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Il pettegolezzo (gossip) è ciò che rende possibile la società umana?

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Il punto chiave

Senza pettegolezzo non ci sarebbe società. Il pettegolezzo è ciò che rende possibile la società umana, così come noi la conosciamo. (Robin Dunbar)

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Il pettegolezzo ha avuto origine nel Neolitico agli albori del linguaggio e viene ritenuto il mezzo di cui l'essere umano si è avvalso, agli inizi del suo sviluppo cerebrale, per creare legami sociali all'interno del suo gruppo e per scambiare informazioni sulla sua rete sociale.

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Il gossip è interallacciato nelle relazioni e nei processi di potere e con la micropolitica delle conversazioni di ogni giorno negli ambienti di lavoro. Il gossip è usato come una strategia di creazione di senso, un modo di comunicare e gestire le emozioni, un meccanismo per fronteggiare l'incertezza e un mezzo di sabotaggio e resistenza. (Kathryn Waddington)

chiacchiere
Attività sociale di spulciamento
Il numero di Dunbar
Le ricerche di Robin Dunbar iniziarono dall'osservazione dell'attività di spulciamento (grooming) di gruppi di scimpanzè. Lo spulciamento ha lo scopo di creare legami sociali tra i membri del gruppo per favorire la cooperazione nel contrastare eventuali predatori.
Il gossip è il motore dell'intelligenza umana
Anche nell'uomo moderno il 65% del tempo di conversazione è impegnato da temi sociali riguardanti i comportamenti dei propri conoscenti (ved. bibliografia Dunbar, Duncan e Marriott).
Dallo spulciamento al pettegolezzo

Per quanto possa sembrare bizzarro, ci sono elevate probabilità che il pettegolezzo sia stato il motore dell'intelligenza umana, almeno agli inizi dello sviluppo delle capacità cognitive, cioè nel Neolitico. L'antropologo Robin Dunbar ha espresso le sue idee in merito nel libro "L'evoluzione del cervello sociale" dove, studiando i primati non umani, ha individuato il percorso evolutivo che potrebbe aver percorso l'essere umano.

Tutto è nato dall'esigenza di esplorare nuovi habitat e sottoporsi al maggior rischio di incappare in predatori, esigenza che ha reso necessario vivere in gruppi sufficientemente grandi. Ma vivere in un gruppo, oltre ad avere dei benefici ha anche dei costi, nel senso che espone il singolo individuo a stress quali: competizione per il cibo, aggressioni sessuali da parte degli individui dominanti, necessità di coordinarsi con gli altri individui in varie attività. Dunbar scrive (ved. bibliografia 2004 p. 101):


La soluzione dei primati a questo problema (essenzialmente la necessità di bilanciare gli interessi a breve termine con i benefici a lungo termine provenienti dalla vita di gruppo) è la formazione di alleanze. Spesso, queste alleanze sono profondamente radicate nelle relazioni matrilineari (madre e figlie, sorelle). Queste relazioni funzionano perchè si basano su una forte fiducia e impegno. Un membro dell'alleanza può contare sull'aiuto di un altro quando si trova sotto attacco. Il senso di obbligo viene creato attraverso lo spulciamento sociale (social grooming). Noi non capiamo come il grooming renda questo possibile, ma sappiamo che il grooming è estremamente efficace nel rilascio di endorfine (degli oppiacei endogeni prodotti in modo naturale dal cervello e facenti parte del sistema di controllo del dolore; Keverne, Martensz, & Tuite, 1989). Il flusso di oppiacei indotto dall'essere spulciati genera un senso di rilassamento (riduce il battito cardiaco e i segni di nervosismo al punto da poter indurre il sonno; Goosen, 1981).


La quantità di tempo da dedicare al grooming dipende dalla grandezza del gruppo e, dato che tale tempo non può crescere oltre un certo limite senza penalizzare la ricerca di cibo, ne risulta limitata la grandezza del gruppo. Il tempo massimo che i primati non umani (scimpanzè, macachi, bonobo, ecc) dedicano al grooming è stato stimato nel 20% del tempo di veglia, che equivale a un gruppo di 80 animali (Dunbar 1992, 1998). Gli umani, nella preistoria, si trovarono nella necessità di innalzare tale numero ricorrerendo ad altri metodi e per questo motivo, secondo Dunbar, inventarono il linguaggio. Inizialmente il contenuto dei messaggi non era esplicitamente necessario, era sufficiente veicolare il messaggio del legame del singolo individuo al suo gruppo sociale, ma più in là esso diventò il mezzo per scambiarsi informazioni su ciò che avveniva all'interno del gruppo. Gli scimpanzè, che non hanno acquisito il linguaggio, hanno dei limiti in ciò che possono conoscere delle relazioni all'interno del loro gruppo dato che essi possono conoscere solo ciò che vedono. Questa era anche la condizione dei primi ominidi e sarebbe la condizione dell'umanità odierna se dovesse basarsi solo sulle esperienze personali, infatti la nostra conoscenza del mondo sarebbe infinitamente minore se fosse derivata dalle esperienze personali e non dal linguaggio che ci consente di apprendere dal racconto delle esperienze altrui. Inoltre il grooming è una attività dispendiosa in termini di tempo che può essere attuata da due individui alla volta, mentre il linguaggio permette a un individuo di parlare contemporaneamente a molti.

