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Neuroscienze: il ruolo della mente nelle narrazioni tradizionali

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Il punto chiave
So bene che il futuro non sarà quasi mai bello come una fiaba. Ma non è questo che conta. Intanto, bisogna che il bambino faccia provvista di ottimismo e di fiducia, per sfidare la vita. (Gianni Rodari )
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La narrativa è il racconto di progetti umani che sono falliti, di attese andate a monte. Essa ci offre il modo di addomesticare l'errore e la sorpresa. ( Jerome Bruner )
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Il primo indice dell'impoverimento di una cultura è quello della riduzione delle risorse narrative. Dittature, povertà e migrazioni riducono la capacità di dare all'esperienza la forma di un racconto, perché la vita quotidiana viene dominata dal peggior racconto possibile che non ammette alternative.
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L'emisfero sinistro del cervello è il collante che unifica la nostra storia e crea la nostra percezione di essere un agente razionale completo. Costruisce la nostra vita e traccia narrazioni del nostro comportamento passato che prevedono la nostra consapevolezza. (Michael Gazzaniga)
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Origine delle storie
L'origine della necessità di raccontare storie potrebbe essere molto antica, come ipotizza lo psicologo Michael Corballis nel libro "La mente che vaga" (p. 76-78):

E' probabile che le storie traggano origine dal nostro passato di raccoglitori-cacciatori, da come i nostri primi antenati trasmettevano le proprie esperienze di procacciamento del cibo. Parte di questo passato può essere catturato guardando ai cacciatori-raccoglitori di oggi. Tra gli Archè del Paraguay orientale, si dice che ogni uomo riferisca nei dettagli agli altri di ogni esemplare di selvaggina incontrato quel giorno, e il risultato dell'incontro. Ciò permette al gruppo di familiarizzare con il terreno, con i luoghi dove è probabile trovare la selvaggina, con le tecniche di caccia, i successi e i fallimenti. [...] I bambini sarebbero stati affascinati dai racconti narrati dagli uomini, e magari ripetuti dalle donne, acquisendo così conoscenza sulle fonti di cibo e sulle tecniche di caccia, prima di cominciare loro stessi a cacciare. [...] Nelle prime fasi, è probabile che le storie siano state narrate in forma di pantomime, con le persone che recitavano le proprie esperienze. Ma la pantomima è inefficiente e spesso ambigua, sicchè occorreva sviluppare un sistema di simboli i cui significati fossero chiari e compresi dai membri della comunità.
Quale funzione hanno le narrazioni

Secondo lo psicologo Jerome Bruner (p.28) ogni cultura è l'elaborazione collettiva di significati basati sull'interpretazione di informazioni e sulla negoziazione di comportamenti umani che le narrazioni contribuiscono a condividere. Bruner, nel corso di tutta la sua opera, ha evidenziato l'importanza delle narrazioni per la costruzione del "senso del sè " di ogni individuo nell'ambito della cultura di appartenenza. Egli scrive nel libro "La ricerca del significato" (p. 131):


Ho voluto dimostrare come l'esistenza e il sè che noi stessi costruiamo sono i prodotti di questo processo di costruzione del significato. Ma ho anche voluto chiarire che i sè non sono nuclei di coscienza isolati, racchiusi nella mente, bensì sono "distribuiti" in senso interpersonale. E i sè non possono avere origine come reazione istantanea al presente, poiché assumono significato alla luce delle circostanze storiche che danno forma alla cultura di cui essi sono espressione.

Dunque, secondo Bruner, il "sè" di ogni individuo riceve un significato dall'ambiente sociale nel quale l'individuo si trova a vivere, e questo significato è generato dalle narrazioni che circolano in quell'ambiente.  Per questo motivo il primo indice dell'impoverimento di una cultura è quello della riduzione delle risorse narrative. Dittature, povertà e migrazioni riducono la capacità di dare all'esperienza la forma di un racconto, perché la vita quotidiana viene dominata dal peggior racconto possibile che non ammette alternative. In situazioni normali appare chiara la funzione delle narrazioni per la creazione del "senso del sè " nell'infanzia, così come la esprime Bruner (p. 98):

I racconti trasformano la realtà in una "realtà attenuata". Io ritengo che i bambini, naturalmente grazie alle circostanze, siano predisposti a iniziare la loro carriera di narratori in questo spirito. E noi li dotiamo dei modelli e di un insieme di strumenti procedurali per lo sviluppo di tali capacità, senza le quali non saremmo mai in grado di sopportare i conflitti e le contraddizioni generati dalla vita sociale: diventeremmo inadatti alla vita della cultura.

