Manipolazioni statistiche sulla violenza di genere - Pensiero Critico

Cerca nel sito
Privacy Policy
Vai ai contenuti

Menu principale:

Manipolazioni statistiche sulla violenza di genere

Teorie > Concetti > Ecosistema Mediatico
Puoi condividere questa pagina:
Il punto chiave

Spesso, per dare valore scientifico a un tema che si vuole lanciare mediaticamente, si fa uso di studi statistici costruiti con finalità manipolatorie, o si interpretano i dati statistici in funzione del proprio scopo.

-

L'enfasi sulla violenza fisica o sessuale rischia di distogliere l'attenzione delle istituzioni e dell'opinione pubblica dall'origine del problema, cioè dai "conflitti all'interno della coppia", che derivano da una povertà emotiva (incapacità di relazionarsi) che investe milioni di persone (donne, uomini e bambini).

-

La ricerca scientifica sulla violenza familiare è stata condotta in passato prevalentemente dai sociologi e non dagli psicologi. I sociologi, infatti, sono attratti dal cambiamento nella natura della società, piuttosto che dal cambiamento dei rapporti di coppia o all'aiuto nei confronti dei singoli individui. Così i sociologi  tendono a vedere la donna vittima di fattori sociali quali il patriarcato e a non riconoscere che il predominio dell'uomo nella società e nella famiglia è solo uno dei fattori di rischio per la coppia. (Murray A. Straus)

violenza di genere
Uso manipolatorio delle statistiche

Negli ultimi anni il termine "femminicidio" è diventato di moda anche se il numero di omicidi di donne in Italia è piuttosto stabile e inferiore a quello della media europea (ved. statistiche Eurostat). Nonostante ciò i mass media si affannano a interpretare i dati statistici sostenendo la tesi che è in crescita il numero delle donne che vengono uccise in Italia oppure, se le cifre sono in diminuzione (come dal 2014 al 2015), confezionando i dati in modo da sollecitare l'emotività dei lettori e amplificando il fenomeno con termini manipolatori quali "cifre agghiaccianti", "percosse a mani nude", "alto grado di violenza e rancore", ecc.


Non vi è dubbio che, purtroppo, la violenza contro le donne (in famiglia) esiste ed è una grave realtà in molti paesi socialmente evoluti. Inoltre è difficile immaginare l'opposto, cioè una violenza femminile sugli uomini che provochi gravi conseguenze. Resta però il "fatto" che, nel mondo, un terzo degli omicidi (o lesioni non fatali) di partner sono perpetrati da donne nei confronti degli uomini e, soprattutto, che non viene riconosciuta e misurata la "violenza psicologica" (sia delle donne verso gli uomini, sia viceversa).

Nei conflitti di coppia le donne sono ferite più spesso e più severamente degli uomini, quindi l'empatia del pubblico nei loro confronti porta i mass-media a preferire queste notizie.


Ma tutta quest'enfasi sulla violenza fisica o sessuale rischia di distogliere l'attenzione delle istituzioni e dell'opinione pubblica dall'origine del problema, cioè dai "conflitti all'interno della coppia", che derivano da una povertà emotiva (incapacità di relazionarsi) che investe milioni di persone (donne, uomini e bambini).

Questo sembra il vero problema, ma è difficile da risolvere e non fa notizia.


Divorzi e separazioni sono in crescita in Italia come in tutta Europa, e derivano da una povertà emotiva che conduce progressivamente all'impoverimento economico dell'intera società, come argomentato nel convegno "Le nuove povertà" dalla ricerca "Dalla povertà emotiva alla povertà economica" (PDF) della psicologa Valentina Gaetani.

Per approfondire andare alla sezione "Fattori di rischio che conducono alla povertà".