Quando si va ad esaminare il contenuto dei messaggi umani si scopre che esso è prevalentemente basato sui comportamenti dei membri del proprio gruppo, in sintesi il linguaggio si è rivelato essere, per mezzo del pettegolezzo, il mezzo per capire le relazioni di potere all'interno del proprio gruppo, scrive lo storico Yuval Harari (Da animali a dèi p. 35):


La cooperazione sociale è la nostra chiave della sopravvivenza e della riproduzione. Ad ogni uomo o donna presi a sé non basta sapere dove ci sono i leoni o i bisonti. Molto più importante per loro è sapere chi, nel loro gruppo, odia chi, chi dorme con chi, chi è onesto e chi è un imbroglione. [...]  I Neanderthal e l'Homo sapiens arcaico avevano probabilmente problemi a parlare alle spalle di qualcuno - una capacità che gode di cattiva fama ma che di fatto è essenziale per cooperare nel grande numero. La nuova perizia di linguaggio che i Sapiens acquisirono circa settantamila anni fa consentì loro di chiacchierare per ore senza interruzione. Il fatto di avere informazioni attendibili riguardo agli individui di cui ci si poteva fidare dette l'opportunità di ampliare i ranghi del gruppo, e i Sapiens poterono sviluppare più stretti e più sofisticati tipi di cooperazione.


Infatti, le creazioni sociali umane hanno origine nella capacità di raccontare storie e nel convincere gli altri a crederci. Da qui è poi nata la rivoluzione cognitiva dell'Homo sapiens, che è consistita nel creare, a fianco della realtà oggettiva (fisica), una realtà immaginata sempre più ricca e potente. La maggior parte delle riflessioni umane non riguarda la realtà oggettiva, ma la realtà immaginata. Il pettegolezzo è un'arte che si insegna, come scrive Robin Dunbar ("Di quanti amici abbiamo bisogno" p. 83):


Il fatto che le conversazioni ci permettano di scambiare informazioni su persone che non sono presenti è di vitale importanza. Ci consente di insegnare agli altri come comportarsi con persone che non hanno mai incontrato prima, o come gestire situazioni difficili prima che queste si presentino. In aggiunta al fatto che il linguaggio rende anche più semplice distinguere vari tipi di persone, possiamo imparare a rapportarci a classi di individui anzichè essere limitati al singolo individuo come avviene per i primati nella pratica dello spulciamento.

Il cervello sociale
brain
Studi in ambito evolutivo hanno dimostrato che la valutazione sociale, volta a preferire comportamenti collaborativi, (che aiutano l'evoluzione della specie e promuovono il benessere sociale), è "innata" nell'essere umano e si fonda sul concetto di "biological adaptation", ossia, per vivere meglio è necessario imparare a vivere insieme, a rapportarci.
Di cosa parla l'uomo moderno?

Tra i molti modi di usare il linguaggio Dunbar ne indica, in particolare, quattro (in "Gossip in Evolutionary perspective pp. 103-104):


  1. Per chiedere consiglio riguardo a una particolare situazione

  2. Per denunciare coloro che non rispettano le regole del gruppo

  3. Per lodare se stessi

  4. Per ingannare gli altri

L'osservazione delle conversazioni umane dell'uomo moderno (ved. bibliografia Dunbar, Duncan, Marriott, Seepersand), mostra che predomina lo scambio di informazioni sociali (prevalentemente basate su relazioni ed esperienze personali). Dunbar, Duncan e Marriott, analizzando il modo in cui il linguaggio viene usato dall'uomo moderno, hanno riscontrato che circa il 65% del tempo di conversazione viene dedicato a temi sociali (gossip) e, in particolare, la maggior parte di questo tempo viene dedicato a due temi: tenere traccia della posizione di altri individui all'interno della società ed enfatizzare se stessi in qualità di amici, alleati o compagni. Invece, viene impiegato meno tempo a  chiedere consigli e a denunciare coloro che non rispettano le regole comuni.


