vari elementi utili alla sopravvivenza umana all'interno di una finestra di consapevolezza che egli chiama "Tunnel dell'io". Esso è la nostra cassetta degli attrezzi mentale costituita da stati fenomenici che si sono tradotti in organi neurocomputazionali. Scrive Metzinger (p.68-69):


Ogni nuovo organo virtuale, ogni nuova esperienza sensoriale, ogni nuovo pensiero cosciente ha un prezzo metabolico; anche se è durata solo pochi minuti o secondi, la loro attivazione è stata dispendiosa. Ma poichè si sono autofinanziati in termini di glucosio addizionale, e in termini di sicurezza, di sopravvivenza e di possibilità di procreazione, si sono diffusi tra le popolazioni, mantenendosi vivi fino ad oggi. Ci hanno permesso di discriminare tra ciò che possiamo e non possiamo mangiare, di cercare e trovare nuove fonti di cibo, di pianificare gli attacchi alle nostre prede. Ci hanno consentito di leggere nelle menti degli altri e di collaborare con i nostri colleghi cacciatori. E, infine, hanno fatto sì che imparassimo dalle esperienze passate. La conclusione provvisoria è che il far apparire un mondo nel cervello di un organismo ha rappresentato una nuova strategia computazionale. [...] Una volta trovato un cammino che dal mondo reale porta a quello possibile maggiormente desiderabile nella vostra mente, potete cominciare ad agire.
Coscienza e mondo fisico
Lo psicologo Max Velmans scrive (vedi bibliografia 2008):
Coscienza e mondo fisico
I fisicalisti sostengono comunemente che le esperienze coscienti non siano altro che stati del cervello e che i qualia coscienti siano proprietà fisiche del mondo esterno, indipendenti dall'osservatore. Sebbene ciò presupponga il "manto della scienza", ignora sistematicamente le scoperte scientifiche, ad esempio in fisiologia sensoriale, percezione, psicofisica, neuropsicologia e psicologia comparata. Di conseguenza, sebbene il fisicalismo miri a "naturalizzare" la coscienza, ne fornisce una spiegazione innaturale. È possibile, tuttavia, sviluppare un modello naturale, non riduttivo e riflessivo di come la coscienza si relazioni al cervello e al mondo fisico. Questo articolo introduce tale modello e il modo in cui interpreta la natura dell'esperienza cosciente. All'interno di questo modello, il mondo fisico così come percepito (il mondo fenomenico) è visto come parte dell'esperienza cosciente, non separatamente da essa. Mentre nella vita quotidiana trattiamo questo mondo fenomenico come se fosse il "mondo fisico", in realtà è solo una rappresentazione biologicamente utile di come è fatto il mondo e può differire per molti aspetti dal mondo descritto dalla fisica. Il modo in cui il mondo percepito si relaziona al mondo descritto dalla fisica può essere indagato dalla scienza normale (ad esempio attraverso lo studio della fisiologia sensoriale, della psicofisica e così via). Questo modello di coscienza sembra essere coerente sia con le prove in terza persona del funzionamento del cervello sia con le prove in prima persona di cosa significhi avere una data esperienza. Considera inoltre la coscienza come parte integrante ed espressione naturale del mondo, in modo fedele allo spirito (se non ai dettagli) della filosofia di Whitehead.

1. Definire la coscienza
Esistono molte divergenze di opinione su come definire la coscienza. Questa incertezza su come definire la coscienza è in parte causata dal modo in cui le teorie globali sulla coscienza (o persino sulla natura dell'universo) si sono intromesse nelle definizioni. Ad esempio, i "dualisti della sostanza", come Platone e Cartesio, credevano che l'universo consistesse di due tipi fondamentali di materia, la materia materiale e la materia della coscienza (una sostanza associata all'anima o allo spirito). I "dualisti della proprietà", come Sperry e Libet, considerano la coscienza un tipo speciale di proprietà che è di per sé non fisica, ma che emerge da sistemi fisici come il cervello una volta raggiunto un certo livello di complessità. I ​​"riduzionisti" come Crick (1994) e Dennett (1991) credono che la coscienza non sia altro che uno stato o una funzione del cervello. All'interno della psicologia cognitiva, ci sono molte proposte che identificano la coscienza con qualche aspetto dell'elaborazione umana delle informazioni, ad esempio con la memoria di lavoro, l'attenzione focale, un esecutivo centrale e così via. Secondo Michel Weber (2005), Whitehead propone una visione sfumata che distingue l'anima (cosciente) dal cervello, ma non stabilisce una differenza di natura tra loro, solo una differenza di grado di intensità e complessità. La sua visione non è né dualistica né interazionistica; è una sorta di monismo, ma né idealistica né materialistica. In realtà sfrutta un monismo pluralistico che mira a relativizzare gli aspetti fisici e mentali del mondo con l'aiuto di una comprensione ampliata della soggettività. Tecnicamente parlando, la coscienza è la forma soggettiva della sensazione di un contrasto tra un fatto e una possibilità riguardo a quel fatto. Tale "forma soggettiva" si verifica solo in occasioni di esperienza di alto livello (vedi in particolare PR 241, 261).
Fortunatamente, le definizioni non devono essere definitive affinché la ricerca possa iniziare. È sufficiente, per determinati scopi di ricerca, che le definizioni siano sufficientemente simili da consentire a ricercatori diversi di concordare sul fatto che stanno indagando la stessa cosa. Man mano che la scienza inizia a svelare le cause della coscienza, le sue funzioni, il modo in cui la coscienza si relaziona ai processi non coscienti nel cervello e così via, la nostra comprensione di cosa sia la coscienza si approfondirà, perché tali relazioni fanno parte del significato del termine (il suo significato connotativo, o senso). Questa reciproca focalizzazione dell'attenzione seguita dall'esplorazione della natura di ciò a cui si presta attenzione (e di come si relaziona ad altre cose) è fondamentale per il modo in cui i fenomeni arrivano a essere compresi in modo socialmente condiviso. In questo senso, comprendere la coscienza non è diverso dal comprendere la natura di qualsiasi altra cosa.
Tuttavia, prima di poter iniziare qualsiasi indagine, è necessario "indicare" o "selezionare" i fenomeni a cui il termine si riferisce e, implicitamente, ciò che ne è escluso. Nella vita quotidiana ci sono due situazioni contrastanti che influenzano la nostra comprensione del termine "coscienza". Sappiamo cosa significhi essere coscienti (quando siamo svegli) rispetto a non esserlo (durante il sonno senza sogni). Sappiamo anche cosa significhi essere coscienti di qualcosa (quando siamo svegli o sogniamo), rispetto a non esserlo. Questa comprensione quotidiana fornisce un semplice punto di partenza, ed è da qui che parte lo stesso Whitehead. Le persone o altre entità sono coscienti se sperimentano qualcosa; viceversa, se le persone o le entità non sperimentano nulla, non sono coscienti. Approfondendo leggermente, possiamo dire che quando la coscienza è presente, il contenuto fenomenico è presente. Viceversa, quando il contenuto fenomenico è assente, la coscienza è assente. Questo rimane molto vicino all'uso quotidiano e, per gli scopi attuali, questo significato quotidiano è sufficiente. Allo stesso modo, nell'uso comune, il termine "coscienza" è spesso sinonimo di "consapevolezza" o "consapevolezza cosciente"; seguiremo questo uso. I "contenuti della coscienza" comprendono tutto ciò di cui siamo coscienti, consapevoli o sperimentiamo. Questi includono non solo le esperienze che comunemente associamo a noi stessi, come pensieri, sentimenti, immagini, sogni, sensazioni corporee e così via, ma anche il mondo fenomenico tridimensionale sperimentato al di fuori del corpo.
Naturalmente, per capire cos'è qualcosa, è utile sapere innanzitutto dove si trova, in modo da poterlo indicare, consentendo a diversi ricercatori di focalizzarsi su di esso. Ma dove si indica quando si punta alla coscienza fenomenica?

