La psicologia della Mafia si fonda su una concezione perversa della famiglia - Pensiero Critico

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La psicologia della Mafia si fonda su una concezione perversa della famiglia

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Il punto chiave
Il pensiero sul "Noi" entra a far parte della vita psichica come "Noi famiglia", ed il "Noi sociale" nella mente è un vuoto, in altre parole, su di esso non esiste un pensiero, perchè questo innanzitutto non esiste nella vita psichica della famiglia che per questo non può trasmetterlo ai suoi membri. "Ritengo" - afferma Falcone - "che sia proprio la mancanza di Stato come valore interiorizzato a generare quelle distorsioni presenti nell'animo siciliano: il dualismo tra società e Stato, il ripiegamento sulla famiglia, sul gruppo, sul clan; la ricerca di un alibi che permette a ciascuno di vivere e lavorare in perfetta anomia, senza alcun riferimento a regole di vita collettiva. (Innocenzo Fiore)
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La mafia è stata ed è un ramificato sistema di potere interclassista, non antagonista ma parallelo a quello statale, dotato di un'organizzazione interna di tipo gerarchico e dedito a un'oculata amministrazione della violenza e della paura per imporre la propria egemonia e il proprio ordine nella competizione politica ed economica. (Roberto Scarpinato)
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Nella quiete ordinaria la società esprime una normalità accidiosa e sciatta, rinunciando a mobilitare le proprie riserve morali, di cui pure è ricca. E' una normalità figlia delle profondità della storia, nutrita di secoli e secoli di vita politica, civile e intellettuale. (Nando dalla Chiesa)
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La crisi che attraversa Cosa nostra, oltre che ai tanti altri fattori di natura politica, economica, sociale e ad una efficace azione repressiva, trova la sua spiegazione profonda in questi cambiamenti che interessano la famiglia, il femminile e il maschile. La scomparsa, come sembra, del rito di affiliazione si può ben ricondurre all'indebolimento dell'istituzione famiglia. Infatti, il rito aveva la funzione d'ingresso in una "famiglia" forte capace di proteggere. [...] Il pentimento mostra i segni di una identità maschile sempre più confusa che non trova nel vecchio modello dell'uomo d'onore un organizzatore credibile. L'emergere di trasgressioni interne al mondo di Cosa nostra, l'insofferenza per la rigidità di certe regole, il desiderio della bella vita che mostrano alcuni mafiosi, sono i segni di un cambiamento che riguarda le strutture profonde della loro mente. (Innocenzo Fiore)
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Occorre sbarazzarsi una volta per tutte delle equivoche teorie della mafia figlia del sottosviluppo, quando in realtà essa rappresenta la sintesi di tutte le forme di illecito sfruttamento delle ricchezze. Non attardiamoci, quindi, con rassegnazione, in attesa di una lontana, molto lontana crescita culturale, economica e sociale che dovrebbe creare le condizioni per la lotta contro la mafia. Sarebbe un comodo alibi offerto a coloro che cercano di persuaderci che non ci sia niente da fare. (Giovanni Falcone)
L'universo psichico del mafioso
psicologia della mafia
La  mente mafiosa si basa su un fondamentalismo psichico: quello di un sociocentrismo perverso che fa coincidere la famiglia interna (psichica) con quella esterna del gruppo (mafiosa). In tal modo l'identità personale viene annullata e ogni singolo mafioso non riesce a prendere nessuna decisione autonoma. Ogni decisione si fonda sul consenso e sulle regole imposte alla mente dalla famiglia mafiosa. Come scrive lo psicologo Girolamo Lo Verso "Quando il "noi" si sostituisce all' "io" non ne ha nè l'umanità nè le debolezze."


Lo psicologo statunitense Philip Zimbardo ha effettuato nel 1971 un famoso esperimento che aveva lo scopo di distinguere se gli atteggiamenti violenti delle persone dipendono dall'indole dell'individuo o dal contesto sociale in cui si trova a vivere. L'esperimento, denominato "Effetto Lucifero" dimostrò che la violenza dipende principalmente dalla situazione ambientale.
In tal modo è stata smontata la tesi, prevalente nella società, che sostenendo la dicotomia Male/Bene mette al riparo la maggior parte delle persone (buone) dalla loro responsabilità nel creare le condizioni sociali della violenza. Ciò è quel che è accaduto nella Germania nazista a milioni di persone "normali" che hanno accettato quel che accadeva senza protestare o intervenire, come Hannah Arendt mise in evidenza nel libro "La banalità del male". In Germania, coloro che avevano partecipato materialmente alle violenze, al processo cercarono di giustificarsi con l'aver solo obbedito agli ordini, mentre la maggior parte della società non accettò nessuna responsabilità. Ciò è proprio quel che accadeva (e accade) in Sicilia dove la maggior parte delle persone (buone e oneste) rifiuta di aver contribuito a determinare il contesto mafioso in cui vivono.
Come funziona la mente mafiosa