La reciprocità è un segno d'intelligenza
gossip
La cooperazione e il "dilemma del prigioniero"

Vi sono sempre stati individui che vogliono godere dei benefici della socialità senza pagarne i costi, e questo problema è aumentato via via che le società si ingrandivano e si disperdevano su territori più ampi. L'esigenza di non essere ingannati dagli altri tende a creare sospetti verso gli sconosciuti e a non offrire la propria cooperazione se non dopo avere verificato la correttezza dell'altro. Gli antropologi Magnus Enquist e Olof Leimar (ved. bibliografia), sostengono che negli animali la cooperazione è limitata a poche specie mentre negli umani è all'origine del loro successo evolutivo nonostante vi siano sempre stati individui antisociali che cercano di non ricambiare i favori. Uno dei modelli teorici per valutare la reciprocità è quello del "Dilemma del prigioniero", formalizzato da Albert W. Tucker e descritto da Cristina Scarcella (ved. bibliografia), di cui riportiamo la descrizione:


Due sospettati, A e B, sono arrestati dalla polizia. La polizia non ha prove sufficienti per trovare il colpevole e, dopo aver rinchiuso i due prigionieri in due celle diverse, interroga entrambi offrendo loro le seguenti prospettive: se uno confessa (C) e l'altro non confessa (NC) chi non ha confessato sconterà 10 anni di detenzione mentre l'altro sarà libero; se entrambi non confesseranno, allora la polizia li condannerà a un solo anno di carcere; se invece, confesseranno entrambi la pena da scontare sarà pari a 5 anni di carcere. Ogni prigioniero può riflettere sulla strategia da scegliere tra, appunto, confessare o non confessare. In ogni caso, nessuno dei due prigionieri potrà conoscere la scelta fatta dall'altro prigioniero.


C'è dunque un dilemma: confessare o non confessare. La teoria dei giochi ci dice che c'è un solo equilibrio (confessa, confessa).
L'uomo odierno è meno intelligente e abile dei cacciatori- raccoglitori?

Sembra che le competenze dell'Homo sapiens antecedenti l'Era agricola fossero maggiori di quelle posteriori, infatti i cacciatori-raccoglitori dovevano conoscere molte più cose riguardo al loro ambiente per riuscire a sfruttarlo per sopravvivere. L'avvento dell'Era agricola ha comportato una riduzione delle dimensioni del cervello conseguente all'aumento della densità di popolazione e all'emergere di grandi villaggi socialmente ed economicamente organizzati (Brace 1995) (ved. bibliografia).


Lo storico Yuval Noah Harari descrive così la superiorità intellettiva dei cacciatori-raccoglitori (pp. 66-67):


Il cacciatore-raccoglitore medio, rispetto alla maggior parte dei suoi discendenti moderni, possedeva conoscenze più ampie, più profonde e più variegate di tutto ciò che gli stava nelle immediate vicinanze. Oggi, nelle società industriali, per sopravvivere non c'è bisogno, per i più, di sapere grandi cose del mondo naturale. A un tecnico di computer, a un agente delle assicurazioni, a un insegnante di storia o a un operaio industriale, quali conoscenze servono per campare? Certo occorre sapere molte cose del campo specifico di cui ci si occupa, ma per la maggior parte delle necessità di vita ci si affida ciecamente all'aiuto di altri esperti, le cui conoscenze costituiscono a loro volta un ambito altrettanto ristretto di competenze. Collettivamente gli umani oggi sanno di più di quanto sapessero i membri di un gruppo di Sapiens antico. Ma, a livello individuale, gli antichi cacciatori-raccoglitori sono stati la gente più avveduta e abile di tutti i tempi.



Il gossip nelle moderne organizzazioni

Ogni persona, passivamente o attivamente, usa il gossip per determinare il suo punto di vista sul mondo e per influenzare gli altri. Esso crea collegialità e comprensione, così come, ineguaglianza e conflitto entro il gruppo sociale o tra gruppi diversi. Il gossip, storicamente, ha assunto il ruolo di stereotipo negativo spesso associato alle chiacchiere tra donne e, nelle organizzazioni, è stato sempre ritenuto un comportamento dannoso. Recenti studi (ved. bibliografìa Waddington e Michelson) stanno però rivalutando il suo ruolo, mettendo in luce la sua importanza nel rendere le organizzazioni più resilienti e i suoi processi organizzativi più visibili. Gli psicologi Kathryn Waddington e Grant Michelson hanno condotto degli studi sulla funzione del gossip in organizzazioni private operanti nei settori della formazione, del business e della sanità in Gran Bretagna e Australia, che hanno evidenziato le seguenti conseguenze (positive o negative) prodotte dal gossip:


Per il singolo individuo:

  • esprime e comunica emozioni
  • riceve supporto e rassicurazioni da altri
  • riduce incertezza e ansia
  • aiuta a risolvere problemi e attribuisce senso alle situazioni
  • inclusione e accettazione da parte di altri
  • esclusione e vittimizzazione
  • riduce lo stress e i danni all'autostima e alla reputazione

Per l'organizzazione:

  • espressione di attenzione e interesse per le persone dell'organizzazione
  • condivisione di informazioni e conoscenza
  • sviluppo di reti inter/intra-organizzazione
  • creazione di relazioni di lavoro o di team
  • disseminazione della cultura aziendale
  • resistenza ai cambiamenti
  • disinformazione e incomprensione
  • mascheramento o distorsione dei problemi interni all'organizzazione

Secondo gli autori di questa ricerca il gossip è un fenomeno screditato che meriterebbe invece più attenzione dato il ruolo che esso svolge nelle grandi organizzazioni, e in particolare nel contrastare il "lato oscuro" di molte realtà aziendali basate su scarsa comunicazione, limitazione delle scelte, scarsa partecipazione, bullismo, stress, incompetenza manageriale e discriminazione razziale o di genere. Gli autori, nel proporre un modello di gossip organizzativo per le imprese, nelle loro conclusioni sintetizzano così il ruolo del gossip (ved. bibliografia p. 11):


Il gossip è interallacciato nelle relazioni e nei processi di potere e con la micropolitica delle conversazioni di ogni giorno negli ambienti di lavoro. [...] I cambiamenti organizzativi nelle loro manifestazioni innescano il gossip. Il gossip è usato come una strategia di creazione di senso, un modo di comunicare e gestire le emozioni, un meccanismo per fronteggiare l'incertezza e un mezzo di sabotaggio e resistenza. [...]  Il gossip potrebbe, e in verità dovrebbe, anche essere visto e sentito come una forma di comunicazione organizzativa informale e di conoscenza narrativa che agisce come condizione limite di un modello teorico emergente di gossip organizzativo. Questo cambia la posizione del gossip da ciò che è stato prevalentemente invisibile, a ciò che è un più visibile e apprezzato  processo costitutivo delle organizzazioni.


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Cosa si può fare per diventare "pensatori critici"
E' stato ampiamente dimostrato negli ultimi 30-40 anni da parecchi psicologi tra i quali Amos Tversky, Daniel Kahneman, Gerd Gigerenzer e altri, che l'essere umano crede di essere razionale ma non lo è. Quando un individuo si trova a prendere decisioni in condizioni di incertezza il più delle volte usa un "pensiero intuitivo" facendo ricorso alle euristiche, cioè a scorciatoie mentali maturate nel corso dell'evoluzione. Nella maggior parte delle situazioni della vita quotidiana le decisioni euristiche si rivelano giuste ma in situazioni più complesse, apparse solo con la modernità, le euristiche portano a distorsioni del giudizio (bias) che danno luogo a decisioni errate.
Secondo Daniel Kahneman (pp.464-465 di Pensieri lenti e veloci - Mondadori) il nostro pensiero intuitivo non è facilmente educabile e ostacola il riconoscimento dei segnali ambientali che in certi casi renderebbero necessario il passaggio a un pensiero razionale e critico. Un osservatore esterno è sempre meno coinvolto emotivamente di colui che prende decisioni e compie azioni. Occorre quindi impegnarsi a costruire una "società critica", nella quale ci siano "osservatori critici" che sappiano avvertirci dei pericoli insiti in certe situazioni decisionali. Questo è un compito primario delle Istituzioni che devono investire in programmi di formazione al "pensiero critico" degli educatori scolastici. A livello individuale, ecco alcune attività perseguibili:

  1. Atteggiamento critico: sforzarsi di assumere un atteggiamento critico contrastando la tendenza umana innata di saltare subito alle conclusioni e prendere decisioni impulsive. Per approfondire andare alla pagina: Atteggiamento critico 
  2. Lettura: diversi studi confermano che l'attività di lettura migliora l'attività del cervello contrastando i deficit cognitivi e l'invecchiamento cerebrale. Per approfondire andare alla pagina: Lettura e Cervello. Inoltre, il  miglioramento cerebrale viene potenziato dalla lettura critica dei testi (non narrativi). 
  3. Apprendimento linguistico: recenti studi hanno confermato che imparare lingue diverse dalla propria (anche in età avanzata) migliora il rendimento cerebrale. Per approfondire andare alla pagina: Bilinguismo e incremento cognitivo

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Pagina aggiornata il 2 aprile 2017

 
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