2. Dove i dualisti e i riduzionisti pensano che sia la coscienza
Secondo Cartesio, il mondo materiale è composto da res extensa , una sostanza che ha sia localizzazione che estensione nello spazio. La coscienza è formata da res cogitans, una sostanza che pensa, ma che non ha localizzazione né estensione nello spazio. Se così fosse, non si può indicare la coscienza, ma al massimo si può indicare solo il luogo in cui la coscienza interagisce con il mondo materiale. Cartesio individua questo luogo nella ghiandola pineale, al centro del cervello. I filosofi fisicalisti e funzionalisti (ad esempio Searle 1992; Dennett 1991) sostengono che la coscienza non sia altro che uno stato o una funzione del cervello. Potrebbe essere difficile indicare con precisione tali stati o funzioni, poiché è probabile che siano proprietà distribuite di ampie popolazioni neuronali ( cfr . Dennett & Kinsbourne 1992). Tuttavia, se si dovesse indicare, si indicherebbe il cervello. In breve, i dualisti classici e i riduzionisti sono in forte disaccordo su cosa sia la coscienza, ma concordano (approssimativamente) su dove si trovi. Nella misura in cui la coscienza può essere localizzata, essa si trova da qualche parte nel cervello.

3. Una visione di buon senso della fenomenologia cosciente
Come ho sostenuto (Velmans 1990, 2000), questa visione attualmente popolare non ha alcun fondamento né nella scienza né nell'esperienza quotidiana. Per decidere dove si trovi la coscienza (o se abbia una collocazione), bisogna prestare attenzione alla sua fenomenologia effettiva. È vero che ci sono alcune esperienze che sembrano scarsamente localizzate nello spazio, o al massimo localizzate da qualche parte nella testa o nel cervello, proprio come sostengono i dualisti e i riduzionisti; alcune di queste esperienze potrebbero includere sensazioni vaghe e pensieri incipienti. Tuttavia, la maggior parte delle esperienze ha una fenomenologia molto diversa, ad esempio le esperienze del corpo o del mondo esterno.
Permettetemi di illustrare il concetto con un esempio molto semplice. Supponiamo di infilare uno spillo nel dito e di provare un dolore acuto. Le filosofie della mente spesso considerano il dolore un caso paradigmatico di evento mentale cosciente. Ma dov'è il dolore? Questa è una domanda piuttosto difficile per dualisti e riduzionisti, ostacolati come sono dai loro presupposti teorici. Tuttavia, se forzati, indicherebbero (vagamente) la direzione del cervello (vedi i commenti di Nagel, Harnad, Searle, Marcel e Dennett, seguendo Velmans 1993). A mio avviso, d'altra parte, la domanda ha una risposta molto semplice: il dolore che si prova è nel dito. Se dovessimo indicare il dolore, indicheremmo il punto in cui è stato infilato lo spillo. Qualsiasi lettore in dubbio su questo argomento potrebbe voler provare!
Vorrei essere chiaro: questa netta divergenza di opinioni riguarda il dolore provato e non le cause fisiche antecedenti (la deformazione e il danno alla pelle prodotti dallo spillo) o le cause e i correlati neurali del dolore. Le cause e i correlati neurali prossimali del dolore sono indubbiamente localizzati nel cervello. Ma le cause e i correlati neurali di una data esperienza non sono di per sé quell'esperienza. Nella scienza, cause e correlati non sono identità ontologiche. Velmans, 1998 e 2000 contengono analisi dettagliate di come cause e correlati si relazionino alle identità ontologiche.
Questa localizzazione soggettiva dei dolori in parti del corpo, piuttosto che "da nessuna parte" o "nel cervello", esemplifica un principio generale che allontana sia dal dualismo che dal riduzionismo, indirizzandosi verso un modello "riflessivo" di come la coscienza si relaziona al cervello e al mondo fisico ( cfr . Velmans 1990). Per molti aspetti, non vi è alcuna differenza tra queste posizioni teoriche. Ad esempio, dualismo, riduzionismo e modello riflessivo concordano sul fatto che esistano cause e correlati fisici e neurofisiologici di una data esperienza all'interno del cervello, e che possiamo lasciare alla scienza il compito di scoprirli. Tuttavia, non sono d'accordo sulla natura e sulla localizzazione degli effetti (le esperienze risultanti). I dualisti sostengono che, poiché le esperienze sono costruite sulla res cogitans, non hanno localizzazione o estensione nello spazio (sebbene interagiscano con il cervello). I riduzionisti sostengono che, in quanto stati o funzioni cerebrali, tutte le esperienze debbano essere nel cervello, anche se ciò sembra contraddire le intuizioni quotidiane. Secondo il modello riflessivo, l'unica evidenza della fenomenologia cosciente proviene da fonti in prima persona. Di conseguenza, le proprietà di tale fenomenologia possono essere determinate solo da fonti in prima persona. Per le apparenze coscienti, l'apparenza è la realtà (Searle, 1992). Di conseguenza, se un dolore sembra essere al dito, allora è lì che si trova. Il danno prodotto da uno spillo nel dito, una volta elaborato dal cervello, si trasforma in un dolore fenomenico al dito, localizzato più o meno nel punto in cui è stato inserito lo spillo. Ecco perché l'intero processo è chiamato "riflessivo".
Si noti che se ci si punge il dito con uno spillo e si presta attenzione alla fenomenologia del dolore che ne consegue, non si ha alcuna ulteriore esperienza di dolore che non si trovi "in nessun luogo" o nel cervello. Né un dolore fenomenico che non si trovi "in nessun luogo" o nel cervello può essere osservato da un osservatore esterno: da una prospettiva in terza persona si possono osservare solo le sue cause e i suoi correlati neurali. Dato che non esiste alcuna prova in prima o terza persona di un dolore fenomenico che non si trovi "in nessun luogo" o nel cervello, suggerisco che questa sia una finzione teorica, introdotta da pensatori dualisti e riduzionisti per far funzionare i loro modelli. Solo il modello riflessivo è coerente con l'evidenza del buon senso.

Per esprimere il principio di base in modo più generale: le esperienze sono dove le sperimentiamo. La Figura 1, ad esempio, illustra un processo simile con un gatto fenomenico. Come in precedenza, un'entità o un evento innerva gli organi di senso e avvia l'elaborazione percettiva, sebbene in questo caso l'entità che dà inizio all'evento si trovi oltre la superficie corporea, nel mondo esterno. Come in precedenza, vengono attivati ​​neuroni afferenti e aree di proiezione corticale, insieme ad aree associative, tracce di memoria a lungo termine e così via; le rappresentazioni neurali dell'evento che dà inizio all'evento si formano infine all'interno del cervello – in questo caso, rappresentazioni neurali di un gatto. Ma l'intera sequenza causale non finisce qui. Anche il soggetto S ha un'esperienza visiva di un gatto e, come in precedenza, possiamo chiederci come sia questa esperienza. In questo caso, la domanda corretta da porsi è: "Cosa vedi?" [1] Secondo il dualismo, S ha un'esperienza visiva di un gatto "nella sua mente". Secondo i riduzionisti sembra esserci un gatto fenomenico "nella mente di S", ma questo non è altro che uno stato del suo cervello. Secondo il modello riflessivo, mentre S osserva il gatto, la sua unica esperienza visiva del gatto è il gatto che vede nel mondo. Se le viene chiesto di indicare questo gatto fenomenico (la sua "esperienza del gatto"), dovrebbe indicare non il suo cervello, ma il gatto così come viene percepito, nello spazio oltre la superficie corporea. In questo, S non è diversa da un osservatore esterno E. Il gatto percepito da S è lo stesso gatto percepito da E (sebbene visto dalla prospettiva di S piuttosto che da quella di E). In altre parole, un'entità nel mondo viene sperimentata riflessivamente come un'entità nel mondo.


Figura 1. Un modello riflessivo della percezione.

