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Coloro cui sfugge completamente l'idea che è possibile aver torto non possono imparare nulla, tranne la tecnica. (Gregory Bateson)
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Il filosofo Charles S. Peirce vedeva l'intero universo come composto da segni che hanno un fondamento naturalistico e creano una semiotica globale
TEORIE > METODI > ARGOMENTAZIONE
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In quale modo acquisiamo conoscenza del nostro mondo? Forse non ce ne rendiamo conto, ma siamo immersi dalla nascita in un universo di segni che solo l'essere umano crea nella propria mente per dare un significato a ciò che è in grado di percepire. Questa visione del mondo è stata proposta dal filosofo Charles Sanders Peirce, secondo cui noi guidiamo il pensiero, nel suo ritmo logico e inferenziale attingendo ai segni mentali. Peirce vede l'intero universo come composto da segni o processi di significazione che hanno un fondamento naturalistico entro un universo che ha un intrinseco carattere semiotico.
Universo, essere umano e cultura si uniscono, perchè la relazione segnica si basa su una forte ontologia (esplorazione di quel che «è»). Scrivono i semiologi Bent Sørensen et al.: "Il segno di Peirce è veramente generale ed ontologico e vede continuità ovunque guardi, e per lui  non c'è separazione assoluta tra i processi dell'universo, l'esistenza dell'uomo, e la cultura mediatrice tra i due". Se si adotta questa visione della conoscenza umana dobbiamo accettare l'ipotesi che il pensiero umano sia nato dal riconoscimento di segni e dalla creazione di relazioni tra essi. L'intero processo conoscitivo umano è, secondo Peirce, affidato ai segni, come spiega il filosofo Dario Antiseri nell'introdurre il libro "Come rendere chiare le nostre idee" di Charles Sanders Peirce scrive: "La conoscenza non è intuizione, non è accettazione acritica delle assunzioni del senso comune; non è sintesi a-priori. Per Peirce, la conoscenza è ricerca. Peirce ci viene a dire che il dubbio è uno stato di irritazione, che la credenza è uno stato di soddisfazione, che il processo conoscitivo è la ricerca che ci permette di passare dal dubbio alla credenza, che ogni credenza è una norma di azione, che avere una credenza implica il ritenerla vera, e, da ultimo, che la verità non significa nè incorregibilità nè utilità".
Se fosse così, allora, attribuire un significato a tutti i segni che percepiamo costituisce lo scopo della vita umana.
Qual è lo scopo della vita umana?
Qual è lo scopo della vita? Secondo la semiologa Silvia Molè, sulla scorta delle idee di Charles Sanders Peirce, lo scopo della nostra vita consiste nell'attribuire un significato a tutto ciò che siamo in grado di percepire. Lo facciamo con la "creatività abduttiva", cioè formulando continuamente ipotesi sul mondo (vedi bibliografia 2011):
"quando il bambino era bambino / era l’epoca di queste domande / perché io sono io e perché non sei tu / perché sono qui e perché non sono li / quando comincia il tempo e dove finisce lo spazio… / c’è veramente il mare e gente veramente cattiva… / Quando il bambino era bambino, | su niente aveva un’opinione" (Peter Handke, "Il Cielo sopra Berlino"). Ciascuno di noi è solito chiedersi quale sia lo scopo della propria vita: le risposte possono essere molteplici e solo apparentemente in contraddizione tra loro, dico apparentemente in quanto per ciascuno di noi, come per il bimbo nella poesia di Peter Handke, si tratta di individuare dei significati nella realtà che ci circonda, per cui ben si potrebbe dire che lo scopo della nostra vita consiste nell’attribuzione di significati a tutto ciò che siamo in grado di percepire. L’attribuzione di un significato presuppone un metodo di ragionamento.
Quando il bambino era bambino, | su niente aveva un’opinione" (Peter Handke, "Il Cielo sopra Berlino")
Il punto chiave
Il complesso della vita sociale è principalmente una realtà fatta di segni.  Di segni che significano determinati concetti. Le parole stesse sono già dei segni; ogni parola è un segno linguistico che rimanda al suo correlativo significato. Ogni segno, però – che sia immagine, parola, gesto, simbolo – ha pur sempre una natura convenzionale. La parola “casa”, ad esempio, di certo non somiglia a una casa, ma il suo segno, il suo insieme di lettere, produce un morfema, un lemma, che diventa il referente linguistico di un oggetto fisico esistente. Tale parola sarebbe un segno visivo, se lo leggessimo; un segno acustico se invece la percepiamo e la comprendiamo con l’udito. (Francesco Macaluso)