Questo spiega perché i bambini, da piccoli, sono così avidi di storie e non si stancano mai di chiederle ai genitori: perché hanno bisogno, per crescere emotivamente e cognitivamente, di una "realtà attenuata" che gli consenta di accettare l'ambiente sociale senza grossi traumi. Purtroppo la stanchezza o l'inadeguatezza dei genitori spesso li lasciano in balìa delle storie raccontate dalla pubblicità e dall'intrattenimento televisivo commerciale. Nell'ambito familiare le storie costituiscono un forte stimolo all'apprendimento del linguaggio, nel senso che nel conflitto tra i propri desideri e quelli dei genitori, il bambino deve imparare a controllare i propri desideri e a utilizzare appropriatamente il linguaggio, spesso mentendo, per soddisfarli. Scrive Bruner (p. 90):

Il bambino impara ad usare alcuni tra gli strumenti meno simpatici della pratica retorica: l'inganno, l'adulazione e via di seguito. Ma impara anche molte utili forme di interpretazione, e perciò sviluppa un'empatia più penetrante. In questo modo il bambino fa il suo ingresso nella cultura umana.

Il bambino intuisce che la conoscenza del linguaggio potrebbe procurargli dei vantaggi anche se, in quel momento, ne ignora gli svantaggi. Scrive Bruner (p. 76):

Il linguaggio viene acquisito non da spettatori, ma attraverso l'uso. L'esposizione al flusso del linguaggio non si rivela così importante quanto il suo utilizzo nel processo del "fare". Apprendere un linguaggio, per citare una nota frase di John Austin, significa apprendere come "fare cose con le parole". Il bambino non impara semplicemente "che cosa" dice ma anche come, dove, a chi è in quali circostanze.
Le storie mettono ordine nel caos della vita
Secondo il neuroscienziato Michael Gazzaniga, che ha svolto studi sperimentali sulla differenza tra i due emisferi del cervello (vedi bibliografia), l'emisfero sinistro è impegnato nel "mettere ordine nel caos" e lo fa mettendo tutto ciò che ci viene in mente dentro a una storia e ponendola in un contesto. Il diverso ruolo dei due emisferi venne scoperto da Gazzaniga nel corso di alcuni esperimenti fatti su persone alle quali era stato resecato il corpo calloso che separa i due emisferi; egli scrive ne "L'interprete (p. 33):

Si è riusciti a chiarire cosa sia realmente l'interpretazione proprio grazie ai test sui pazienti "split brain": venivano loro mostrate contemporaneamente due immagini di un pollo, una per ciascun emisfero. Dopodichè i soggetti osservavano una serie di figure aggiuntive (diverse per ogni emisfero) e sceglievano quelle che sembravano loro attinenti all'originale. Dalla selezione delle immagini, si poteva notare - ad esempio - che il soggetto sceglieva con la mano sinistra - controllata dall'emisfero destro - una pala; mentre con la mano destra - controllata dall'emisfero sinistro - indicava una zampa di pollo. Ebbene, se è ovvia l'associazione pollo-zampa di pollo, meno scontata era quella con la pala. Si mostrava dunque l'oggetto all'emisfero sinistro, che riconosceva come la scelta operata dal destro, in base alla sua conoscenza non verbale e inaccessibile, fosse in contraddizione e la "correggeva", elaborandone una spiegazione: la pala serviva per pulire la gabbia dei polli. Ecco, dunque, come l'emisfero sinistro faccia da "interprete" del reale.