Naturalmente, non tutte le entità e gli eventi che sperimentiamo hanno una collocazione e un'estensione così chiare nello spazio fenomenico tridimensionale. Abbiamo anche esperienze "interiori" come pensieri verbali, immagini, sensazioni di conoscenza, desideri sperimentati e così via. Tali esperienze interiori sembrano davvero avere una fenomenologia del tipo che caratterizza la res cogitans di Cartesio . Si potrebbe sostenere che i pensieri verbali abbiano una collocazione approssimativa, in quanto sembrano essere "nella testa" (sotto forma di discorso interiore) piuttosto che nel piede, o fluttuare liberamente nello spazio, ma non sono chiaramente localizzati come i dolori e i gatti. Tuttavia, il processo riflessivo è lo stesso. I processi cognitivi che danno origine a pensieri, sensazioni di conoscenza e così via hanno origine nella mente/cervello, sebbene sia improbabile che questi processi abbiano una collocazione precisa nella misura in cui coinvolgono l'azione di massa di ampie popolazioni neuronali distribuite. Di conseguenza, nella misura in cui questi processi vengono sperimentati, vengono sperimentati riflessivamente come se fossero più o meno dove si trovano (nella testa o nel cervello).
C'è molto altro da dire sulla fenomenologia cosciente e sulla sua relazione con il cervello e il mondo fisico. Ma, se finora ho ragione, anche un esame superficiale di ciò che effettivamente sperimentiamo pone una sfida fondamentale ai presupposti dualisti e riduzionisti su ciò che devono spiegare. Sia il dualismo che il riduzionismo presuppongono che le esperienze siano molto diverse dal corpo percepito e dal mondo esterno percepito (i corpi e i mondi percepiti sono là fuori, nello spazio, mentre le esperienze dei corpi e dei mondi sono "da nessuna parte" o nel cervello). Ma il modello riflessivo suggerisce che, in termini di fenomenologia, non vi sia una separazione effettiva tra il corpo percepito e le esperienze del corpo o tra il mondo esterno percepito e le esperienze di quel mondo. Inutile dire che quando si ha un pensiero cosciente, non c'è un'ulteriore esperienza di un pensiero "nella mente". Ma non c'è nemmeno un dolore fenomenico "nella mente" (senza localizzazione ed estensione) in aggiunta al dolore che si prova al dito quando lo si punge con uno spillo. E non esiste un gatto fenomenale "nella mente" oltre al gatto che si vede nel mondo. Applicando il rasoio di Occam, il modello riflessivo se ne libera.
Ma il modello riflessivo non elimina la fenomenologia cosciente. Pensieri, dolori e gatti fenomenici sono vissuti come dotati di "qualia" molto diverse (insieme a diverse localizzazioni ed estensioni), ma sono comunque aspetti di ciò che sperimentiamo. Insieme, tali esperienze interiori, sensazioni corporee ed entità ed eventi esterni sperimentati costituiscono i contenuti della nostra coscienza, che non sono altro che il nostro mondo fenomenico quotidiano.
Chi altro lo afferma? A chi è immerso in modalità di pensiero dualiste o riduzioniste, questa proposta di espansione dei contenuti della coscienza per includere l'intero mondo fenomenico può sembrare radicale e l'idea che molte esperienze abbiano una collocazione e un'estensione precise potrebbe apparire strana. Ma, finora, questa proposta non è affatto nuova. In una forma o nell'altra appare nelle opere di George Berkeley, Immanuel Kant, CH Lewes, WK Clifford, Ernst Mach, Morton Prince, William James, AN Whitehead, Charles Sherrington, Bertrand Russell, R. Brain, Wolfgang Köhler e Karl Pribram. Analisi simili di come appare la coscienza sono state recentemente fornite anche da Jason Brown, Antti Revonsuo e Michael Tye.
William James (1904) ad esempio, suggerisce che per convincersi di dove si trovano le esperienze l'osservatore ha solo bisogno di
Iniziamo con un'esperienza percettiva, la cosiddetta "presentazione" di un oggetto fisico, il suo campo visivo effettivo, la stanza in cui si trova, con il libro che sta leggendo al centro, e per il momento trattiamo questo oggetto complesso nel modo del buon senso, come se fosse "realmente" ciò che sembra essere, vale a dire un insieme di cose fisiche ritagliate da un mondo circostante di altre cose fisiche con cui queste cose fisiche hanno relazioni reali o potenziali. Ora, allo stesso tempo, sono proprio quelle stesse cose che la sua mente, come diciamo, percepisce, e l'intera filosofia della percezione dai tempi di Democrito in poi è stata solo una lunga disputa sul paradosso per cui ciò che è evidentemente un'unica realtà dovrebbe essere in due luoghi contemporaneamente, sia nello spazio esterno che nella mente di una persona. Le teorie 'rappresentative' della percezione [2] evitano il paradosso logico, ma d'altro canto violano il senso della vita del lettore che non conosce alcuna immagine mentale intermedia ma sembra vedere la stanza e il libro immediatamente così come esistono fisicamente (1912, 11).
Allo stesso modo, Whitehead rifiuta qualsiasi netta separazione tra ciò che normalmente consideriamo cose “fisiche” e cose “percepite” e anticipa il “modello riflessivo” (in modo alquanto antropocentrico) quando suggerisce che,
La mente, nell'apprendere, sperimenta anche sensazioni che, propriamente parlando, sono proiettate dalla mente stessa. Queste sensazioni sono proiettate dalla mente in modo da rivestire i corpi appropriati di natura esterna. Così i corpi sono percepiti come dotati di qualità che in realtà non appartengono loro, qualità che in realtà sono puramente figlie della mente. Così la natura ottiene un merito che in verità dovrebbe essere riservato a noi stessi: la rosa per il suo profumo; l'usignolo per il suo canto; e il sole per il suo splendore. I poeti si sbagliano di grosso. Dovrebbero rivolgere i loro testi a se stessi e trasformarli in odi di autocompiacimento per l'eccellenza della mente umana. La natura è una faccenda noiosa, senza suono, senza profumo, senza colore, mero affrettarsi della materia, senza fine, senza senso ( SMW 54).
Un'intuizione, ovviamente, non basta a creare una teoria. Mentre i filosofi e gli scienziati sopra menzionati concordano sul fatto che alcune esperienze sembrano avere una localizzazione e un'estensione spaziale, vi è un ampio disaccordo su cosa ciò implichi riguardo alla natura della coscienza e alla sua relazione con il mondo fisico. Berkeley, ad esempio, è un idealista, James un monista neutrale, Whitehead un filosofo processuale e Tye un fisicalista. Ho sviluppato una versione del monismo riflessivo, che non è identica a nessuna di queste posizioni, sebbene incorpori elementi e intuizioni di molti pensatori (Velmans 2000).
Qui è possibile solo discutere brevemente alcune conseguenze del modello riflessivo e come questo si traduca nella posizione generale del monismo riflessivo. Quindi, a titolo di introduzione, ci concentreremo su una sola questione fondamentale: come si dia senso all'intenzionalità cosciente e alla richiesta che la coscienza sia coscienza di qualcosa.
Cosa rappresentano le esperienze? Nel dualismo e nel riduzionismo è facile capire cosa rappresentano le esperienze del mondo esterno. Le percezioni degli oggetti "nella mente" o "nel cervello" rappresentano gli oggetti che vediamo nel mondo esterno. Ma, a prima vista, l'intenzionalità delle esperienze coscienti sembrerebbe essere un problema per il modello riflessivo. Se le esperienze degli oggetti e gli oggetti in quanto percepiti sono fenomenologicamente identici, come sostenuto sopra, allora cosa rappresentano le esperienze degli oggetti? Si potrebbe porre la stessa domanda riguardo al corpo esperito e alle esperienze "interiori".
Secondo il modello riflessivo, ciò che comunemente chiamiamo "mondo fisico" è semplicemente il mondo che sperimentiamo. Tuttavia, questo rimane chiaramente molto diverso dal mondo descritto dalla fisica (il mondo della meccanica quantistica, della teoria della relatività, della teoria della grande unificazione e così via). Quindi, in che modo il "mondo fisico" fenomenico si relaziona al mondo descritto dalla fisica? Questa è una domanda cruciale per Whitehead, come si riflette nella sua nota critica alla "biforcazione della natura".