L'invenzione mediatica del Femminicidio
Bufala Femminicidio
In Italia negli ultimi anni non è aumentato il tasso di omicidi femminili, ma solo il numero di articoli giornalistici che ne parla. Si può notare che il tasso di omicidi femminili è sostanzialmente stabile (0,4 - 0,6 per 100.000 abitanti) dal 1999 al 2010. Inoltre il tasso italiano è inferiore alla media dei 27 paesi EU. Fonte dei dati : Eurostat
(Cliccare per ingrandire)
In Italia i dati della violenza sulle donne provengono da una sola fonte

Ci sono vari tipi di violenza: fisica, sessuale, psicologica, ma i mass media si occupano solo di quelle più truculente con esiti letali. Un organismo che pubblica statistiche sul femminicidio è Eures (istituto indipendente di ricerche), i cui dati vengono impiegati dalla quasi totalità della stampa italiana, ecco alcuni articoli: Repubblica, FattoQuotidiano, Corriere della Sera, La Stampa (che ha creato una mappa navigabile basata su dati provenienti da lanci d'agenzia), ANSA.

Dell'esiguità e inattendibilità dei dati ne ha scritto il giornalista Davide De Luca su Il Post del 21 luglio 2013.

ISTAT: un'indagine statistica faziosa?

L'unica indagine statistica metodologicamente seria sulla violenza di genere in Italia è stata svolta dall’ISTAT, su mandato del Ministero per le Pari Opportunità, che ha pubblicato nel 2006 un’indagine sulla violenza in famiglia subita dalle donne, prevedendo diverse batterie di domande relative alla violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica. I risultati dell'indagine sono stati analizzati da Fabio Nestola (Federazione Italiana per la Bigenitorialità) che, nel documento "Quello che l'ISTAT non dice" presentato in Commissione Giustizia del Senato (ved. bibliografia) scrive:


Analizzando con cura il questionario somministrato dall’ISTAT, viene però da chiedersi se detto questionario non sia stato elaborato con il preciso obiettivo di far emergere dati numericamente impressionanti, sui quali costruire un allarme sociale. Il questionario è stato elaborato in collaborazione con le operatrici dei centri antiviolenza, era difficile immaginare che ne sarebbero potuti uscire dati non faziosi. L’impatto sull’opinione pubblica, infatti, è generato dal dato conclusivo – 7.000.000 di vittime – senza approfondire da cosa scaturisca questo dato. Oltre ai quesiti su violenza fisica (7 domande) e sessuale (8 domande), il questionario ISTAT lascia uno spazio ben maggiore alla violenza psicologica (24 domande). Alcuni dei quesiti, però, sembrano finalizzati a raccogliere un numero enorme di risposte positive, descrivendo normali episodi di conversazione sicuramente accaduti a chiunque, che risulta difficile configurare come “violenza alle donne”.


AGGIORNAMENTO: l'ISTAT ha pubblicato il 5 giugno 2015, un aggiornamento del proprio studio con i dati del 2014, mantenendo lo stesso impianto e gli stessi questionari dello studio del 2006. Il perdurare di tali criteri nelle indagini ISTAT, e il mancato inserimento della "violenza psicologica" nella "violenza di genere", accredita la presenza di un bias culturale, come denunciato da Luigi Corvaglia qui.

Manipolazione delle indagini statistiche

Per ridurre il rischio di manipolazione delle indagini statistiche, o anche solo delle distorsioni non intenzionali, Darrell Huff ("Mentire con le statistiche" pp.42-52) suggerisce di farsi almeno due domande:


  1. Come è stato costruito il campione rappresentativo? (infatti un campione non è la realtà, e più è piccolo e focalizzato meno riflette la realtà che vuole rappresentare)

  2. Come sono state costruite le domande del questionario? (infatti la tipologia, la sequenza ed il modo in cui sono proposte le domande può non essere neutro ma, anzi, indirizzare le persone verso certe risposte)