Il nostro emisfero sinistro è dunque sempre alla ricerca di una giustificazione logica di ciò che l'emisfero destro gli propone. L'emisfero sinistro fa delle razionalizzazioni, non sempre corrette, effettuando inferenze su ciò che ritiene essere la realtà. In tal modo rende la nostra vita gestibile sottraendola al caos. Ecco perchè abbiamo miti e leggende, e amiamo racconti e film.
L'Interprete crea le storie della nostra vita
Gazzaniga
Il neuroscienziato Michael Gazzaniga sostiene che ciò che egli ha chiamato "L'interprete" (che comprende amigdala, gangli della base e altri organi posti nell'emisfero sinistro), crea in ogni persona la sensazione di avere un "sé unitario" e, soprattutto, determina il valore che ognuno attribuisce agli aggregati culturali che l'intero cervello forma. Sarebbe l'interprete a mettere in forma di storia, tutto ciò che ci accade, cioè a dare un senso al nostro mondo. La nostra consapevolezza si crea nell'emisfero sinistro per effetto degli organi che compongono l'Interprete, il quale è continuamente alla ricerca di elementi che "appaiono alla coscienza" nell'emisfero destro.
Potremmo dire che "L'Interprete" è un'astrazione che crea tutte le astrazioni che ogni persona è in grado di creare dai propri pensieri.
Come il cervello crea le storie
Michael Gazzaniga descrive la continua azione dell'emisfero sinistro che cerca di rendere coerenti le storie che crea sulla nostra realtà.
La psicoterapia è un banco di prova delle narrazioni personali
Quando raccontiamo le nostre storie strutturiamo il nostro pensiero, lo rielaboriamo e lo portiamo alla coscienza. Tale attività è il perno delle pratiche psicoterapeutiche come scrive lo psicologo Filippo Mittino (vedi bibliografia), riguardo alle narrazioni in psicoterapia (p. 240):
Pensando all'attività del narrare all'interno della pratica clinica possiamo affermare come al paziente venga chiesto di raccontare un evento: deve cioè dar voce alle sue rappresentazioni trasformando un ricordo semantico in uno autobiografico, richiesta che comporta un'organizzazione del materiale depositato in memoria ed una esposizione sistematica dello stesso, attraverso il linguaggio. Traducendo in storie la propria esperienza di vita è possibile giungere ad una strutturazione del proprio pensiero. Inoltre nel momento in cui la storia viene raccontata subisce una rielaborazione, che permette una presa di coscienza dell'evento che si sta trattando. Nel caso sia necessaria un'ulteriore riformulazione il narrante sarà in grado di discriminare gli eventi importanti da quelli che non lo sono.

Lo psicologo Gabriele Lo Iacono mette in luce gli studi sperimentali dello psicologo James Pennebaker (vedi bibliografia) sull'importanza della scrittura di narrazioni personali nel superamento di traumi ed esperienze stressanti. Egli scrive:

È da molto tempo che la psicologia narrativa riconosce l’importanza di dare senso agli episodi della propria vita traducendoli in un formato simile a una storia. Gergen e Gergen (1988) chiamano narrazioni di sé (self-narratives) questi particolari tipi di storie che ci aiutano a spiegare gli episodi critici della nostra vita. La base per una buona narrazione di sé, secondo Gergen e Gergen, è simile ai criteri ritenuti importanti per una buona storia in generale: la presenza di un motivo principale o scopo della storia, l’inserimento di eventi importanti pertinenti con questo scopo e la disposizione degli eventi in un ordine sensato (Gergen e Gergen, 1987; Gergen e Gergen, 1988).