4. Un modello riflessivo di come la coscienza si relaziona al cervello e al mondo fisico
Il modello riflessivo illustrato nella Figura 1 suggerisce che tutte le esperienze derivano da un'interazione riflessiva tra un osservatore e un osservato. Per illustrare come questa interazione produca diversi tipi di esperienza, questi possono essere suddivisi in tre categorie:
(1) esperienze del mondo esterno che sembrano avere localizzazione ed estensione
(2) esperienze del corpo che sembrano avere localizzazione ed estensione
(3) esperienze “interiori” (pensieri, immagini, sensazioni di conoscenza e così via) che sembrano non avere una chiara collocazione ed estensione nello spazio fenomenico, sebbene si possa dire che si trovano “nella testa o nel cervello”.
La Figura 1 illustra un esempio di interazione riflessiva che dà luogo a un'esperienza (una percezione visiva) di un gatto. In questo caso, lo stimolo iniziale (l'osservato) è un'entità situata nello spazio oltre la superficie corporea che interagisce con il sistema visivo dell'osservatore per produrre un'entità esperita nello spazio oltre la superficie corporea. Come notato sopra, un'interazione riflessiva simile si verifica quando lo stimolo iniziale si trova sulla superficie (o all'interno) del corpo, o all'interno del cervello stesso, per produrre entità ed eventi esperiti che sembrano essere sulla superficie (o all'interno) del corpo, o nella testa o nel cervello stesso.
Cosa sta succedendo? Seguendo le attuali convenzioni della psicologia della percezione, presumo che il cervello costruisca una "rappresentazione" o "modello mentale" di ciò che sta accadendo, sulla base dell'input proveniente dallo stimolo iniziale, dalle aspettative, dalle tracce di stimoli precedenti correlati, immagazzinati nella memoria a lungo termine, e così via ( cfr . Rock 1997). Tali modelli mentali codificano le informazioni sulle entità e gli eventi che rappresentano in formati determinati dalla modalità sensoriale che impiegano. Le rappresentazioni visive di un gatto, ad esempio, includono codifiche per forma, posizione ed estensione, movimento, consistenza della superficie, colore e così via. Inoltre, suggerisco che il modo in cui le informazioni (in un dato modello mentale) appaiono formattate dipenda dalle modalità di osservazione. Le informazioni appaiono in forme diverse al soggetto (S) e a un osservatore esterno (E) perché i mezzi a disposizione di S ed E per accedere alle informazioni in quel modello mentale sono diversi ( cfr . Velmans 1991).
Un osservatore esterno, che ispeziona il cervello di un soggetto, deve fare affidamento sui propri sistemi esterocettivi (tipicamente la vista) con l'ausilio di apparecchiature fisiche (scansioni PET, risonanza magnetica funzionale e così via). Visto in questo modo (da questa prospettiva in terza persona), un modello mentale visivo nel cervello del soggetto potrebbe apparire sotto forma di attivazione neurale in una serie di mappe di caratteristiche relativamente distinte, distribuite in tutto il sistema visivo del soggetto. Non sappiamo con precisione cosa sia necessario per rendere coscienti tali rappresentazioni neurali. Tuttavia, data la natura integrata delle esperienze visive, è ragionevole supporre che quando tali attività neurali distribuite diventano coscienti, debbano essere in qualche modo collegate tra loro, forse attraverso oscillazioni sincrone a 40 Hz. Possiamo anche aspettarci che vi siano influenze (fisiche) osservabili sul modello di attività incorporato nel modello mentale a partire da tracce mnestiche esistenti (corrispondenti agli effetti delle aspettative, delle conoscenze immagazzinate e così via). Qualunque sia il dettaglio, visto dalla prospettiva di E, è probabile che l'informazione (sul gatto) nel modello mentale di S assuma una forma neurale o fisica. In termini di ciò che E può osservare direttamente del modello mentale di S, questa è la fine della storia scientifica.
Tuttavia, la modalità di osservazione con cui il soggetto accede alle informazioni contenute nel proprio modello mentale è completamente diversa. Come nel caso di E, le informazioni contenute nel suo modello mentale vengono tradotte in qualcosa che può osservare o sperimentare, ma tutto ciò che sperimenta è un gatto fenomenale nel mondo. Mentre concentra la sua attenzione sul gatto, non diventa consapevole di avere un "modello mentale di un gatto" sotto forma di stati neurali. Né ha un'esperienza di un gatto "nella sua testa o nel suo cervello". Piuttosto, diventa consapevole di ciò che gli stati neurali rappresentano: un'entità nel mondo esterno. In breve, le informazioni codificate nel modello mentale di S (riguardo all'entità nel mondo) sono identiche sia che siano viste da S che da E, ma il modo in cui le informazioni appaiono formattate dipende dalla prospettiva da cui vengono viste.
Permettetemi di illustrare il concetto con una semplice analogia. Supponiamo che le informazioni codificate nel cervello del soggetto siano strutturate in una sorta di "ologramma di proiezione" neurale. Un ologramma di proiezione ha l'interessante proprietà che l'immagine tridimensionale che codifica viene percepita come se si trovasse nello spazio, di fronte alla sua superficie bidimensionale, a condizione che venga osservata da una prospettiva appropriata (frontale) e che sia illuminata da una fonte di luce appropriata (frontale). Osservato da qualsiasi altra prospettiva (lateralmente o posteriormente), l'unica informazione che si può rilevare sull'oggetto risiede nei complessi schemi di interferenza codificati sulla lastra olografica. Analogamente, le informazioni contenute nell'"ologramma di proiezione" neurale vengono visualizzate come un oggetto visivo tridimensionale nello spazio solo quando vengono osservate dalla prospettiva appropriata, in prima persona, del soggetto che le percepisce. E questo accade solo quando sono soddisfatte le condizioni necessarie e sufficienti per la coscienza (quando c'è "illuminazione da una fonte di luce appropriata"). Osservate da qualsiasi altra prospettiva esterna, le informazioni contenute nell'“ologramma” di S sembrano non essere altro che rappresentazioni neurali nel cervello (schemi di interferenza sulla piastra).
L'"ologramma di proiezione" è, ovviamente, solo un'analogia, ma è utile in quanto condivide alcune delle caratteristiche apparentemente sconcertanti delle esperienze coscienti. Le informazioni visualizzate nell'immagine olografica tridimensionale sono codificate in modelli bidimensionali su una lastra, ma non c'è alcun senso in cui l'immagine tridimensionale sia essa stessa "nella lastra". Allo stesso modo, non c'è alcun senso in cui il gatto fenomenico osservato da S sia "nella sua testa o nel suo cervello". In effetti, l'immagine olografica tridimensionale non esiste nemmeno (come immagine) senza un osservatore opportunamente posizionato e un'adeguata fonte di luce. Allo stesso modo, l'esistenza del gatto fenomenico richiede la partecipazione di S, l'agente esperienziale, e tutte le condizioni richieste per l'esperienza cosciente (nella sua mente/cervello) devono essere soddisfatte. [3] Infine, una data immagine olografica esiste solo per un dato osservatore, e si può dire che sia localizzata ed estesa solo dove quell'osservatore la percepisce! [4] Il gatto fenomenico di S è similmente privato e soggettivo. Se percepisce che si trova nello spazio fenomenico oltre la superficie corporea, allora, dalla sua prospettiva, si trova nello spazio fenomenico oltre la superficie corporea.