Rinnovamento delle indagini sociali dovuto a microdati e Big Data
Uno studio del sociologo Bruce D.Meyer (ved. bibliografia) ha evidenziato la crisi delle indagini statistiche sulle famiglie convenzionali negli USA: la qualità delle risposte da parte degli intervistati è diminuita mentre è aumentata la disponibilità di microdati amministrativi (permessa dalla digitalizzazione degli archivi e dalla diffusione di Internet). In altre parole, dal 1980 al 2010, mentre diminuiva l'attendibilità dei sondaggi e l'uso dei relativi dati per ricerche empiriche crollava dal 60% al 20%, parallelamente è aumentato dal 20% al 60% l'impiego di microdati amministrativi.
Anche l'ISTAT si rinnova e, come anticipato a Repubblica dal suo nuovo presidente il 19/2/2016, intende utilizzare le fonti innovative (i cosiddetti Big Data) per migliorare la qualità dei suoi archivi. Il tutto senza rinunciare alle indagini sociali. Speriamo che la maggiore disponibilità di microdati riduca il loro uso "politico".
Quanto è diffusa la violenza di genere?

La violenza di genere è un fenomeno sociale difficile da quantizzare perchè, nella maggior parte dei casi, avviene dentro le mura domestiche tra individui legati da stretti legami. Queste circostanze, spesso, portano la vittima al silenzio. Riguardo alla violenza esiste, nella percezione dell'opinione pubblica italiana, una asimmetria di genere della quale pochi ricercatori (in Italia) si sono occupati, mentre negli USA e in Europa il fenomeno è più noto ed esistono molte ricerche scientifiche (vedere in questa pagina: simmetria della violenza di genere)


Per colmare questa lacuna conoscitiva, alcuni studiosi hanno svolto nel 2012 una "Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile" (P.G. Macrì ed al. vedere bibliografia), lamentando comunque il rifiuto del Ministro per le Pari Opportunità del tempo (giugno 2009: Mara Carfagna) a prendere in considerazione la simmetria di genere, la forte differenza nella disponibilità di mezzi riservati alle ricerche, e auspicando la realizzazione futura di un'indagine statistica più equilibrata a cura dell'ISTAT.

Scrivono gli autori di questo studio (p.32):


Va rilevato come inchieste, sondaggi e ricerche che analizzano tale comportamento deviante e che vengono proposte con continuità a livello istituzionale e mediatico da diversi decenni, sono solite prendere in considerazione solo l’eventualità che la vittima della violenza di genere sia donna e che l’autore di reato sia uomo. Tale informazione, distorta alla sua origine, passa tramite canali ufficiali (dai media alle campagne di prevenzione istituzionale) determinando una conseguente sensibilizzazione unidirezionale che relega ad eccezioni - spesso non prese neppure in considerazione - le ipotesi che la violenza possa essere subita ed agita da appartenenti ad entrambi i sessi.


I ricercatori hanno così cercato di condurre un'indagine da cui poter ricavare dati confrontabli con la ricerca condotta dall'ISTAT sulle donne. La nuova ricerca ha preso le mosse dal rapporto ISTAT -2006 (vedere box a fianco) e utilizzando metodo e questionario ISTAT (quest'ultimo opportunamente adattato agli uomini).

Le principali conclusioni dell'indagine sono (p.15):

Dall’indagine emerge come anche un soggetto di genere femminile sia in grado di mettere in atto una gamma estesa di violenze fisiche, sessuali e psicologiche; quindi anche un soggetto di genere maschile possa esserne vittima. Il fenomeno della violenza fisica, sessuale, psicologica e di atti persecutori, in accordo con le ricerche internazionali, anche in Italia vede vittime soggetti di sesso maschile con modalità che non differiscono troppo rispetto all’altro sesso. L’indagine inoltre dimostra che le modalità aggressive non trovano limiti nella prestanza fisica o nello sviluppo muscolare; anche un soggetto apparentemente più “fragile” della propria vittima può utilizzare armi improprie, percosse a mani nude, calci e pugni secondo modalità che solo i preconcetti classificano come esclusive maschili. La significativa rappresentatività nel campione di soggetti con prole ha fatto emergere l’effettiva strumentalizzazione che i figli subiscono all’interno della coppia in crisi. Il dato più evidente riguarda le violenze psicologiche, testimoniate dal campione in percentuali significative. Solo il 2,1% ha dichiarato di non averne mai subite.