Come è noto a chi si occupa di psicologia, "egocentrismo" e "sociocentrismo" sono due forze psichiche che agiscono nella mente umana dalla nascita alla morte in varia misura e contribuiscono a determinare lo sviluppo del "pensiero" di ogni individuo. Mentre l'egocentrismo prevede che l'individuo (e le sue idee) siano completamente "centrati" su se stesso, il sociocentrismo prevede che l'individuo (e le sue idee) siano centrati sul gruppo sociale al quale appartiene. Nel caso della mafia siciliana  questi due modi di dare un senso alla realtà si combinano in modo patologico a causa del significato che la storia siciliana ha attribuito alla "famiglia". Infatti, le diverse civiltà che si sono succedute in Sicilia hanno imposto istituzioni proprie dalle quali i siciliani hanno cercato di difendersi creando un particolare "tipo di famiglia". Scrive lo psicologo Innocenzo Fiore ("La mafia dentro" pp. 51-52):


In Sicilia la sola organizzazione-istituzione rimasta stabile nel tempo è la famiglia. Essa ha resistito ai cambiamenti esterni e fatto fronte all'insicurezza diventando l'istituzione in grado di rappresentare l'identità siciliana ed assicurarle continuità. [...] Di fronte ai cambiamenti istituzionali la famiglia in Sicilia ha generato nel tempo un pensiero su se stessa, come modello organizzativo-istituzionale di grande forza che ha il compito di proteggere coloro che vi fanno parte. Essa si è affermata come la sola istituzione che il siciliano ha avuto a disposizione per adattarsi alla vita collettiva, l'unica capace di far fronte alle ansie derivanti dall'insicurezza e a colmare il bisogno di rassicurazione.


L'identificazione famiglia-mafia ha creato nel tempo un nucleo psichico patogeno come scrive lo psicologo Girolamo Lo Verso ("La mafia dentro" pp.27-31):


La famiglia è un campo psicologico e relazionale condiviso tra varie persone che lo hanno co-struito. Essa è "regolata" e concepita dal mondo culturale che determina ampiamente in essa i criteri di bene e di male, di giusto ed ingiusto. Uno dei grandi punti di forza dello psichismo mafioso, che ha dato una incredibile coesione all'organizzazione ed ha contribuito a renderla realmente "Cosa nostra" è stato il fare, ampiamente, coincidere la famiglia biologica con quella sociale ed affettiva tramite i diffusi matrimoni all'interno dell'organizzazione, in ciò seguendo il millenario esempio occidentale dell'aristocrazia. [...]  Quando il "noi" si sostituisce all' "io" non ne ha nè l'umanità nè le debolezze.


Conferme a quest'impostazione dello psichismo mafioso arrivano dal magistrato Roberto Scarpinato (vedi bibliografia Micromega) il quale, attingendo alla sua conoscenza diretta del fenomeno mafioso e agli interrogatori da lui condotti di vari mafiosi, scrive:


Più che la paura della morte fisica, prevale in molti mafiosi di estrazione popolare la paura di essere "morti nella vita, di essere morti nell'uovo", cioè all'atto stesso della nascita. Di attraversare l'esistenza restando "nessuno mescolato con niente", espressione siciliana che indica un destino di totale anonimato e di invisibilità sociale che ti rende quasi trasparente e invisibile agli occhi degli altri, come se non esistessi, come se non abitassi lo spazio comune. [...]  Quando diventi componente dell'associazione, non sei più "nessuno mescolato con niente", sei "Cosa nostra", sei entrato a far parte della schiera di coloro che, invece di essere dominati, dominano.