5. Proiezione percettiva
I processi inconsci della mente/cervello costruiscono realtà sperimentate in cui le nostre teste fenomeniche sembrano essere racchiuse in mondi fenomenici tridimensionali, non il contrario. Ma i modelli mentali che codificano le informazioni su queste realtà sperimentate in 3D sono "nella testa o nel cervello". Detto questo, come fanno i gatti fenomenici e altri oggetti fenomenici che vengono percepiti come localizzati ed estesi nello spazio ad essere là fuori? È chiaro che nulla di fisico viene proiettato dal cervello. Ad esempio, non ci sono raggi di luce proiettati attraverso gli occhi per illuminare il mondo, contrariamente alle credenze di antichi pensatori greci come Empedocle (Zajonc 1993). Piuttosto, la "proiezione percettiva" è un effetto psicologico prodotto dall'elaborazione percettiva inconscia. L'ologramma di proiezione presenta una serie di caratteristiche che potrebbero essere utilmente incorporate in una spiegazione causale di tali effetti, ma non intende essere una teoria letterale di ciò che accade nella mente/cervello. Al momento, semplicemente non sappiamo come ciò avvenga. Naturalmente, non comprendere appieno come ciò accada non altera il fatto che accada, e le prove sperimentali e cliniche della proiezione percettiva sono considerevoli. [5] Esempi clinici e sperimentali includono arti fantasma, allucinazioni e realtà virtuali. Un esempio particolarmente eclatante è riportato dal neurologo Peter Brugger (1994) in una storia clinica di un diciassettenne affetto da epilessia causata da una lesione al lobo temporale sinistro. Era in trattamento con farmaci anticonvulsivanti per controllare la condizione ed era in programma un intervento chirurgico, quando ha sperimentato un episodio "eautoscopico" (un'allucinazione visiva del suo corpo combinata con un'esperienza extracorporea) che è stato estremamente inquietante:
L'episodio eautoscopico, di particolare interesse per l'argomento di questo rapporto, si è verificato poco prima del ricovero. Il paziente ha interrotto la terapia con fenitoina, ha bevuto diversi bicchieri di birra, è rimasto a letto per tutto il giorno successivo e la sera è stato trovato borbottante e confuso sotto un grande cespuglio quasi completamente distrutto, proprio sotto la finestra della sua stanza al terzo piano. All'ospedale locale, sono state notate contusioni toraciche e pelviche [...]. Il paziente ha fornito il seguente resoconto dell'episodio: la mattina in questione si è alzato con una sensazione di vertigine. Girandosi, si è trovato ancora a letto. Si è arrabbiato con "questo tizio che sapevo essere io e che non si alzava, rischiando così di arrivare in ritardo al lavoro". Ha cercato di svegliare il corpo nel letto prima urlandogli contro; poi cercando di scuoterlo e infine saltando ripetutamente sul suo alter ego nel letto. Il corpo disteso non ha mostrato alcuna reazione. Solo allora il paziente ha iniziato a essere perplesso riguardo alla sua doppia esistenza e si è spaventato sempre di più per il fatto di non riuscire più a distinguere quale delle due fosse realmente. Più volte la sua consapevolezza corporea passò dalla posizione eretta a quella di chi era ancora sdraiato a letto; quando era in modalità letto sdraiato, si sentiva completamente sveglio, ma completamente paralizzato e spaventato dalla sua figura china su di lui che lo picchiava. La sua unica intenzione era di tornare ad essere una persona sola e, guardando fuori dalla finestra (da dove poteva ancora vedere il suo corpo disteso a letto), decise improvvisamente di saltare fuori "per fermare l'intollerabile sensazione di essere diviso in due". Allo stesso tempo, sperava che "questa azione davvero disperata avrebbe spaventato quello a letto e lo avrebbe quindi spinto a fondersi di nuovo con me". La cosa successiva che ricorda è di essersi svegliato dolorante in ospedale (Brugger 1994, 838-39).
In breve, questo paziente ha erroneamente ritenuto che il corpo allucinato sul letto fosse il suo corpo reale e ha cercato di liberarsi del suo corpo reale (che ha ritenuto essere l'allucinazione) per tornare ad essere unificato – un esempio lampante della natura costruita e proiettata del corpo così come viene sperimentato. Ma non abbiamo bisogno di esempi così eclatanti per dimostrare che c'è qualcosa di interessante in corso che necessita di una spiegazione. Il semplice fatto che questa PAROLA sembri essere qui, su questa pagina (piuttosto che nel tuo cervello) dimostra che il fenomeno è sia onnipresente che reale.
Il mondo così come percepito fa parte dei contenuti della coscienza. Alcuni principi iniziali che derivano dall'analisi di cui sopra dovrebbero ora essere chiari. All'interno del modello riflessivo, il mondo fisico così come percepito fa parte dei contenuti della coscienza. I contenuti della coscienza non si trovano in un luogo o spazio separato "nella mente o nel cervello". Vale a dire, in termini di fenomenologia non esiste una netta separazione tra ciò che normalmente consideriamo il "mondo fisico", il "mondo fenomenico" e il "mondo così come percepito". Detto questo, il mondo fisico quotidiano così come percepito deve essere distinto dal mondo più astratto descritto dalla fisica (e da altre scienze). Secondo il modello riflessivo, il mondo fisico così come percepito è solo una rappresentazione biologicamente utile del mondo che la scienza potrebbe descrivere in molti modi alternativi. Ma, a occhi aperti, ciò che normalmente chiamiamo "mondo fisico" è semplicemente ciò che sperimentiamo. Non esiste alcuna ulteriore esperienza del mondo "nella mente o nel cervello".

6. In che modo il “mondo fisico” fenomenico si relaziona al mondo descritto dalla fisica?
Ho descritto il processo attraverso il quale il sistema mente/cervello traduce le energie descritte dalla fisica in un mondo così come viene sperimentato (Velmans 2000, Capitolo 7). I dettagli sono complessi e qui posso solo notare che i dati provenienti dalla fisica, dalla fisiologia sensoriale, dalla percezione e dalla psicofisica chiariscono che il mondo percepito "modella" solo una selezione degli eventi e delle energie descritti dalla fisica. Esistono energie elettromagnetiche di vario tipo che permeano lo spazio e penetrano persino nei nostri corpi, a cui i nostri occhi (e altri organi di senso) sono ciechi. Esistono segnali prodotti da animali e insetti a cui le nostre orecchie sono sorde. Ogni sistema sensoriale ha i suoi limiti di risoluzione. Variazioni nell'intensità luminosa inferiori a circa il 5%, o nell'intensità sonora inferiori a circa il 20% non vengono percepite come cambiamenti. Una variazione della frequenza del suono da 1000 Hz a 1005 Hz produce un aumento appena percettibile dell'altezza, mentre una variazione da 4000 Hz a 4005 Hz passa inosservata. Una variazione della lunghezza d'onda elettromagnetica da 480 a 481 nanometri produrrà un cambiamento notevole nella tonalità, ma non una variazione da 550 a 551 nanometri. Il nostro senso dell'olfatto e del gusto monitorano, ma ci dicono poco sulla chimica delle sostanze che inaliamo e ingeriamo. La sensazione e la percezione hanno una risoluzione spaziale limitata per rilevare eventi di dimensioni e distanza rilevanti per la normale azione umana e la sopravvivenza: oltre a questo, abbiamo bisogno di microscopi e telescopi. Anche i nostri sistemi sensoriali sono strutturati per rilevare eventi di una determinata durata. Le lampadine, ad esempio, lampeggiano effettivamente cinquanta volte al secondo (la frequenza della tensione di rete alternata). Tuttavia, questa "frequenza di sfarfallio" è più veloce di quanto il sistema visivo possa risolvere, il che fa sembrare la luce continua. Al contrario, il movimento di un fiore fuori dalla terra è troppo lento per essere osservato, quindi è necessaria la fotografia time-lapse per "vedere" il movimento.
I dati provenienti dalla psicologia comparata e dalla zoologia suggeriscono inoltre che la "realtà fisica" percepita dagli esseri umani è solo una delle tante possibili realtà percepite. La precisa combinazione di capacità sensoriali, percettive, cognitive e sociali in ogni specie è unica. I sistemi sensoriali e percettivi umani svolgono funzioni analoghe a quelle di altri animali. Tuttavia, la sensibilità degli organi di senso, la gamma di energie a cui sono sintonizzati e il modo in cui le informazioni rilevate dai sensori sono soggette a elaborazione percettiva variano considerevolmente da specie a specie. Di conseguenza, la "realtà fisica" che percepiamo è in realtà un mondo peculiare per l'uomo.