Violenza contro le donne
Rapporto della violenza contro le donne
Rapporto Istat 2006 su "La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia". Indagine condotta su un campione di 25.000 donne di età tra 16-70 anni. Dalle proiezioni effettuate sul totale della popolazione femminile è emerso che 6,7 milioni di donne sarebbero state vittima di violenza fisica o sessuale, almeno una volta nella vita, 7 milioni violenza psicologica, 2 milioni hanno subìto stalking. (Cliccare per andare al rapporto ISTAT)
Violenza contro gli uomini
Uomini violentati
Indagine per la violenza contro gli uomini realizzata con le stesse metodiche impiegate dall'Istat nel 2006 per la violenza contro le donne (vedi rapporto a fianco). L'indagine è stata condotta su un campione di 1.058 uomini di età compresa tra 18 e 70 anni . Dalle proiezioni effettuate sul totale della popolazione maschile è emerso che almeno 5 milioni di uomini sarebbero stati vittima di violenza fisica (almeno una volta nella vita), 3.8 milioni sarebbero stati vittima di violenza sessuale, poco più di 6 milioni vittima di violenza psicologica, 2.5 milioni di atti persecutori.
(Cliccare per andare all'indagine comparativa)
vignetta
CTS 2: Misurare i conflitti
Per valutare la violenza fisica o psicologica nelle relazioni matrimoniali o di convivenza viene impiegato da molti anni uno strumento teorico chiamato "Conflict Tactics Scale" (CTS2).
Simmetria della violenza di genere
Il sociologo Murray A. Straus, che si occupa di simmetria di genere da molti anni e ha studiato in particolare l'esercizio della violenza nell'ambito familiare, ha pubblicato i risultati  delle sue ricerche in molti articoli. Questi risultati, che contraddicono fortemente quelli del senso comune, sono stati negati. Secondo Straus i negazionisti della simmetria di genere hanno negato i suoi risultati con tattiche scientificamente scorrette quali: nascondere tali risultati, non citarli sulle pubblicazioni scientifiche, affermare il contrario, intimidazione dei ricercatori che sostengono la simmetria di genere, ecc.
In un articolo riassuntivo del 2010, "Thirty Years of Denying the Evidence on Gender Symmetry in Partner Violence: Implications for Prevention and Treatment" (PDF), Straus fa il punto su trentanni di ricerche e sostiene che la presunta asimmetria di genere (cioè il fatto che la violenza nella coppia sia rivolta solo dagli uomini verso le donne), è uno stereotipo.
In questo studio riassuntivo Straus tratta l'aggressione fisica che è la questione al centro delle polemiche. Due aspetti della simmetria uomo-donna nelle aggressioni fisiche vengono affrontati: tassi simili di perpetrazione di uomini e donne ed eziologia (cause che provocano la violenza). Riguardo alla simmetria egli mostra che sei studi internazionali riportano dati di violenza reciproca comparabile (Tab.2 p.336), riguardo all'eziologia sono stati individuati 14 fattori di rischio, predittivi della violenza sia uomo-donna che donna-uomo: scarsa gestione della rabbia, personalità antisociale, personalità borderline, dominanza, abuso di sostanze, attribuzioni negative, stress post-trauma, conflitto col partner, problemi di comunicazione, gelosia, abuso sessuale subìto nell'infanzia, abuso di sostanze,  condizioni stressanti nell'anno in cui si è svolta la ricerca, atteggiamento favorevole verso la violenza (p.339).