Le ricerche sperimentali di Pennebaker hanno dunque dimostrato che l'attività del tenere un diario della propria storia personale, cioè mettere in forma di storia le proprie esperienze stressanti, aiuta a risolverle.
Il diario di Anna Frank
narrazioni
Uno dei più famosi diari personali indica l'importanza di mettere in forma di storia la propria esperienza personale per resistere in una situazione stressante.
Accoppiamento neurale tra parlante e ascoltatore
Brain
I nostri cervelli sono predisposti per ascoltare storie. L'immagine mostra la scansione con risonanza magnetica funzionale (fMRI), condotta dal fisico Greg Stephens et Al. (vedi bibliografia), con la quale è stata analizzata l'attività cerebrale di due cervelli (quello di un parlante e quello di un ascoltatore), impegnati nella narrazione di una storia spontanea di vita reale. L'accoppiamento neurale tra i due cervelli avviene generalmente con un leggero ritardo tra il parlante e l'ascoltatore, ma è stato notato che il cervello dell'ascoltatore mostra segni di un'attività "anticipatoria predittiva" riconducibile allo sforzo di comprendere la storia che sta ascoltando. Maggiore è l'attività anticipatoria, maggiore è anche la comprensione della storia. Gli autori della ricerca hanno anche osservato l'esistenza di accoppiamento neurale tra aree cerebrali extralinguistiche, note per essere coinvolte nel trattamento di informazioni sociali indispensabili per una comunicazione efficace, tra cui la capacità di discernere le credenze, i desideri e gli obiettivi degli altri.
Cos'è una narrazione

Secondo il filologo Albert Lord, nella storia della cultura umana le narrazioni sono revisioni sedimentate di "modi tradizionali di raccontare" provenienti da racconti orali. La loro funzione, secondo lo psicologo Jerome Bruner, sembra essere quella di trovare uno stato intenzionale che renda comprensibile una deviazione rispetto a una norma, allo scopo di mantenere la pace sociale. Scrive Bruner nel libro "La ricerca del significato" (p. 59):


La funzione del racconto è quella di trovare uno stato intenzionale che mitighi o almeno renda comprensibile una deviazione rispetto a un modello di cultura canonico.

Per questo motivo è necessario che ogni interpretazione divenga pubblica affinché una cultura non collassi. Le componenti principali che una narrazione deve avere sono, secondo Bruner, almeno tre:

  1. Sequenzialità (una sequenza di eventi o stati mentali che coinvolgono i personaggi)

  2. Indifferenza ai fatti (verità o falsità degli eventi non influiscono sul significato del racconto)

  3. Scostamento dalle convenzioni (il modo di gestire i conflitti e rinegoziare i significati è un importante indicatore della validità e vitalità di una cultura)

Inoltre una buona narrazione si caratterizza per avere un "problema" da risolvere che provoca uno squilibrio tra gli elementi che la compongono. Questi elementi sono cinque, secondo il critico letterario Kenneth Burke: attore (soggetto), azione (risposta), scopo (obiettivo), scena (situazione) e strumento (stimolo). Vedere immagine del "Pentagono Drammatico".
Secondo Burke la retorica tradizionale della narrazione prevede un ciclo di svolgimento circolare attraversando il quale il problema viene risolto. Egli interpreta le azioni dell'attore come il tentativo di far accettare al pubblico la verità del suo modo di vedere la realtà, e per far questo sostiene che non c'è persuasione senza identificazione.

Nella letteratura moderna l'impostazione cambia, come scrive Bruner (p. 60):

I racconti, se condotti fino alla fine, sono esplorazioni entro gli ambiti delimitati dalla legittimità. [...] Essi si presentano come racconti "realistici", con un problema spiegato da un punto di vista morale, se non risolto. E se gli squilibri continuano ambiguamente a sussistere, come spesso nel romanzo postmoderno, ciò si verifica perchè i narratori cercano di sovvertire i mezzi convenzionali attraverso i quali il racconto si colloca - normalmente - in una posizione di moralità. Scrivere un racconto significa inevitabilmente assumere una posizione morale, anche se si tratta di una posizione morale contro le posizioni morali.
L'arco narrativo delle storie

Tutte le storie hanno un "arco narrativo", cioè un percorso temporale in cui gli eventi vissuti dal protagonista vengono esposti. Una recente ricerca condotta con strumenti di intelligenza artificiale (data mining) da un gruppo di matematici guidati da Andrew Reagan (vedi bibliografia), ha studiato l'evoluzione della cultura umana attraverso l'analisi di testi letterari. La capacità umana di comunicare si basa su esperienze emozionali condivise che nei racconti, spesso, tracciano percorsi emozionali che diventano dei modelli ripetitivi. Questi modelli possono essere individuati e classificati. La ricerca citata ha analizzato i percorsi emozionali (emotional arcs) di 1327 racconti tratti dal Project Gutenberg, costruiti usando un algoritmo chiamato "Hedonometer", il quale misura felicità o tristezza di un testo sulla base della frequenza di certe parole contenute in esso.