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Per  rendere  conto  degli oggetti  della realtà esterna noi  abbiamo  bisogno  di segni.  Il segno  quindi  costituisce  il  fulcro  della semiosi,  in  quanto  media  tra l’oggetto  e l’interpretante:  un  segno  è determinato  da un  oggetto  e genera un  interpretante. (Charles Sanders Peirce p.6)
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La semiosi è il processo di cooperazione tra i segni, i loro oggetti e i loro interpretanti. (Michael Hoffmann p.19)
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Ogni pensiero è un segno e ogni azione o ragionamento consiste nell'interpretazione di segni. I segni funzionano come mediatori tra il mondo esterno degli oggetti e il mondo interno delle idee. (Michael Hoffmann p.18)
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Ciò che è in gioco [nel cercare l'origine culturale della semiotica] è una ricerca di identità per la semiotica che, a pochi decenni dalla sua nascita, ha ampliato sempre più il campo del proprio interesse e della propria applicazione, fino a farlo coincidere con l'insieme dei fenomeni culturali, intesi come fenomeni di comunicazione e di senso (Giovanni Manetti p.7)
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La semiotica ha raggiunto la sua attuale maturità quando ci si è resi ben conto che i segni non servono solo a pensare, riflettere, contemplare, rappresentare il mondo, ma anche, e soprattutto ed essenzialmente "a trasformare il mondo": insomma che gli uomini emettendo agli altri e a se stessi dei segni compiono azioni, azioni trasformative. (Massimo Bonfantini p.12)
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La semantica (dal greco semeion = segno), è la disciplina che studia il rapporto dei segni con gli oggetti cui si riferiscono, ossia il rapporto di designazione. Il termine fu coniato per la prima volta da Brèal nel 1897, e compare nel titolo del suo saggio, col quale la suddetta disciplina fu presentata per la prima volta (Essais de semantique. Science des significations). La semantica è quindi quella parte della linguistica – e in particolare della logica – che studia e analizza la funzione significatrice dei segni, i nessi tra i segni linguistici (parole, frasi, ecc.) e i loro significati. (Francesco Macaluso)
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Approfondire  una  teoria  del  segno  facendone  un  elemento  fondamentale  in  un  processo  epistemologico significa  interrogarsi  se  e  in  che  misura  il  segno  entra  a  far  parte  delle  normali  procedure  attraverso  le  quali  è  prodotta ed  acquisita  la  conoscenza.  Nel  far  questo  la  moderna  teoria  del  segno  si  inserisce  in  una  lunga  tradizione,  un  “fiume carsico”,  come  l’ha  definito  Umberto  Eco,  soggiacente  al  pensiero  filosofico,  che  parte  dall’antichità  classica  e, attraversando   il   Medio     Evo  e  l’Età  moderna,  giunge  poi  fino  al  Novecento  e  viene  consegnata  all’epoca contemporanea. (workshop)
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Lo scopo del ragionamento è procedere dal riconoscimento della verità che già conosciamo alla conoscenza di una nuova verità.
Questo lo possiamo fare per istinto o per un'abitudine di cui siamo a malapena consapevoli. (Charles Sanders Peirce)
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Noi siamo emozioni, sentimenti, siamo pensieri… e al tempo stesso siamo, nell’immediato concreto, anche segni, a nostra volta immersi in un universo sociale di segni, in ogni istante rechiamo, connaturati a noi, anche i segni del nostro pensiero, del nostro essere, del nostro modo di vivere. (Francesco Macaluso)
Noi siamo emozioni, sentimenti, siamo pensieri… e al tempo stesso siamo, nell’immediato concreto, anche segni, a nostra volta immersi in un universo sociale di segni, in ogni istante rechiamo, connaturati a noi, anche i segni del nostro pensiero, del nostro essere, del nostro modo di vivere
Un mondo pieno di segni, e anche noi siamo segni. Una mostra a Siena nel 2021
"Le parole non sono necessarie solo per leggere o per scrivere, ma anche per alimentare la fantasia”. Così commenta Lorenzo Marini il suo legame con Siena e l’importanza di questa mostra. Il curatore Luca Beatrice scrive: “L’unione delle lettere forma parole, dunque significati che mutano a seconda dell’idioma. All’origine però sono segni, immagini. Su questo concetto apparentemente semplice, ma fondativo nella storia dei linguaggi lavora l'artista Lorenzo Marini.
Differenza tra segni e simboli
Cos'è un segno?
  • "E' segno ogni cosa che possa essere assunta come un sostituto significante di qualcos'altro." (Umberto Eco - p.17 Trattato di semiotica generale - Bompiani)