7. Conclusioni
Il fisicalismo riduttivo rifiuta l'evidenza in prima persona, sostenendo che le esperienze coscienti non sono altro che stati del cervello, per quanto possano apparire. Avendo ridotto gli stati coscienti a stati cerebrali, cercano comunemente di esternalizzare i loro "qualia", sostenendo che questi siano proprietà fisiche del mondo esterno, indipendenti dall'osservatore. Sebbene il fisicalismo riduttivo si avvolga nel "mantello della scienza", ignora sistematicamente le scoperte scientifiche. Ad esempio, ignora le prove della natura altamente specializzata degli organi di senso umani (fisiologia sensoriale), la natura costruttiva della percezione, la complessa relazione tra i qualia sperimentati e le energie descritte dalla fisica (psicofisica), la capacità del cervello di generare esperienze in assenza delle energie fisiche che tali esperienze normalmente rappresenterebbero (neuropsicologia) e i molti modi in cui la percezione umana differisce da quella di altri animali (psicologia comparata). In breve, il fisicalismo riduttivo ignora sia l'evidenza fenomenologica in prima persona sulla natura della coscienza, sia quella in terza persona su come questa si relaziona al mondo descritto dalla fisica. È ironico che una filosofia della mente volta a naturalizzare la coscienza ne offra una spiegazione così innaturale.
Tuttavia, è possibile sviluppare un modello riflessivo di come la coscienza si relaziona al cervello e al mondo fisico, coerente sia con l'evidenza in terza persona del funzionamento del cervello, sia con l'evidenza in prima persona di cosa significhi avere una data esperienza. All'interno di questo modello, il mondo fisico percepito (il mondo fenomenico) è visto come parte dell'esperienza cosciente, non separatamente da essa. Mentre nella vita di tutti i giorni trattiamo questo mondo fenomenico come se fosse il "mondo fisico", in realtà è solo una rappresentazione biologicamente utile di come è fatto il mondo, che può differire per molti aspetti dal mondo descritto dalla fisica. Il modo in cui il mondo percepito si relaziona al mondo descritto dalla fisica può essere indagato dalla scienza normale (ad esempio, attraverso lo studio della fisiologia sensoriale, della psicofisica e così via). Sebbene questa sia una spiegazione del tutto "naturale" della coscienza, non è riduttiva. In altre parole, le esperienze coscienti sono realmente come appaiono.
Note
[1] Ai fini di questo esempio ci occupiamo solo della fenomenologia delle esperienze visive, non dei sentimenti sul gatto, dei pensieri sul gatto e così via.
[2] Per James, le teorie “rappresentative” sono quelle che propongono l’esistenza di qualche immagine mentale interiore che rappresenta lo spazio fisico “nella mente”.
[3] Naturalmente, bisogna distinguere il gatto fenomenico dall'entità stessa. L'esistenza dell'entità stessa è indipendente dall'osservatore. Quando S la guarda, appare come un gatto fenomenico, ed è questa apparenza che è dipendente dall'osservatore.
[4] La posizione dell'immagine rispetto alla lastra, ad esempio, cambia leggermente mentre l'osservatore si muove attorno alla lastra. Tuttavia, l'immagine è sufficientemente chiara da consentire all'osservatore di misurarne (approssimativamente) la larghezza e la distanza che la proietta davanti alla lastra (ad esempio con un righello).
[5] Ho esaminato questo in Velmans 1990, 2000.
Opere citate e ulteriori letture
Brugger, P. 1994. “Elettroscopia, epilessia e suicidio”, Journal of Neurology, Neurosurgery, and Psychiatry 57, 838-39.
Crick, F. 1994. L'ipotesi sorprendente: la ricerca scientifica dell'anima (Londra, Simon & Schuster).
Dennett, DC 1991. La coscienza spiegata (Londra, Allen Lane, Penguin Press).
Dennett, DC e Kinsbourne, M. 1992. “Il tempo e l’osservatore: il dove e il quando della coscienza nel cervello”, Behavioral and Brain Sciences 15, 183-200.
James, W. 1912. Saggi sull'empirismo radicale , a cura di Ralph Barton Perry (New York, Longmans, Green and Co).
James, W. 1970 [1904] “Esiste la 'coscienza'?” In Corpo e mente: letture di filosofia , a cura di GNA Vesey (Londra, Allen & Unwin).
Rock, I. 1997. Percezione indiretta (Cambridge MA, MIT Press).
Searle, J. 1992. La riscoperta della mente (Cambridge MA, MIT Press).
Velmans, M. 1990. “Coscienza, cervello e mondo fisico”, Psicologia filosofica 3, 77-99.
Velmans, M. 1991. “L'elaborazione delle informazioni umane è cosciente?” Behavioral and Brain Sciences 14, 4, 651-726.
Velmans, M. 1993. “Una scienza riflessiva della coscienza”, Studi sperimentali e teorici della coscienza , Simposio della Fondazione Ciba n. 174 (Chichester: Wiley)
Velmans, M. 2000. Comprendere la coscienza (Londra, Routledge/Psychology Press).
Weber, M. 2005. La dialettica dell'intuizione chez AN Whitehead (Francoforte, Ontos).
Zajonc, A. 1993. Catturare la luce: una storia intrecciata di luce e mente (Londra, Bantam Press).
L'effetto della misura
Eugene Wigner spiega l'effetto che la misurazione attua sulla realtà
Il senso del sé: un vantaggio evolutivo
Thomas Metzinger parla dell'Avatar trasparente che è in ognuno di noi (abilitare i sottotitoli)
Come riconoscere il mondo reale tra tutti i mondi immaginari possibili?
Si chiede Metzinger: se l'Homo sapiens ha lentamente acquisito la capacità di immaginare condizioni alternative a quelle reali,  come ha fatto a distinguere tra la realtà e la rappresentazione? Scrive Metzinger (p.72):
Gli esseri umani sanno che alcune delle loro esperienze coscienti non si riferiscono al mondo reale, ma sono soltanto rappresentazioni che hanno luogo nelle loro menti. [...] Avendo esperienza cosciente di alcuni elementi del nostro tunnel in termini di mere immagini o di pensieri relativi al mondo, siamo divenuti consapevoli della possibilità di avere rappresentazioni erronee. Abbiamo capito che talvolta commettiamo degli errori, poiché la realtà non è che un tipo specifico di apparenza. In quanto sistemi rappresentazionali evoluti, abbiamo potuto rappresentare uno dei fatti più rilevanti fra quelli che ci riguardano, ossia che "siamo" sistemi rappresentazionali. Siamo stati abili a cogliere i significati di nozioni come verità e falsità, conoscenza e illusione. Non appena siamo divenuti padroni di questa distinzione, l'evoluzione culturale è esplosa, poiché siamo diventati sempre più intelligenti aumentando sistematicamente le conoscenze e riducendo parallelamente l'illusione.

La meccanica quantistica (i suoi principi) è stata dimostrata senza ombra di dubbio nell'ultimo secolo: il premio Nobel è stato assegnato per molti dei suoi aspetti più importanti (entanglement, indeterminazione, funzione d'onda, massa-bosone di Higgs, spin, ecc)
ma la sua rappresentazione nella nostra mente, che è un tipo specifico di apparenza,  rimane ancora confusa!
Abbiamo capito che talvolta commettiamo degli errori, poichè la realtà non è che un tipo specifico di apparenza. In quanto sistemi rappresentazionali evoluti, abbiamo potuto rappresentare uno dei fatti più rilevanti fra quelli che ci riguardano, ossia che "siamo" sistemi rappresentazionali. Siamo stati abili a cogliere i significati di nozioni come verità e falsità, conoscenza e illusione. Non appena siamo divenuti padroni di questa distinzione, l'evoluzione culturale è esplosa
Da dove vengono le intuizioni scientifiche?
coscienza
Intuizioni scientifiche: i concetti newtoniani di spazio e tempo assoluti non convincevano Einstein. Egli trovò una soluzione, la famosa Teoria della relatività ristretta, con un pensiero astratto operante nella matematica, guidato dall'intuizione e controllato dalla logica.
La coscienza è un campo universale?
La Coscienza è un fenomeno emergente che guida il flusso percettivo umano (4 ipotesi scientifiche).
Nel mondo che conosciamo, il mondo classico, le cose sono come appaiono e si comportano esattamente come ci aspettiamo, ma il Nobel 2025 ha chiarito che potrebbero essere completamente diverse.
Disordini psichiatrici
Una coscienza del mondo con le caratteristiche appena descritte non è un bene comune, ma un fenomeno soggettivo: la maggior parte delle persone ce l'ha (ognuno la sua), mentre una minoranza di persone con varie patologie psichiche o cerebrali non ce l'ha. Scrive Metzinger (p.75):


In alcuni gravi disordini psichiatrici, come la sindrome di Cotard, capita che i pazienti smettano di usare il pronome della prima persona singolare e che inoltre sostengano di non esistere affatto. [...]  I mistici di ogni cultura e di ogni tempo hanno raccontato di profonde esperienze spirituali in cui non era presente alcun "sé", e alcuni di loro hanno smesso di usare il pronome "io". Invero, molti degli organismi semplici che vivono su questo Pianeta hanno un tunnel della coscienza senza che qualcuno ci viva dentro. probabilmente alcuni di loro hanno soltanto una "bolla" di coscienza, piuttosto che un tunnel vero e proprio, poichè, insieme a quella del "sé", scompare anche la consapevolezza del passato e del futuro.
Esistere ma non accorgersene
illusioni cognitive
Allora, Mr. Sunya, quand'è che si è accorto per la prima volta che il suo senso del sé era un'illusione?
Matrix: favola moderna sulla nostra rappresentazione del mondo
Il filosofo Massimo Cappuccio, a seguito dell'uscita nelle sale cinematografiche del film di fantascienza "Matrix" nel 1999, chiese a diversi filosofi e scienziati italiani, la loro opinione sulle rilevanti questioni sollevate dal film. Il film ipotizza che l'Intelligenza Artificiale delle Macchine abbia preso il potere nel mondo relegando l'essere umano in una realtà simulata (Matrix per l'appunto). Il film si dibatte nella differenza tra coloro che vogliono rimanere schiavi di un mondo virtuale (dentro la Matrice), e coloro che vogliono liberare l'Umanità, restituendole la consapevolezza della Realtà.
Queste riflessioni sono state pubblicate nel 2004 nel libro "Dentro la Matrice - Filosofia, scienza e spiritualità", che è una raccolta di saggi che ampliano la prospettiva del film e dal quale riporto un passo dell'articolo di Franco Bertossa, Roberto Ferrari e Marco Besa "Matrici senza uscita" (p. 108):