Come riporta la giornalista Adrienne LaFrance (vedi bibliografia), le dieci parole che le persone classificano come più felici erano: risata, felicità, amore, contento, riso, ridere, che ridere, eccellente, ride, e gioia . Le dieci parole che le persone classificano come le meno felici erano terroristi, suicidio, violenza, terrorismo, omicidio, morte, cancro, ucciso, uccidere, e morire. L'elenco completo delle parole è consultabile qui. Gli archi narrativi più frequenti nei 1327 racconti analizzati sono risultati essere:


  1. Dalla povertà alla ricchezza (rags to riches): ascesa
  2. Tragedia (riches to rags): caduta
  3. Giù nella fossa (man in a hole): caduta e ascesa
  4. Icaro (Icharus); ascesa-caduta
  5. Cenerentola (Cinderella): ascesa-caduta-ascesa
  6. Edipo (Oedipus): caduta-ascesa-caduta

Il precursore degli archi emozionali fu lo scrittore Kurt Vonnegut il quale, nel 1946, si vide rifiutare dall'Università di Chicago la propria tesi di master in antropologia a causa della sua presunta semplicità. Nonostante la laurea rifiutata inizialmente, ma concessa dopo qualche anno per i suoi libri, la "forma delle storie" era ritenuta da Vonnegut importante ed elegante nel rappresentare a colpo d'occhio il "senso della storia".
Certamente le storie che la maggior parte delle persone preferisce sono quelle che appartengono alle esperienze del lettore o che vengono ritenute più plausibili e, come suggerisce lo psicologo Raymond Nickerson (vedi bibliografia) risentono dell'influenza del pregiudizio di conferma (confirmation bias). In altre parole, il potere che le storie hanno su ognuno di noi dipende da quanto esse definiscono e chiariscono la nostra personale esistenza.

Burke
Cliccando sull'immagine è possibile leggere un articolo che descrive l'applicazione del pentagono drammatico all'azione politica del presidente Obama
Accoppiamento neurale
neural coupling
La ricerca neurofisiologica ha ormai chiarito che la cognizione umana non si materializza nel singolo cervello ma in uno spazio interpersonale (vedi bibliografia Uri Hasson). I processi neurali che avvengono in ogni singolo cervello sono accoppiati con analoghi processi che avvengono nei cervelli di altre persone attraverso segnali sensoriali (visivi, uditivi, olfattivi, ecc.) che attraversano l'ambiente. L'accoppiamento neurale "cervello-cervello" vincola e dà forma ai comportamenti di ogni individuo all'interno della sua rete sociale, dando luogo a comportamenti comuni che non potrebbero avvenire in isolamento. Nell'immagine vengono mostrate le oscillazioni corticali generate dal campo magnetico cerebrale (ad una frequenza di 3-8Hz). Il cervello emette queste oscillazioni anche in isolamento (situazione a). Quando un'altra persona è presente ed emette dei suoni l'ascoltatore incrementa il rapporto segnale/disturbo dell'oscillazione corticale nel tentativo di comprendere (situazione b). Quando l'ascoltatore ha la possibilità di vedere i movimenti della bocca del parlante il rapporto segnale/disturbo aumenta ulteriormente facilitando la comprensione (situazione c).
(Cliccare per ingrandire)
La forma delle storie di Kurt Vonnegut
Kurt Vonnegut
L'importanza dei miti per le narrazioni

Lo storico delle religioni Joseph Campbell ha studiato i miti di tutte le più importanti culture della terra alla luce delle teorie di Carl Gustav Jung, individuando in molti famosi miti finalità inconsce necessarie alla risoluzione di problemi della società.