    Cos'è un simbolo?

  • Un segno si trasforma in un simbolo quando gli viene attribuito lo stesso significato da due o più persone diventando così un fatto sociale. Nella definizione di Gustavo Zagrebelsky: "Il passaggio attraverso il quale dal segno inteso singolarmente si passa alla medesima percezione di ciò a cui esso allude da parte di due persone, o più persone, di tutte le persone, quello è il momento in cui il segno diventa veramente simbolo, come fatto psichico di natura sociale [...] Il simbolo è il punto di passaggio dalla soggettività all'oggettività dei significati" (p.13 Simboli al potere - Einaudi)
Segni e simboli sono entità diverse
Cliccare per approfondire
Gli Ambasciatori di Holbein
Un quadro che mostra molti oggetti "iconici". (Cliccare per approfondire)
Se talvolta una fotografia, nostra o di un altro autore, ci piace in modo particolare, oppure comunica di più di altre, e non sappiamo spiegarci il motivo è perché ancora non abbiamo un buon allenamento a spingerci nel secondo livello di lettura, quello dei “segni indicali"
Sandro Botticelli
Segni naturali
Le orme lasciate dagli animali sul terreno furono probabilmente tra i segni più importanti per la sopravvivenza degli ominidi.
La divinazione appare come il grande dominio dei segni deboli. La medicina greca appare come il grande campo in cui si tenta di passare da un paradigma di segni deboli a uno di segni forti.
Icona, Indice e Simbolo
Il sito "1001 articoli" scrive:

Una difficoltà è trattare i segni visivi con un metodo fondato sui segni verbali. Dopotutto la semiotica è uscita dalla linguistica e il linguaggio ha rivelato la natura del segno. I segni però non sono tutti uguali, quindi i segni visivi differiscono dal segno verbale. Parole diverse in lingue diverse rappresentano ciò che gli inglesi chiamano "gatto", ma la rappresentazione pittorica è la stessa in tutte le culture. Charles Sanders Peirce si è avvicinato a questo problema. Peirce era un realista e credeva che l'indagine scientifica fornisse un vero resoconto del mondo. Peirce ha spiegato la semiotica in modo che ci fossero diverse forme che ogni segno potrebbe assumere e diversi modi in cui il significato potrebbe essere prodotto. Saussure ridusse tutti i segni a una forma di base. Peirce ha dato le classificazioni a migliaia ma le ha raggruppate in: icona, indice e simbolo.

  • L'icona è un segno che opera per somiglianza, non decodificato ma inteso come riferito a un oggetto mondano e gli “Ambasciatori” di Holbein ricordano chiaramente queste cose. Ciò non significa una somiglianza accurata o che questi ambasciatori siano addirittura esistiti, ma che il sistema di segni consente il riconoscimento attraverso la somiglianza.