L'esigenza di "riconoscimento" è essenziale nel processo mentale di costruzione dell'identità di ogni individuo ma, nel caso della mafia, essa prende una direzione patologica determinata, più che dalla predisposizione personale, dall'istituzione della "famiglia mafiosa". Questa esigenza di riconoscimento dei mafiosi siciliani, maggiore di quella riscontrabile in persone "normali", deriva, secondo il magistrato Gioacchino Natoli ("La mafia dentro pp. 15-22), dall'insicurezza atavica del popolo siciliano ed è riscontrabile anche nella costruzione sintattica del parlato: i siciliani non usano il tempo futuro, ad esempio, invece di dire "domani andrò" dicono "domani vado", o invece di dire "domani farò" dicono "domani faccio". Scrive Natoli (p.18):

Questo fattore sarebbe la causa del tradizionale conservatorismo dei siciliani nonchè del loro sentimento di sfiducia verso chiunque faccia qualcosa, giacchè "chi fa" sarebbe mosso, almeno nel giudizio comune, da esclusivo interesse personale. Diversamente, che motivo avrebbe per affaticarsi e per muoversi?

L'origine psicologica della Mafia siciliana va ricercata dunque nella relazione tra fattori psicologici (costruzione del sé del singolo individuo) e fattori sociologici (cultura del gruppo al quale appartiene). Il bisogno di protezione del singolo diventa un elemento fondamentale della costruzione della personalità, e se il gruppo sociale diventa garante unico di questo bisogno sottraendolo alla famiglia e identificandosi con essa, impedisce la possibilità per l'individuo di adattarsi alla vita collettiva in modo diverso. In tal modo un gruppo sociale come "Cosa nostra" può offrirsi come unica struttura di significazione del rapporto tra individui e realtà. In tal modo la mafia si impossessa interamente dell'identità dei suoi membri.

L'origine del Male
Escher
mafia politica
Il "sentire mafioso" è il terreno fertile dove alligna la cultura mafiosa e, dato che non risparmia nessuna categoria sociale, esso è difficile da contrastare se non culturalmente.
La tragica illusione di scendere a patti con la mafia
Secondo lo psicologo Girolamo Lo Verso, molte persone che hanno avuto rapporti con la mafia si sono tragicamente illusi che con essa si potessero fare dei patti. Ciò è impossibile per la particolare natura "fondamentalista" del sé mafioso descritta prima. Egli scrive (p.35):

Sembra evidente la tragica illusione di molti politici, faccendieri, avvocati, medici, funzionari, cittadini ecc., che si possa convivere con la mafia o "fare dei patti" di sopravvivenza anche impliciti con essa. In una cultura organizzativa fondamentalista chiunque abbia a che fare con questo mondo "gli appartiene", diviene "cosa sua" e non può consentirsi differenziazioni e prese di distanza. In un mondo psichico siffatto nulla, nessun gesto, nessun rapporto ecc. può avvenire per caso o essere una tantum. Lo psichismo mafioso, nella forza fondamentalista dell'identità "noi" regge solo sino a quando per il singolo vi sono le certezze dell'organizzazione e del rapporto identificatorio con essa. Al di là di questo vi è la "crisi".
Mappa concettuale della Mafia
mafia
Mappa che evidenzia le principali relazioni tra i concetti fondamentali che guidano l'attività (psichica e comportamentale) della mafia.
La negazione della struttura interclassista della mafia
La negazione secolare sia dell'esistenza della mafia, sia della sua presenza allargata e radicata psichica e culturale nella società è stata sconfitta solo negli ultimi trenta anni e, in particolare, dopo l'uccisione dei magistrati Giovanni Falcone e Borsellino. Scrive Roberto Scarpinato:

La struttura interclassista della mafia sebbene sia stata posta in evidenza da alcuni autorevoli studiosi sin dalle origini dello Stato unitario italiano nel XIX secolo, è sempre stata negata o rimossa dagli apparati culturali ufficiali. [...] Autorevoli intellettuali ed esponenti di vertice della classe dirigente, tra i quali uomini ai vertici dello Stato, alti magistrati ed ecclesiastici, sino agli anni Ottanta del XX secolo hanno negato l'esistenza stessa della mafia come organizzazione criminale oppure ne hanno fornito un'immagine positiva.

La difficoltà di sconfiggere la mafia, come ha potuto constatare sulla sua pelle il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, è dovuta alla presenza radicata nella società e nelle Istituzioni. Scrive Scarpinato:

Senza la protezione e la complicità borghesi, la componente popolare della mafia, quella costituita da specialisti della violenza come Salvatore Riina, sarebbe stata sgominata dalla forza dello Stato nell'arco di pochi decenni.