Secondo Straus l'asimmetria della violenza di genere è dovuta ai seguenti fattori:

  1. Oscuramento scientifico: l'evidenza della simmetria di genere è stata oscurata, nell'ambito scientifico, per mezzo di sette metodi (nascondere le prove, evitare di ottenere prove sulla violenza femminile, citazione scientifica selettiva delle ricerche, affermare conclusioni che contraddicono i dati, bloccare la pubblicazione di articoli che riportano simmetria di genere, prevenire l'assegnazione di fondi alle ricerche sulla violenza femminile, molestie e intimidazioni verso i ricercatori che hanno pubblicato evidenze sulla violenza femminile). E' stato dunque ignorato il contributo di una corposa messe di studi scientifici pubblicati negli ultimi trentanni.

  2. Manipolazione dei mass-media: negli USA, negli anni '90, per aumentare l'audience, è stata data la priorità a notizie sui crimini (ad esempio, dal 1990 al 1998 gli omicidi sono diminuti del 33% ma la copertura TV è aumentata del 473% (Bureau of Justice Statistics 2001). Le donne uccidono i partner in un terzo dei casi di omicidio ma la copertura mediatica che viene data a questi casi li fa sembrare ancora più rari. Un commento giornalistico di Marc Angelucci riguardo a un famoso caso di violenza femminile, chiarisce il problema (la cantante Rihanna aveva ripetutamente schiaffeggiato il partner mentre guidava e il commento è stato: "notizie su abusatrici femminili e vittime di sesso maschile non solo sono politicamente scorrette ma, soprattutto, non vendono".

  3. Mancata percezione della simmetria:
      • la simmetria nella violenza di genere non viene percepita perchè la violenza maschile prevale in quasi tutti gli altri crimini
      • la violenza maschile (nell'ambito familiare) prevale in tutte le statistiche fornite dalla polizia e dagli ospedali
      • le donne sono ferite più spesso e più severamente degli uomini, quindi l'empatia del pubblico nei loro confronti porta i mass-media a preferire queste notizie. Nelle nazioni sviluppate la minore probabilità di lesioni da attacchi commessi da donne è probabilmente la maggiore spiegazione della maggiore accettazione culturale della violenza delle donne rispetto a quella degli uomini
      • la maggior parte delle culture definisce le donne come "il gentil sesso", rendendo difficile immaginare una violenza femminile che provochi gravi conseguenze, e questo è certamente vero, ma resta il fatto che un terzo degli omicidi (o lesioni non fatali) di partner sono perpetrati da donne
      • la ricerca scientifica sulla violenza familiare è stata condotta in passato prevalentemente dai sociologi e non dagli psicologi. I sociologi, infatti, sono attratti dal cambiamento nella natura della società, piuttosto che dal cambiamento dei rapporti di coppia o all'aiuto nei confronti dei singoli individui. Così i sociologi  tendono a vedere la donna vittima di fattori sociali quali il patriarcato e a non riconoscere che il predominio dell'uomo nella società e nella famiglia è solo uno dei fattori di rischio per la coppia.

4. Conseguenze: ignorare la simmetria di genere ha ritardato la prevenzione e i programmi istituzionali di trattamento della violenza di genere
Indagine sulla violenza sessuale in USA
Negli USA la violenza sessuale è un grave problema evidenziato dall'indagine condotta nel 2010 dal National Center for Injury Prevention, e condensato nel report: National Intimate Partner and Sexual Violence Survey (PDF).