  • L'indice è un segno che non assomiglia a un oggetto ma fornisce la prova dell'esistenza. Ad esempio, un buco rosicchiato in una foglia significa che l'ha mangiata un bruco e questo è un segno 'indexical'. I dipinti a goccia di Pollock sono indicali a causa della sua presenza fisica che era necessaria per farlo.

  • Il simbolo è più vicino a Saussure e al suo segno. È culturale perché tutti i membri della comunità lo capiscono in questo modo.
Il fotografo e docente Marco Fantechi, in un suo articolo (vedi bibliografia 2018) spiega come leggere i segni in una fotografia:

La fotografia per tanto tempo è stata considerata un linguaggio puramente iconico, infatti, il primo livello di lettura è proprio quello detto dei “segni iconici“. Essi ci propongono una similitudine esteriore con ciò che rappresentano, il loro ambito è descrittivo e, non essendo portatori di valori attributivi, vanno a costituire la maggioranza dei segni che possiamo trovare nella fotografia di documentazione e reportage. In un’immagine la realtà rappresentata è sicuramente preponderante, ma la lettura non può ridursi solamente a questo perché ogni fotografia ha sempre da raccontarci qualcosa in più di quello che semplicemente mostra. Se talvolta una fotografia, nostra o di un altro autore, ci piace in modo particolare, oppure comunica di più di altre, e non sappiamo spiegarci il motivo è perché ancora non abbiamo un buon allenamento a spingerci nel secondo livello di lettura, quello dei “segni indicali". Gli “indici” (che possiamo chiamare anche “indizi” o “tracce”) fanno della fotografia il luogo dove può prendere forma anche ciò che non è rappresentabile come le emozioni, i sentimenti e, in genere, il nostro sentire. Il rapporto che si crea tra l’espressione del segno e il suo contenuto è naturale e di tipo causale. Grazie all’utilizzo di questi segni possiamo comunicare la presenza di cose non visibili nell’immagine o stati d’animo. Chiaramente questo tipo di segni sono alla base di quel genere di fotografia che chiamiamo concettuale. La terza tipologia di segni che possiamo incontrare nella lettura di una immagine è quella dei “segni simbolo“. Qui il legame tra espressione e contenuto non ha motivazioni di tipo analogico o naturale come avviene per le icone e gli indici. Nei simboli il rapporto che ci porta al significato è di tipo convenzionale ed è legato ad una codificazione assunta in precedenza come per esempio la lingua scritta o parlata o ad una tradizione culturale come una bandiera, un logo o un marchio conosciuto.
Il fotografo e docente Marco Fantechi, in un suo articolo (vedi bibliografia 2018) spiega come leggere i segni nella fotografia del quadro di Sandro Botticelli "Madonna col bambino (particolare)":

Dalla lettura dei “segni iconici” vediamo un’elegante signora con un bel bimbo biondo in un portico con colonne e lesene ornate da capitelli ionici. Alla lettura dei “segni indicali” non può sfuggire la dolcezza e l’amore che traspare dai loro sguardi che si incontrano, è quindi evidente il loro rapporto di madre e figlio. I “segni simbolici” consentono di chiudere la lettura sulla sacralità dell’immagine, infatti le aureole sulla testa della donna e del bambino sono i simboli che, nella tradizione cristiana e nella cultura occidentale, da sempre stanno ad indicare che si tratta della Madonna e di Gesù.
Origine della semiotica: da Omero a Sant'Agostino a Peirce
Le antiche origini della semiotica sono state descritte dal semiologo Giovanni Manetti nel libro "In principio era il segno", e leggendolo ci si accorge di quanto tali origini siano antiche nella storia umana. Manetti scrive (p.22):
E' nei poemi omerici, e in particolare nell'Odissea, che si inaugura chiaramente una dicotomia epistemica che mette in contrapposizione, da una parte, il linguaggio verbale, ritenuto fonte di possibile menzogna o inganno (al quale si aggiunge tutta la produzione segnica intenzionale, come, ad esempio, il travestimento), e, dall'altra la semiosi naturale, gli indizi, ritenuti invece fonte di prova e di smascheramento.