I processi degli ultimi trenta anni, a partire dal Maxiprocesso del 1986-1992, "sdoganarono" l'esistenza della mafia in Italia e impedirono a molte persone di continuare a tacerne l'esistenza nella società. Tuttavia essa rimase (e rimane) attiva nella mente e nei comportamenti di una parte della borghesia e della élite culturale, scrive Scarpinato:


I processi hanno rivelato che gli assassini non hanno solo i volti proletari degli esecutori materiali, degli uomini che sulla scenza dei delitti si macchiano le mani di sangue. Gli assassini e i loro complici hanno anche i volti levigati, i tratti raffinati, di tanti insospettabili e sono proprio loro, a volte, i più crudeli. Perchè essi hanno le risorse culturali e i mezzi sociali per edificare sulle fondamenta della paura collettiva i pilastri di un potere personale che dietro la maschera della rispettabilità, rivela i tratti di una luciferina volontà di potenza.
Le tre categorie antropologiche che rendono possibile l'attività della mafia
Nando dalla Chiesa
politica mafia
La zona grigia della società

L'attrattività della mafia in certi ambienti si basa sulla concretezza della famiglia mafiosa contrapposta all'inefficienza dello Stato nel risolvere le controversie. Questa "concretezza" piace a molte persone con una capacità critica ridotta, che hanno assorbito l'immagine che della mafia hanno dato il cinema e la televisione degli ultimi anni.

Il giornalista Corrado Stajano, intervistando il magistrato Giovanni Falcone nel 1979 sui fattori che alimentavano la forza della Mafia in Sicilia, scriveva la seguente risposta di Falcone:


"Se la mafia si riducesse soltanto a una questione criminale, non pensa che in quasi un secolo sarebbe stata eliminata dai poteri repressivi dello Stato? Il guaio è che occorre tener conto non soltanto della politica, ma anche del tessuto sociale sostanzialmente ambiguo di Palermo. Cosa nostra non è un bubbone, è la degenerazione a livello criminale di uno stato d'animo diffuso fra tutti i ceti e tutte le classi della città. Sa che cos'è la zona grigia?" Lo sapevo da Primo Levi, amico indimenticato. Ne parlava sempre e ne scriverà (nel 1986) nel suo "I sommersi e i salvati": è l'ibrido, dai contorni mal definiti, che separa, lega e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Anche per Falcone la definizione poteva adattarsi al costume mafioso.

Sulle trasformazioni della mafia Giovanni Falcone, già nel 1991 nel libro "Cose di Cosa nostra" (p.129) scriveva:

Secondo quanto accertato dagli inquirenti, la tendenza è verso una diminuzione delle richieste di tangenti di importo considerevole. Brutto segno: se le tangenti del racket diminuiscono - o meglio si trasformano - ciò può significare che il mafioso tende a trasformarsi lui stesso in imprenditore, a investire in imprese  i profitti illeciti del traffico di droga. La crescente presenza di Cosa Nostra sul mercato legale non rappresenta un segnale positivo per l'economia in generale.
Altan
Le categorie antropologiche che rafforzano la mafia

La mafia è resa possibile dalla presenza nella società di alcune categorie antropologiche che ne rendono possibili le attività criminali. Secondo Nando dalla Chiesa tali categorie sono tre: i complici, i codardi e i cretini. Egli scrive (p.31):


I complici sono coloro che consapevolmente assicurano i propri servizi all'organizzazione. [...] I complici sono i fiancheggiatori dolosi, coloro che realizzano il celebre "concorso esterno in associazione mafiosa", quelli senza i quali l'organizzazione mafiosa non riuscirebbe a conseguire i propri scopi. [...]
I codardi sono coloro che "non vedono, non sentono, non parlano". Che per viltà fanno o omettono di fare. Che offrono in sacrificio al proprio quieto vivere la libertà e perfino la vita del prossimo. Senza sensi di colpa.
I cretini, infine, meritano un discorso a parte. Vale qui la pena di riprendere l'aneddoto raccontato, e non casualmente, da Giovanni Falcone a Marcelle Padovani nel suo "Cose di Cosa nostra". Racconta il magistrato: "
Uno dei miei colleghi romani, nel 1980 va a trovare Frank Coppola, appena arrestato, e lo provoca: "Signor Coppola, che cosa è la mafia?" Il vecchio, che non è nato ieri, ci pensa su e poi ribatte: "Signor giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare procuratore della Repubblica. Uno è intelligentissimo, il secondo gode dell'appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia..." .