Metodo (pp.9-11): l'indagine è stata condotta dal 22 gennaio 2010 al 31 dicembre 2010, con un totale di 18.049 interviste telefoniche (9970 donne, 8079 uomini). Agli intervistati è stato offerto un incentivo di 10$ per partecipare al sondaggio. Gli intervistati potevano scegliere se ricevere l'incentivo o devolverlo all'organizzazione nonprofit 'United Way of America' (il 58,4% degli intervistati ha scelto di devolverlo). La durata mediana delle interviste è stata di 24.7 minuti. Il tasso di risposta ponderata globale è risultato essere compreso tra 27.5-33.6%. Il tasso di cooperazione ponderato è risultato pari all'81.3%. Il questionario comprendeva domande specifiche per valutare la violenza sessuale, lo stalking, e la violenza domestica con riferimento all'intera vita del soggetto e ai 12 mesi precedenti l'intervista. (Il questionario completo è consultabile nell'Appendice C)

Principali Risultati riguardanti lo stupro, stalking e violenza fisica da parte del partner (p.41-43, fig.4.1, fig.4.2):

Negli USA:
  • quasi una donna su 10 (9.4% pari a 11.1 milioni) è stata stuprata dal partner almeno una volta
  • circa una donna su 6 (16.9% pari a 19 milioni) ha subìto dal partner violenza sessuale diversa dallo stupro
  • Un uomo su 12 (8% pari a 9 milioni) ha subìto dal partner violenza sessuale diversa dallo stupro
Tipi di violenza
SULLE DONNE
  • 56.8% Solo violenza fisica
  • 14.4% Violenza fisica e stalking
  • 12.5% Stupro, violenza fisica e stalking
  • 8.7% Stupro e violenza fisica
  • 4.4% Solo stupro
  • 2.6% Stalking

SUGLI UOMINI
  • 92.1% Solo violenza fisica
  • 6.3% Violenza fisica e stalking
  • 1.6% Altre combinazioni
Le sindromi patologiche nella coppia in fase di separazione
Uno studio pubblicato nel 2013 dalla criminologa Agata Valeria Lo Bianco a conclusione di un Master all'Università La Sapienza, si focalizza, in particolare, sulla violenza che si instaura all'interno di una coppia quando si avvia verso la separazione. In questa circostanza assume un'importanza centrale la Sindrome di Alienazione Parentale, cioè le controversie per la custodia dei figli. La PAS (Parental Alienation Syndrome) venne proposta nel 1985 dallo psichiatra infantile Richard Gardner, che ne diede la seguente definizione:

La Sindrome di Alienazione Parentale e’ un disturbo che insorge essenzialmente nel contesto di controversie per l’affidamento dei figli. La sua principale  manifestazione è la campagna di denigrazione da parte del bambino nei confronti di un genitore, una campagna che non ha giustificazione. Essa deriva dall’associazione tra l’indottrinamento da parte di uno dei genitori che programma (che fa il lavaggio del cervello) e il contributo personale del minore alla denigrazione dell’altro genitore.

Secondo Lo Bianco tale comportamento, che non è attualmente ritenuto patologico dal DSM V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), andrebbe invece inserito tra le patologie mentali del prossimo DSM.
Il quadro complessivo delle sindromi che si evidenziano durante la separazione è riportato nell'immagine in alto, e le slides (2014) di Agata Valeria Lo Bianco sono disponibili qui.

  • Sindrome di Alienazione Parentale (Gardner 1985)
  • Mobbing Genitoriale (Giordano 2004)
  • Family Chopping (1999)
  • Sindrome del genitore deprivato di diritti (Rowles 2003)
  • Sindrome di Medea (Jacobs 2008)
Le sindromi nella coppia in corso di separazione
PAS
Fonte: Agata Valeria Lo Bianco - Violenza domestica: quando la vittima è il "sesso forte" - Slideshare.net
(Cliccare per ingrandire)
vignatta
Dalla povertà emotiva alla povertà economica
Nell'ambito di un convegno sulle "Nuove povertà", tenutosi il 25 gennaio 2013, la psicologa Valentina Gaetani ha presentato un quadro preoccupante di un fenomeno sociale in crescita in tutta Europa: l'aumento delle povertà e delle diseguaglianze sociali (dai 38 milioni di poveri nel 1975 siamo passati agli 80 milioni del 2012 - fonte Eurostat).
Per capire come si diventa poveri la Gaetani si è avvalsa di una serie di ricerche che hanno analizzato le biografie di soggetti poveri, reperendoli in varie strutture di accoglienza sparse in tutta Italia. Ecco un passo tratto dallo studio (p.6):
Dalle storie di vita e dalle biografie dei soggetti poveri, si evince infatti la presenza di una serie di eventi di “rottura” (separazioni familiari, sfratti, perdita del lavoro, abbandoni scolastici, istituzionalizzazioni, etc.), che hanno condizionato l’innescarsi di meccanismi di impoverimento, isolamento ed emarginazione, e vengono percepiti dagli stessi soggetti come punti di svolta del proprio passato e delle proprie condizioni attuali di vita.