Il riconoscimento di Ulisse, reso irriconoscibile dalla dea Atena al suo ritorno ad Itaca, viene fatto dalla vecchia nutrice Euriclea sulla base di una cicatrice sulla gamba residuo di una vecchia ferita giovanile, ma è un segno ambiguo, quindi un "segno debole". Esso non accontenta nè la moglie Penelope nè il padre Laerte, che chiedono un "segno forte". L'Odissea poi esplicita i segni forti, univoci che convincono sia Penelope che Laerte dell'identità di Ulisse.
Sempre Manetti, nello stesso libro (pp.21-29), mette in luce l'importanza del "paradigma indiziario" per la riflessione umana, scrivendo:

Qualche anno fa Carlo Ginzburg elaborava la nozione di "paradigma indiziario" come modello conoscitivo antichissimo, e allo stesso tempo assolutamente moderno, operante nelle scienze "non quantitative" e negli ambiti di sapere extrascientifici, o, per meglio dire, extra e postgalileiani. Si trattava di un modello che valorizzava il particolare rispetto all'universale, l'indizio rispetto alla legge, o infine, per esprimersi nei termini della semiotica di Charles Sanders Peirce, l'abduzione rispetto alla deduzione. [...] Certamente le origini del paradigma indiziario sono molto più antiche dei poemi omerici. Molto suggestivamente Carlo Ginzburg ne legava la nascita alla pratica millenaria dell'uomo ancora primitivo di andare a caccia di selvaggina, di scrutare le orme per terra, di scorgere ciuffi di peli o di piume, di scoprire tracce di sterco per individuare il passaggio di un animale. Questo paradigma "venatorio" appariva a Ginzburg assai simile a quello "divinatorio" dove, con analoga procedura, si scrutano i punti luminosi del cielo, le interiora di una vittima sacrificale, le gocce d'olio gettate sull'acqua e così via, per rintracciarvi i segni di un destino individuale. La scarsa rilevanza materiale dell'indizio contrapposta alla grande importanza del suo significato caratterizza bene i segni divinatori. Ma questa sproporzione è pagata dall'assenza totale di cogenza [costrittività]. La divinazione appare, infatti, come il grande dominio dei segni deboli. [...] La medicina greca appare come il grande campo in cui si tenta di passare da un paradigma di segni deboli a uno di segni forti.
Varie descrizioni dei segni da parte dei principali semiotici e linguisti
(Cliccare per approfondire)
Il linguista Fakry Hamdani distingue le differenti interpretazioni segniche tra i vari semiologi e linguisti:

  1. Saussure-Hjelmslev-Greimas, Metz ed Eco – strutturalismo; espressione-contenuto (significato-significativo); pregiudizio linguistico; paradigmi e sintagmi.

  2. Peirce-Morris – ricche tipologie di segni; enfasi sul processo di semiosi (dimensioni sintattica, semantica, pragmatica); tipologia semiotica del discorso.
  3. Eco – 'verso una logica della cultura'; una teoria dei codici e una teoria della produzione dei segni.

  4. Sebeok – 'come il corpo interagisce con la mente per produrre segni, messaggi, pensiero e infine comportamento culturale'.
La fusione della teoria del linguaggio e di quella del segno con Sant'Agostino
Nella semiotica stoica greca descritta da Giovanni Manetti, vi sono due teorie contrapposte. C'è la teoria del linguaggio, in cui l'espressione linguistica è definita semaion, e poi c'è la teoria del segno non linguistico, designato dalla parola semeion, che ha una pertinenza epistemologica. Manetti scrive (p.22):
[image:image-2]La teoria del linguaggio e la teoria del segno arrivano, però, a un certo punto, a interconnettersi; e tale interconnessione si compie con la riflessione semiologica di Agostino (tra il quarto e quinto secolo d.C.), il quale per primo considera le espressioni linguistiche come dei segni, in special modo dei segni rammemorativi (segni cioè osservati almeno una volta in connessione con i loro oggetti e che permettono in seguito di rimandare a questi ultimi, anche quando detti oggetti non sono percepibili, come avviene con il fumo che rimanda al fuoco).