Il salto dall'illusorio al reale, la conoscenza di cosa sia veramente il mondo, vale a dire l'uscita dalla Matrice, richiedono contestualmente una spiegazione della mente, della coscienza umana che ne fa esperienza; nei termini del film, la cui originalità sta nel creare uno scenario attuale e drammatico a domande fondamentali: "il mondo esiste solo come simulazione neurale interattiva"; "è la mente che lo rende reale". Ma cos'è la mente da cui dipende il grado di realtà del mondo? La Matrice nella sua interezza non è solo l'utero (lat. Matrix) che ci contiene, il mondo che ci è stato messo davanti agli occhi per nasconderci la verità: è anche, e in primo luogo, la mente che lo conosce. Se, quindi, il problema è la conoscenza del mondo "reale", appare più sensato interrogarsi sulla "reale" natura della mente  più che su quella della Matrice.


Questa prospettiva, secondo gli autori, ci dice che esiste una circolarità tra il "cervello" che crea il "mondo" che noi percepiamo e il "mondo" che appare al "cervello" modificandolo. Come scrivono gli autori (p.110):


Ogni uscita dalla mente, in un "fuori dalla Matrice" che possa spiegarla, presuppone la mente. In termini più precisi, la neuroscienza sostiene che anche i propri schemi epistemologici di conoscenza (empirica e oggettiva) sono il prodotto di processi bio-psico-neuro-evolutivi; ma l'esistenza dei processi e del cervello umano che li incarna può essere accertata solo attraverso raccolta di fatti empirici e produzione di teorie che "dipendono"  dal particolare modo d'essere di quegli stessi schemi di conoscenza. In pratica ci fondiamo su assunti e definizioni di metodo arbitrari che a loro volta sono fondati sulla funzionalità neurale che vorrebbero spiegare. La circolarità si genera quando, andando ad esaminare le premesse che portano a una conclusione da dimostrare, in esse ricompare la proposizione ancora da dimostrare come fosse già dimostrata.
Il film Matrix ha mostrato il moderno Mito della Caverna di Platone
Entnglement quantistico e Coscienza
Uno studio su gemelli monozigoti dimostra la teoria della riduzione orchestrata di Roger Penrose e Stuart Hameroff
Circolarità Mente-Mondo
Ci fondiamo su assunti e definizioni di metodo arbitrari che a loro volta sono fondati sulla funzionalità neurale che vorrebbero spiegare. La circolarità si genera quando, andando ad esaminare le premesse che portano a una conclusione da dimostrare, in esse ricompare la proposizione ancora da dimostrare come fosse già dimostrata
Di cosa è fatta la coscienza
I neuroscienziati Gerald M. Edelman e Giulio Tononi distinguono tra "coscienza primaria" (consapevolezza mentale di sé, del proprio corpo e del mondo) e "coscienza di ordine superiore" (consapevolezza dei propri atti e sentimenti, cioè coscienza di essere coscienti). Essi le descrivono così ("Un universo di coscienza" p.263):

Senza entrare in controversie sulle definizioni, la nostra tesi è che il pensiero sia un processo cosciente sovrastante a una struttura profonda di necessari meccanismi non coscienti. Essi comprendono la memoria non rappresentazionale, i vincoli dei valori, e l'azione delle appendici corticali come i gangli della base, l'ippocampo e il cervelletto. L'incorporamento dei sistemi di valore come vincoli necessari sulle attività del cervello, inteso come sistema selettivo, lega la concezione dell'epistemologia fondata sulla biologia alla teoria secondo cui le emozioni sono fondamentali tanto per le origini quanto per il bisogno del pensiero cosciente. [...] I sistemi di valore e le emozioni sono essenziali nelle attività selettive del cervello sottese alla coscienza.

Alla luce degli attuali sviluppi dell'intelligenza artificiale (AI), Edelman e Tononi sollevano dei dubbi sul tipo di coscienza cui possono aspirare i futuri manufatti (p.266-267):

Il radicamento nel singolo corpo è [per l'uomo] il prezzo da pagare per accedere a qualsiasi esperienza qualitativa. Vi è tuttavia un nuovo allargamento di  conoscenza che si schiuderebbe in quel rimarchevole momento del nostro viaggio intellettuale. E' l'opportunità di vedere come un fenotipo radicalmente differente dotato della facoltà della coscienza di ordine superiore categorizzi in realtà lo stesso mondo, quel mondo che insieme condividiamo. La probabilità che questo fenotipo sarà come i nostri o anche come quelli di un animale complesso appaiono sempre più flebili.
Un punto di vista biologico sulla coscienza
A proposito della possibilità di trovare una spiegazione scientifica alla coscienza Il biologo Edward O. Wilson scrive nel suo libro "Il significato dell'esistenza umana" (pp.139- 142):

Vi sono diverse ragioni per essere ottimisti a proposito di una soluzione in tempi brevi. La prima è l'emergere graduale della coscienza nel corso dell'evoluzione. Lo straordinario livello raggiunto dagli esseri umani non fu realizzato tutt'a un tratto, come si accende una luce premendo un interruttore. Nel passaggio dalle habilines preumane a Homo sapiens l'aumento graduale, benché rapido, delle dimensioni del cervello indica che la coscienza evolse in tappe, in modo simile a quanto avvenne per altri sistemi biologici complessi come, per esempio, la cellula eucariota, l'occhio degli animali, o la vita coloniale degli insetti. Studiando specie animali che hanno percorso solo un tratto della via che porta al livello umano, dovrebbe quindi essere possibile ricostruire i passaggi che, nella nostra specie hanno portato alla coscienza. [...] La vita mentale cosciente è costruita interamente a partire dalla confabulazione: una costante revisione di storie di cui si è avuta esperienza in passato e di altre, in competizione, inventate per il futuro.