I principali fattori all'origine dell'incremento della povertà non sono solo, come si potrebbe pensare, crisi economica e crescita della disoccupazione, bensì quelli indicati nel box a fianco (p.13 del rapporto sulle nuove povertà).
Fattori di rischio che conducono alla povertà
  • Separazioni familiari e divorzi
  • Progressivo venir meno o assenza dei riferimenti e delle relazioni sociali
  • Conflittualità nelle relazioni di coppia
  • Sproporzione eccessiva dei ruoli genitoriali
  • Assenza della figura paterna
  • Alleanze genitoriali di tipo collusivo nelle pratiche educative
  • Deficit di riflessività
vignetta
vignetta
Il problema non è la separazione in sè, ma il conflitto che ne deriva
La concezione di "nuova povertà " parla di essa come esclusione sociale, nel senso che si diventa poveri di relazioni e di ruoli sociali prima di sprofondare nella povertà materiale.

L'articolazione dei bisogni umani, espressa dalla Gaetani è la seguente:

  1. Bisogni Primari (disponibilità di beni materiali di sopravvivenza)
  2. Bisogni Secondari (la cui responsabilità è delle Istituzioni: salute, igiene, assistenza, scuola, etc.)
  3. Bisogni Relazionali (annullamento dei legami comunitari e perdita di rapporti interpersonali basati sull'affettività)

Lo studio della Gaetani, che cita molte ricerche italiane e internazionali, tende a evidenziare il fatto che separazioni e divorzi sono in crescita (ved. immagine a fianco) e sono spesso conflittuali (86%) e che i figli, nella loro crescita emotivamente distorta, ne subiscono le maggiori conseguenze, sia sul piano personale, sia su quello sociale dovuto al maggiore rischio di incorrere, una volta diventati adolescenti, in comportamenti devianti (vandalismo-bullismo, trasgressività, alcolismo, tossicodipendenza, criminalità, ecc.).
I figli di genitori che si sono separati consensualmente (nella forma) ma conflittualmente (nella sostanza), sono i principali candidati a diventare poveri da adulti. Infatti i giovani che hanno subito una deprivazione genitoriale nell'infanzia avranno maggiori problemi di adattamento: ripeteranno più volte a scuola, avranno minori probabilità di frequentare scuole superiori, rimarranno disoccupati più a lungo, ecc. (per le fonti a supporto di queste asserzioni consultare lo studio della Gaetani che può essere scaricato interamente da chi volesse approfondire: 2013 ved. bibliografia).
Statistiche divorzi e separazioni in Italia dal 1995 al 2009
Istat
In Italia, nell'arco di 14 anni, i divorzi sono aumentati dal 8 al 18%, e le separazioni dal 16 al 30%.
(Fonte ISTAT)
Separazioni in Italia nel 1995
Istat 2008
Numero medio di separazioni per 1000 matrimoni in Italia nel 1995, ripartiti per regione. (Fonte ISTAT 2008)
Separazioni in Italia nel 2009
Istat 2008
Numero medio di separazioni per 1000 matrimoni in Italia nel 2009, ripartiti per regione. (Fonte ISTAT 2008)
Reciprocità nella violenza di genere