Il triangolo della semiosi
Semiotica
Nella prospettiva di Peirce, i segni, che sono anzitutto e propriamente segni mentali, sono le forme che rendono possibile il pensiero nel suo ritmo logico, inferenziale: i segni costituiscono la dinamica della psiche. Per semiosi s'intende «un’azione che sia una cooperazione di tre soggetti, come un segno, il suo oggetto e il suo interpretante».
La semiotica trasforma il mondo in cui viviamo: il motivo è che i segni costituiscono la dinamica della psiche
Il semiologo e filosofo Massimo Bonfantini, traduttore di Charles Sanders Peirce, ha messo in evidenza l'importanza del suo pensiero per la cultura umana, e scrive nel libro "L'oggetto del progetto" (pp.12-14):

La semiotica è quella disciplina che studia i segni, tutte quelle cose, o meglio tutti quegli eventi che fungono da segni. [...] Nella prospettiva di Peirce, i segni, che sono anzitutto e propriamente segni mentali, sono le forme che rendono possibile il pensiero nel suo ritmo logico, inferenziale: i segni costituiscono la dinamica della psiche. [...] Si può dire che la semiotica ha raggiunto la sua attuale maturità quando ci si è resi ben conto che i segni non servono solo a pensare, riflettere, contemplare, rappresentare il mondo, ma anche, e soprattutto ed essenzialmente "a trasformare il mondo": insomma che gli uomini emettendo agli altri e a se stessi dei segni compiono azioni, azioni trasformative.

Sempre Bonfantini, nello stesso libro (p.17), chiarisce l'ampiezza raggiunta oggi dalla semiotica nell'interallacciare tre dimensioni nel suo agire:

Tuttavia, i segni (e intendo messaggi, testi, discorsi, di qualsiasi specie e di qualsiasi complessità) esercitano la loro significanza non solo secondo la dimensione pragmatica o del senso e la dimensione semantica o del significato (e nel combinarsi delle due dimensioni), ma anche secondo una terza dimensione, anch'essa onnipresente nella semiosi e necessaria per la semiosi: la dimensione della logica, ovvero del valore o validità formale dei segni.
Disegno di copertina di Matteo Morelli per il libro "L'oggetto del progetto"
Semiotica
L'oggetto dinamico è l'oggetto in sè e per sè, ciò che mette in moto la semiosi. Tutti gli oggetti producono segni e senso nella nostra mente, cioè sono tutti potenzialmente semiotici. Il segno viene determinato nella mente del soggetto pensante dall'oggetto dinamico. Siamo nel campo della segnicità e il segno contiene l'oggetto dinamico, che diviene oggetto immediato, mentre il representamen è la parte del segno che supporta l'oggetto immediato. L'interpretante è determinato dal segno ma anche dall'oggetto e consiste nell'interpretazione dei soggetti, distinguendone qualità e caratteristiche, portando poi ad eventuali associazioni logiche e/o azioni.
aspetti semiotici
Nella prospettiva di Peirce, i segni, che sono anzitutto segni mentali, sono le forme che rendono possibile il pensiero nel suo ritmo logico, inferenziale: i segni costituiscono la dinamica della psiche. Si può dire che la semiotica ha raggiunto la sua attuale maturità quando ci si è resi conto che i segni non servono solo a pensare, riflettere, contemplare, rappresentare il mondo, ma anche, essenzialmente "a trasformare il mondo": insomma che gli uomini emettendo agli altri e a se stessi dei segni compiono azioni trasformative
Cos'è la semiosi: individuare implicazioni tra oggetti ed eventi
Il semiologo Salvatore Zingale analizzando le idee di Peirce sul processo inferenziale della mente per attuare la semiosi illimitata, scrive (vedi bibliografia 2005):