Ad esempio, secondo Campbell, i riti di passaggio (nascita, imposizione del nome, pubertà, matrimonio, sepoltura) servivano ad eliminare dalla mente dell'interessato gli affetti degli stadi precedenti (e al contempo influenzare il suo gruppo sociale), mentre la fase successiva serviva a presentare le forme della nuova condizione. Attraverso queste continue trasformazioni, che avvenivano siano nel conscio che nell'inconscio di ognuno, le società si rigeneravano. Secondo Campbell ogni mito è lo sfruttamento, inconscio e collettivo, della mente nel quale è annidato.

La psicologia di Jung ha evidenziato la persistenza dei miti arcaici nella mente dell'uomo contemporaneo mostrando quanto è in che modo tali miti agiscano ancora oggi sotto le spoglie moderne dei disturbi psicologici. I miti sono stati creati dall'uomo come mezzo per sostenere le sollecitazioni più drammatiche della sua vita.


Campbell sosteneva che la maggior parte dei miti si basava prevalentemente su un eroe e sul suo viaggio simbolico.


L'eroe è colui (o colei) che riesce a superare la natura individuale dei suoi problemi e pervenire alle forme (miti) valide per la rigenerazione dell'intera società. I miti, descrivendo la vita degli eroi, descrivevano i desideri inconsci, le paure e le tensioni che gli umani provavano e attuavano nei loro comportamenti. I miti non trasformano il mondo reale, essi trasformano la visione del mondo nella mente degli umani, modificandone infine i comportamenti. Si può dire che i miti hanno reso l'uomo più resiliente modificandone l'interpretazione degli eventi.

Il Monomito
Campbell

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Libri consigliati
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Gazzaniga
Cosa si può fare per diventare "pensatori critici"
E' stato ampiamente dimostrato negli ultimi 30-40 anni da parecchi psicologi tra i quali Amos Tversky, Daniel Kahneman, Gerd Gigerenzer e altri, che l'essere umano crede di essere razionale ma non lo è. Quando un individuo si trova a prendere decisioni in condizioni di incertezza il più delle volte usa un "pensiero intuitivo" facendo ricorso alle euristiche, cioè a scorciatoie mentali maturate nel corso dell'evoluzione. Nella maggior parte delle situazioni della vita quotidiana le decisioni euristiche si rivelano giuste ma in situazioni più complesse, apparse solo con la modernità, le euristiche portano a distorsioni del giudizio (bias) che danno luogo a decisioni errate.
Secondo Daniel Kahneman (pp.464-465 di Pensieri lenti e veloci - Mondadori) il nostro pensiero intuitivo non è facilmente educabile e ostacola il riconoscimento dei segnali ambientali che in certi casi renderebbero necessario il passaggio a un pensiero razionale e critico. Un osservatore esterno è sempre meno coinvolto emotivamente di colui che prende decisioni e compie azioni. Occorre quindi impegnarsi a costruire una "società critica", nella quale ci siano "osservatori critici" che sappiano avvertirci dei pericoli insiti in certe situazioni decisionali. Questo è un compito primario delle Istituzioni che devono investire in programmi di formazione al "pensiero critico" degli educatori scolastici. A livello individuale, ecco alcune attività perseguibili:

  1. Atteggiamento critico: sforzarsi di assumere un atteggiamento critico contrastando la tendenza umana innata di saltare subito alle conclusioni e prendere decisioni impulsive. Per approfondire andare alla pagina: Atteggiamento critico 
  2. Lettura: diversi studi confermano che l'attività di lettura migliora l'attività del cervello contrastando i deficit cognitivi e l'invecchiamento cerebrale. Per approfondire andare alla pagina: Lettura e Cervello. Inoltre, il  miglioramento cerebrale viene potenziato dalla lettura critica dei testi (non narrativi). 
  3. Apprendimento linguistico: recenti studi hanno confermato che imparare lingue diverse dalla propria (anche in età avanzata) migliora il rendimento cerebrale. Per approfondire andare alla pagina: Bilinguismo e incremento cognitivo

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Pagina aggiornata il 31 agosto 2017

 
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