Dall' Homo habilis all'Homo sapiens
L’Homo habilis possedeva già tecniche di acquisizione, di fabbricazione e di consumazione, indici di una coscienza ad un tempo simbolica e creatrice. [Nether – Tomba di Seti I (Tebe)]
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Sumeri e semiti rappresentano le divinità sotto forma umana e attribuiscono loro come caratteristiche la luce e lo splendore. La luminosità divina è una forza, rappresentata da un alone intorno alla testa della statua divina. L’India, l’Iran e l’Occidente riprendono questa simbolica mesopotamica. Lo splendore divino irradia sui vestiti della statua e all’interno dei santuari e dei templi. Il rito dell’incoronamento delle statue acquista un’importanza primordiale perché si ritiene che questo rito conferisca alla statua divina una potenza soprannaturale.
I neuroscienziati Gerald Edelman e Giulio Tononi scrivono: "Il radicamento nel singolo corpo è [per l'uomo] il prezzo da pagare per accedere a qualsiasi esperienza qualitativa. Vi è tuttavia un nuovo allargamento di conoscenza che si schiuderebbe in quel rimarchevole momento del nostro viaggio intellettuale. E' l'opportunità di vedere come un fenotipo radicalmente differente [AI] dotato della facoltà della coscienza di ordine superiore categorizzi in realtà lo stesso mondo, quel mondo che insieme condividiamo. La probabilità che questo fenotipo sarà come i nostri o anche come quelli di un animale complesso appaiono sempre più improbabili, per non dire impossibili."
Perchè la coscienza è riservata agli organismi biologici
Nel 1968 Philip Dick scrisse il romanzo 'Il cacciatore di androidi' che venne trasformato nel 1982 nel film 'Blade Runner' dal regista Ridley Scott. Federico Faggin ci dice che sia Dick che Scott avevano ragione nel prefigurare la visione del libro e del film, cioè che una superintelligenza può avere coscienza solo se è biologica!
Federico Faggin svela il mistero della fine del film
La presenza del monolito in Odissea nello spazio è sempre stata enigmatica, e altrettanto enigmatica è la fine del film con la sala barocca che la ospita...
Per Federico Faggin i computer non saranno mai coscienti
Conclusioni (provvisorie): Roger Penrose ha proposto una nuova fisica della riduzione oggettiva: "OR", che fa appello a una forma di gravità quantistica per fornire una descrizione utile dei processi fondamentali al confine tra teoria quantistica e classica
Stuart Hameroff scrive: "Cos'è la coscienza? Gli approcci convenzionali la vedono come una proprietà emergente di interazioni complesse tra singoli neuroni; tuttavia, questi approcci non riescono ad affrontare le caratteristiche enigmatiche della coscienza. Di conseguenza, alcuni filosofi hanno sostenuto che i "qualia", ovvero un mezzo esperienziale da cui deriva la coscienza, esistano come componente fondamentale della realtà. Whitehead, ad esempio, ha descritto l'universo come composto da "occasioni di esperienza". Roger Penrose ha proposto una nuova fisica della riduzione oggettiva: "OR", che fa appello a una forma di gravità quantistica per fornire una descrizione utile dei processi fondamentali al confine tra teoria quantistica e classica. All'interno dello schema OR, consideriamo che la coscienza si verifichi se un sistema opportunamente organizzato è in grado di sviluppare e mantenere una sovrapposizione quantistica coerente fino al raggiungimento di uno specifico criterio "oggettivo" (una soglia correlata alla gravità quantistica); il sistema coerente si auto-riduce quindi (riduzione oggettiva:OR). "
Secondo lo psicologo e neuroscienziato Stanislas Dehaene la coscienza è il risultato di un'attività cerebrale che sollecita la neocorteccia al di là della sua soglia di attivazione. Egli scrive nel libro "Coscienza e cervello": "Prima che avvenisse l'ominazione, la corteccia prefrontale dei primati possedeva già uno spazio di lavoro nel quale le fonti d'informazione passate e presenti, debitamente soppesate per la loro affidabilità, potevano essere catalogate per guidare le decisioni. Da allora, un passaggio evolutivo chiave, forse peculiare degli esseri umani, sembra aver aperto questo spazio di lavoro agli input sociali provenienti dalle altre menti. Lo sviluppo di questa interfaccia sociale ci ha permesso di raccogliere i benefici di un algoritmo decisionale sociale: confrontando la nostra conoscenza con quella degli altri abbiamo preso decisioni migliori."  Le ultime scoperte rese possibili dalle tecniche di imaging hanno permesso di ipotizzare un ruolo centrale per le nostre connessioni cerebrali, più che per i singoli gruppi di neuroni, cioè per il nostro Connettoma. Scrive Dehaene: "I nostri stati neuronali fluttuano incessantemente in una maniera parzialmente autonoma, creando un mondo interno di pensieri personali, e anche quando sono posti a confronto con identici input sensoriali, essi reagiscono differentemente, secondo il nostro umore, i nostri obiettivi e i nostri ricordi. [...] Ciò che ne emerge è un "presente ricordato". Una cifra personalizzata del qui e ora, arricchita da ricordi persistenti e da previsioni anticipate, che proietta costantemente una prospettiva in prima persona sul suo ambiente: un mondo interno cosciente."  Il filosofo Thomas Metzinger ha indagato, nel libro "Il tunnel dell'io", le varie forme di coscienza di sé avvalendosi delle ultime ricerche neuroscientifiche. Egli sostiene che i nostri organi di senso sono limitati, nel senso che si sono evoluti solo per percepire, nell'enorme ricchezza del mondo, solo i fenomeni che consentivano la sopravvivenza. Per questo motivo l'esperienza cosciente non è l'immagine della realtà ma piuttosto, secondo la metafora di Metzinger, quella di un tunnel che ne cattura solo una piccola parte. Scrive Metzinger: "La coscienza è "l'apparire di un mondo". L'essenza  del fenomeno dell'esperienza cosciente sta nel fatto che una singola e unificata realtà diventa presente: se siete coscienti un mondo vi appare. Ciò è vero sia per i sogni sia per gli stati di veglia, ma nel sonno profondo senza sogni nulla appare: non vi è disponibile il fatto che ci sia una realtà fuori di voi e che voi siate presenti in essa; non sapete addirittura di esistere. [...] Nell'evoluzione darwiniana, una prima forma di coscienza potrebbe essere comparsa circa 200 milioni di anni fa nelle primitive cortecce cerebrali dei mammiferi, fornendo loro la consapevolezza corporea e il senso di un mondo circostante e guidando il loro comportamento."  Come riconoscere il mondo reale tra tutti i mondi immaginari possibili? Si chiede Metzinger: se l'Homo sapiens ha lentamente acquisito la capacità di immaginare condizioni alternative a quelle reali,  come ha fatto a distinguere tra la realtà e la rappresentazione? Scrive Metzinger: "Gli esseri umani sanno che alcune delle loro esperienze coscienti non si riferiscono al mondo reale, ma sono soltanto rappresentazioni che hanno luogo nelle loro menti. [...] Avendo esperienza cosciente di alcuni elementi del nostro tunnel in termini di mere immagini o di pensieri relativi al mondo, siamo divenuti consapevoli della possibilità di avere rappresentazioni erronee. Abbiamo capito che talvolta commettiamo degli errori, poichè la realtà non è che un tipo specifico di apparenza. In quanto sistemi rappresentazionali evoluti, abbiamo potuto rappresentare uno dei fatti più rilevanti fra quelli che ci riguardano, ossia che "siamo" sistemi rappresentazionali. Siamo stati abili a cogliere i significati di nozioni come verità e falsità, conoscenza e illusione. Non appena siamo divenuti padroni di questa distinzione, l'evoluzione culturale è esplosa, poichè siamo diventati sempre più intelligenti aumentando sistematicamente le conoscenze e riducendo parallelamente l'illusione." I neuroscienziati Gerald Edelman e Giulio Tononi, alla luce degli attuali sviluppi dell'intelligenza artificiale (AI), sollevano dei dubbi sul tipo di coscienza cui possono aspirare i futuri manufatti. Essi scrivono: "Il radicamento nel singolo corpo è [per l'uomo] il prezzo da pagare per accedere a qualsiasi esperienza qualitativa. Vi è tuttavia un nuovo allargamento di  conoscenza che si schiuderebbe in quel rimarchevole momento del nostro viaggio intellettuale. E' l'opportunità di vedere come un fenotipo radicalmente differente [AI] dotato della facoltà della coscienza di ordine superiore categorizzi in realtà lo stesso mondo, quel mondo che insieme condividiamo. La probabilità che questo fenotipo sarà come i nostri o anche come quelli di un animale complesso appaiono sempre più flebili." Nel 2022, con la pubblicazione del libro "Irriducibile" il fisico Federico Faggin ha avanzato una nuova ipotesi sulla natura della coscienza, ipotesi basata su esperienze personali e su analisi di fisica quantistica condotte dal fisico Giacomo Mauro D'Ariano. Tale ipotesi (ancora da verificare sperimentalmente) prevede che la coscienza non si generi all'interno del cervello ma che sia già presente nell'Universo dall'inizio dei tempi e costituisca, metafisicamente, l'essenza  della realtà, come era già stato anticipato circa 2500 anni fa da alcune religioni orientali (il Tao, i Veda, il Buddismo). Ma, per avere prove più concrete sull'esistenza di una coscienza universale, dobbiamo andare alle numerose esperienze di premorte (NDE  near death experience), delle quali parla Ervin Laszlo alle pagine 13-25 del libro "Mente immortale".
per scaricare le conclusioni (in pdf):
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a chi non vuole corre il rischio di occuparsi del mondo percepito trascurando la mente che lo percepisce
Spesa annua pro capite in Italia per gioco d'azzardo 1.583 euro, per l'acquisto di libri 58,8 euro (fonte: l'Espresso 5/2/17)

Pagina aggiornata il 8 Febbraio 2026

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Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 2.5 Generico
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