Facciamo un’inferenza ogni volta che attribuiamo senso alle cose, ogni volta che diamo risposta all’accadere degli eventi, tanto quando siamo di fronte a ciò che Sigmund Freud ha chiamato Unheimlich – l’assoluto estraneo, quindi inatteso e incomprensibile –, tanto quando leggiamo e comprendiamo il titolo di un giornale. Quando siamo impegnati in un’inferenza la nostra mente compie un percorso: parte da qualcosa che ci è noto, attraverso una zona intermedia, arriva a conoscere o comprendere qualcosa che prima ci era ignoto. La zona intermedia è la facoltà mentale di individuare implicazioni fra oggetti ed eventi: qualcosa è logicamente e semiosicamente connesso a qualcos’altro, e per tale ragione l’uno diventa il segno dell’altro. L’implicazione è ciò che permette il passaggio semiotico della mediazione. Se non c’è implicazione, non c’è mediazione; se non c’è mediazione, non c’è semiosi. Questo vale anche nei casi in cui implicazione e mediazione sono stabilite per legge o convenzione. Ciò che distingue i tre tipi di inferenza non è solamente la forma logica attraverso la quale esse si svolgono, ma anche la natura dell’oggetto noto, e soprattutto quella dell’oggetto ignoto, quello verso cui tendiamo. Si agisce per induzione quando si va verso qualcosa (in-duzione); si procede per deduzione quando da questo qualcosa si proviene (de-duzione); si ha invece abduzione quando il pensiero compie un movimento laterale (ab-duzione), o un salto, oppure quando si procede a ritroso (e in tal caso è anche chiamata retro-duzione). La meta – la conclusione logicamente prodotta – di una induzione è una sintesi, quello di una deduzione una tesi, quello di un’abduzione una ipotesi. Ognuna delle tre inferenze ci porta quindi in uno stato mentale differente: la deduzione ci conduce alla certezza, l’induzione al ritenere una verità probabile, l’abduzione coglie sempre una possibilità. E questa è la ragione per cui la deduzione richiede capacità di calcolo, l’induzione il saper sperimentare, l’abduzione la disposizione all’affidarsi all’azzardo.
Per mezzo del linguaggio possiamo, non soltanto comunicare ma, soprattutto, vivere in un mondo virtuale condiviso con altri. Infatti, la rappresentazione simbolica di oggetti, eventi, relazioni che il linguaggio permette, fornisce un efficace sistema di riferimento per generare nuove rappresentazioni, predire eventi futuri, pianificare azioni, organizzare ricordi: cioè quella che il filosofo Charles S. Peirce ha chiamato "semiosi illimitata" (un processo di significazione continuo di segni che producono altri segni) che è diventato il paradigma della comunicazione di massa e, oggi, del web (che viene impropriamente chiamato mondo virtuale ma che è solo una parte del mondo virtuale di ogni individuo). L'essere umano è il solo a poter vivere, non solo nel mondo reale, ma anche in molti "mondi possibili"
Cos'è la logica umana secondo Charles S. Peirce
Il filosofo Michael Hoffmann ha radunato in una mappa concettuale i concetti e le relazioni tra essi, che descrivono in quale modo l'essere umano agisce per dare un senso alla realtà in cui vive secondo il pensiero di Peirce. Andando alla mappa concettuale possiamo vedere che il problema di attribuire un senso alla realtà viene fatto con la creatività abduttiva, che dipende da una serie di attività cognitive tra le quali:

  1. Sapere come approcciare un problema (conoscenza strategico-metodologica) che dipende dagli habits (che sono interpretazioni acquisite inconsce, e acquisite grazie alla loro ripetizione o alla ripetizione di date catene associative o dissociative).
  2. Armonizzare o non armonizzare con altre persone (necessaria per interagire/comunicare)
  3. Capire (conoscenza indicale: l'indicalità è il fenomeno di un segno che indica (o indicizza) un oggetto nel contesto in cui si verifica)
  4. Significare o rappresentare qualcosa basata su habits o convenzioni (conoscenza simbolica)
  5. Asserire o credere (conoscenza proposizionale)
  6. Strutturare o mettere in relazione (conoscenza iconica)
  7. Riflettere (su altre attività cognitive (o combinazioni di esse)
  8. Giocare (conoscenza ludica)
  9. Associare (idee, memorie, strutture, strategie, ecc.)
Facciamo un’inferenza ogni volta che attribuiamo senso alle cose, ogni volta che diamo risposta all’accadere degli eventi
La logica umana in una mappa concettuale di Michael Hoffmann
Quando siamo impegnati in un’inferenza la nostra mente compie un percorso: parte da qualcosa che ci è noto, attraverso una zona intermedia, arriva a conoscere o comprendere qualcosa che prima ci era ignoto. La zona intermedia è la facoltà mentale di individuare implicazioni fra oggetti ed eventi: qualcosa è logicamente e semiosicamente connesso a qualcos’altro, e per tale ragione l’uno diventa il segno dell’altro. L’implicazione è ciò che permette il passaggio semiotico della mediazione. Se non c’è implicazione, non c’è mediazione; se non c’è mediazione, non c’è semiosi
Conclusioni (provvisorie): Il filosofo Charles Sanders Peirce vede l'intero universo come composto da segni o processi di significazione che hanno un fondamento naturalistico entro un universo che ha un intrinseco carattere semiotico
In quale modo acquisiamo conoscenza del nostro mondo? Non ce ne rendiamo conto, ma siamo immersi dalla nascita in un universo di segni che solo l'essere umano crea nella propria mente per dare un significato a ciò che è in grado di percepire. Questa visione del mondo è stata proposta dal filosofo Charles Sanders Peirce, secondo cui noi guidiamo il pensiero, nel suo ritmo logico e inferenziale attingendo ai segni mentali. Peirce vede l'intero universo come composto da segni o processi di significazione che hanno un fondamento naturalistico entro un universo che ha un intrinseco carattere semiotico.
Universo, essere umano e cultura si uniscono, perchè la relazione segnica si basa su una forte ontologia (esplorazione di quel che «è»). Scrivono i semiologi Bent Sørensen et al.: "Il segno di Peirce è veramente generale ed ontologico e vede continuità ovunque guardi, e per lui  non c'è separazione assoluta tra i processi dell'universo, l'esistenza dell'uomo, e la cultura mediatrice tra i due". Se si adotta questa visione della conoscenza umana dobbiamo accettare l'ipotesi che il pensiero umano sia nato dal riconoscimento di segni e dalla creazione di relazioni tra essi. L'intero processo conoscitivo umano è, secondo Peirce, affidato ai segni, come spiega il filosofo Dario Antiseri nell'introdurre il libro "Come rendere chiare le nostre idee" di Charles Sanders Peirce scrive: "La conoscenza non è intuizione, non è accettazione acritica delle assunzioni del senso comune; non è sintesi a-priori. Per Peirce, la conoscenza è ricerca. Peirce ci viene a dire che il dubbio è uno stato di irritazione, che la credenza è uno stato di soddisfazione, che il processo conoscitivo è la ricerca che ci permette di passare dal dubbio alla credenza, che ogni credenza è una norma di azione, che avere una credenza implica il ritenerla vera, e, da ultimo, che la verità non significa nè incorregibilità nè utilità".
per scaricare le conclusioni (in pdf):
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Libri consigliati
a chi è interessato ad approfondire la semiotica
Spesa annua pro capite in Italia per gioco d'azzardo 1.583 euro, per l'acquisto di libri 58,8 euro (fonte: l'Espresso 5/2/17)

Pagina aggiornata il 19 ottobre 2021

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Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 2.5 Generico
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