Il potere della Mafia è fondato su relazioni sociali e capacità corruttiva

Negli ultimi trent'anni abbiamo assistito alla lenta e subdola espansione della 'Ndrangheta nel Nord Italia. Il fattore principale è stato la congiunzione di un evento (la scelta di inviare al confino al Nord un boss calabrese) e di una potenzialità (la corruzione prossibile delle amministrazioni pubbliche).  Scrive il sociologo Nando dalla Chiesa nel libro "Manifesto dell'Antimafia" (p.27-28):


Quel che colpisce è il ruolo formidabile svolto dalla corruzione. Saverio Morabito, pentito eccellente di Buccinasco-Corsico, consegna un affresco da brividi dell'ascesa dei clan fino a fare di Buccinasco "la Platì del Nord". Il suo racconto è popolato di figure di corrotti. Comprati senza problemi con i soldi dell'eroina. Avvocati, marescialli dei carabinieri, commissari di polizia, politici. E magistrati. La gente, spiega Morabito, pensa che corrompere un magistrato sia difficile. E invece non c'è niente di più facile. E quando l'hai comprato la prima volta, la seconda lo prendi con una penna stilografica, perchè lo puoi ricattare. [...] E' un piano di riflessione che chiama in causa anche il tema delle relazioni sociali. Queste ultime sono l'essenza del potere 'ndranghetista (come di quello mafioso o camorrista). Sono il vero, autentico capitale della 'ndrangheta: ancora più importante, per paradosso ma non troppo, dei capitali monetari. E' decisivo poter contare sul politico amico, avvicinabile in virtù di debiti che nascono nelle campagne elettorali o nello spirito di corregionalità. Potere contare sull'impiegato comunale che dia le informazioni necessarie sulla pratica a cui il clan è interessato e su chi la sta trattando o vi si sta opponendo. Sul graduato che informi del procedimento giudiziario in arrivo. Sul medico disposto a curare il latitante o sull'infermiere disposto a cedere la stanza d'ospedale per un vertice d'affari. Sul professore universitario che procuri la promozione allo studente "giusto". Sul vigile urbano che avvisi del controllo disposto sul cantiere o sulla discoteca. Sul funzionario bancario che segnali le difficoltà della piccola impresa da usurare. Sul cancelliere che fornisca dati riservatissimi su indagini in corso. Sul funzionario parlamentare capace di far saltare o aggiungere una virgola a un emendamento. E' una rete che arriva fino ai luoghi alti delle istituzioni: ministeri e Parlamento, ambasciate e Consigli regionali. Corte di Cassazione e alti comandi militari.


Internazionalizzazione e globalizzazione delle mafie in Europa
Dell'espansione delle mafie italiane (Cosa nostra, Camorra,  'ndrangheta, Sacra Corona unita) in tutta Europa, trainate da globalizzazione, finanziarizzazione e liberismo esistono molti preoccupanti segni che lo studioso Umberto Santino evidenzia in questa intervista (per l'intervista completa vedi bibliografia):


  • Domanda di Rocco Sciarrone: Già moltissimi anni fa, lei aveva elaborato il concetto di “borghesia mafiosa” e aveva rivolto l’attenzione alla dimensione finanziaria della mafia. Si può dire che aveva visto in anticipo l’evoluzione di Cosa nostra e il suo rapporto con la sfera della politica e dell’economia? O piuttosto c’è una continuità storica della “borghesia mafiosa”? E quali sono le specificità della fase attuale?

  • Risposta di Umberto Santino:


Parlo di borghesia mafiosa dagli anni 70 e di mafia finanziaria dagli anni 80. Non so se ho anticipato, so per certo che è stata per molto tempo un’analisi ignorata o isolata e minoritaria. Negli anni 70 dominava il subculturalismo di Hess, poi c’è stato Arlacchi con la mafia destrutturata e imprenditrice che avrebbe scoperto la competizione per la ricchezza solo in quegli anni, mentre già quelli che chiamo fenomeni premafiosi documentabili fin dal XVI secolo hanno al centro insieme potere e accumulazione. Come per tutti i fenomeni di durata lo sviluppo storico è un intreccio di continuità e trasformazione. L’esistenza del fenomeno mafioso come fenomeno complesso, fatto di associazionismo criminale e sistema relazionale. è documentabile fin dagli anni trenta dell’800. I gabelloti, a fianco dell’aristocrazia terriera, erano borghesia in larga parte parassitaria e già nell’800 c’erano professionisti e altri soggetti borghesi che giocavano assieme ai mafiosi. La fase attuale è caratterizzata dalla lievitazione dell’accumulazione illegale, dalla proliferazione di gruppi di tipo mafioso a livello internazionale, dal trionfo del capitalismo e del liberismo e dall’imbarbarimento della politica. La mafia siciliana non è più un unicum, si sono affermati o sono nati altri gruppi, la globalizzazione ha effetti criminogeni alle periferie, dove l’emarginazione induce al ricorso di metodi illegali per percepire quote di reddito e per contare, e ai centri, dove la finanziarizzazione rende sempre più difficile la distinzione tra capitali legali e illegali. In Italia siamo passati dalla Dc come grande mediatrice tra tutti i poteri reali, compresa la mafia, al berlusconismo come modello intrinsecamente mafioso, per la privatizzazione delle istituzioni, l’uso dell’illegalità come risorsa e dell’impunità come legittimazione e status symbol. Questo è il periodo più buio della vita della Repubblica e non vedo prospettive, data l’inconsistenza e frammentarietà delle forze che dovrebbero essere alternative. In questo contesto poliziotti e magistrati, senza mezzi e attaccati se osano coinvolgere uomini di potere, possono arrestare e condannare capimafia a gregari ma è impossibile una lotta conseguente alla borghesia mafiosa. Si sta ripetendo quello che è accaduto durante il fascismo con l’azione di Mori: duri colpi ai mafiosi reali o presunti, alt all’azione rivolta allora ai manutengoli ora allo stesso capo del governo, icona della legalizzazione dell’illegalità.
Le mafie italiane in Europa
Transcrime
Mappa dell'espansione delle mafie italiane (Cosa nostra, 'ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita) in Europa redatta da Transcrime
Il crimine organizzato in Europa
Transcrime
REGIONI CON EVIDENZA DI INVESTIMENTI DEL CRIMINE ORGANIZZATO (OCP-TRANSCRIME)
I mafiosi sono dei "parassiti violenti"
altan

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Libri consigliati
a chi è interessato a capire la mentalità mafiosa
Nando dalla Chiesa
Leonardo Sciascia
Girolamo Lo Verso
Giovanni Falcone
Cosa si può fare per diventare "pensatori critici"
E' stato ampiamente dimostrato negli ultimi 30-40 anni da parecchi psicologi tra i quali Amos Tversky, Daniel Kahneman, Gerd Gigerenzer e altri, che l'essere umano crede di essere razionale ma non lo è. Quando un individuo si trova a prendere decisioni in condizioni di incertezza il più delle volte usa un "pensiero intuitivo" facendo ricorso alle euristiche, cioè a scorciatoie mentali maturate nel corso dell'evoluzione. Nella maggior parte delle situazioni della vita quotidiana le decisioni euristiche si rivelano giuste ma in situazioni più complesse, apparse solo con la modernità, le euristiche portano a distorsioni del giudizio (bias) che danno luogo a decisioni errate.
Secondo Daniel Kahneman (pp.464-465 di Pensieri lenti e veloci - Mondadori) il nostro pensiero intuitivo non è facilmente educabile e ostacola il riconoscimento dei segnali ambientali che in certi casi renderebbero necessario il passaggio a un pensiero razionale e critico. Un osservatore esterno è sempre meno coinvolto emotivamente di colui che prende decisioni e compie azioni. Occorre quindi impegnarsi a costruire una "società critica", nella quale ci siano "osservatori critici" che sappiano avvertirci dei pericoli insiti in certe situazioni decisionali. Questo è un compito primario delle Istituzioni che devono investire in programmi di formazione al "pensiero critico" degli educatori scolastici. A livello individuale, ecco alcune attività perseguibili:

  1. Atteggiamento critico: sforzarsi di assumere un atteggiamento critico contrastando la tendenza umana innata di saltare subito alle conclusioni e prendere decisioni impulsive. Per approfondire andare alla pagina: Atteggiamento critico 
  2. Lettura: diversi studi confermano che l'attività di lettura migliora l'attività del cervello contrastando i deficit cognitivi e l'invecchiamento cerebrale. Per approfondire andare alla pagina: Lettura e Cervello. Inoltre, il  miglioramento cerebrale viene potenziato dalla lettura critica dei testi (non narrativi). 
  3. Apprendimento linguistico: recenti studi hanno confermato che imparare lingue diverse dalla propria (anche in età avanzata) migliora il rendimento cerebrale. Per approfondire andare alla pagina: Bilinguismo e incremento cognitivo

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Pagina aggiornata il 31 agosto 2017

 
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