Sulla violenza di genere è attivo un pregiudizio che negli ultimi anni i mass media hanno amplificato, cioè che la violenza sia esercitata esclusivamente dagli uomini sulle donne e non viceversa. Esistono studi statistici che hanno avallato questa tesi oscurando il fatto che vi sia anche violenza delle donne nei confronti degli uomini. Ciò ha portato il tema della violenza esercitata dalle donne sugli uomini a cadere nella spirale del silenzio. Sarebbe necessaria una nuova indagine ISTAT più rappresentativa del problema della violenza di genere. L'agire violento dovrebbe essere valutato negativamente da qualunque parte arrivi e non essere oggetto di pregiudizi e luoghi comuni che, in certi casi, ne favoriscono l'accettazione. 

Bibliografia (chi fa delle buone letture è meno manipolabile)


Commenti
Se ritenete che le tesi del "punto chiave" non vengano sufficientemente supportate dagli argomenti presenti in questa pagina potete esprimere il vostro parere (motivandolo).
Inviate una email con il FORM. Riceverete una risposta. Grazie della collaborazione.
Libri consigliati a chi non vuole corre il rischio di essere manipolato con l'uso di statistiche o non conosce la simmetria della violenza di genere
Darrell Huff
Glenda Mancini
Cosa si può fare per diventare "pensatori critici"
E' stato ampiamente dimostrato negli ultimi 30-40 anni da parecchi psicologi tra i quali Amos Tversky, Daniel Kahneman, Gerd Gigerenzer e altri, che l'essere umano crede di essere razionale ma non lo è. Quando un individuo si trova a prendere decisioni in condizioni di incertezza il più delle volte usa un "pensiero intuitivo" facendo ricorso alle euristiche, cioè a scorciatoie mentali maturate nel corso dell'evoluzione. Nella maggior parte delle situazioni della vita quotidiana le decisioni euristiche si rivelano giuste ma in situazioni più complesse, apparse solo con la modernità, le euristiche portano a distorsioni del giudizio (bias) che danno luogo a decisioni errate.
Secondo Daniel Kahneman (pp.464-465 di Pensieri lenti e veloci - Mondadori) il nostro pensiero intuitivo non è facilmente educabile e ostacola il riconoscimento dei segnali ambientali che in certi casi renderebbero necessario il passaggio a un pensiero razionale e critico. Un osservatore esterno è sempre meno coinvolto emotivamente di colui che prende decisioni e compie azioni. Occorre quindi impegnarsi a costruire una "società critica", nella quale ci siano "osservatori critici" che sappiano avvertirci dei pericoli insiti in certe situazioni decisionali. Questo è un compito primario delle Istituzioni che devono investire in programmi di formazione al "pensiero critico" degli educatori scolastici. A livello individuale, ecco alcune attività perseguibili:

  1. Atteggiamento critico: sforzarsi di assumere un atteggiamento critico contrastando la tendenza umana innata di saltare subito alle conclusioni e prendere decisioni impulsive. Per approfondire andare alla pagina: Atteggiamento critico 
  2. Lettura: diversi studi confermano che l'attività di lettura migliora l'attività del cervello contrastando i deficit cognitivi e l'invecchiamento cerebrale. Per approfondire andare alla pagina: Lettura e Cervello. Inoltre, il  miglioramento cerebrale viene potenziato dalla lettura critica dei testi (non narrativi). 
  3. Apprendimento linguistico: recenti studi hanno confermato che imparare lingue diverse dalla propria (anche in età avanzata) migliora il rendimento cerebrale. Per approfondire andare alla pagina: Bilinguismo e incremento cognitivo

__________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

Pagina aggiornata il 2 aprile 2016

 
copyright 2012-2016 Licenza Creative Commons
I contenuti di pensierocritico.eu sono distribuiti con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.
Protected by Copyscape Web Plagiarism Check
Copyright 2015. All rights reserved.
Torna ai contenuti | Torna al menu