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Coloro cui sfugge completamente l'idea che è possibile aver torto non possono imparare nulla, tranne la tecnica. (Gregory Bateson)
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Dalla Semiosi illimitata (unlimited semiosis) alla Conoscenza umana
TEORIE > METODI > ARGOMENTAZIONE
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Quando apparvero i segni nella cultura umana? Il semiologo Giovanni Manetti li fa risalire a tre millenni prima di Cristo, nella divinazione mesopotamica, egli scrive: "Una delle prime apparizioni della nozione di segno, che registra e fissa contemporaneamente anche una terminologia relativa per indicarlo, si può trovare nell’uso che dei segni fa la divinazione mesopotamica a partire dal III millennio a.C.; anzi, si può dire che il suo aspetto più rilevante consiste nel fatto di essere centrata proprio su una nozione non banale e specifica di segno, che porta ad articolarlo ad uno schema di ragionamento inferenziale tale da permettere di trarre particolari conclusioni da particolari fatti." Poi, i segni iniziano a manifestarsi nella cultura greca, in particolare quella degli Stoici in cui la riflessione semiotica era presente, ma è con l'opera di Charles Sanders Peirce che attraverso la linguistica fa un salto di qualità. Noi tutti viviamo da sempre in un mondo di "segni", anche se non ce ne rendiamo ben conto a causa della loro pervasività.  Infatti i segni sono di ogni tipo (visivo, acustico, linguistico), e ad essi attribuiamo miriadi di significati. Per Umberto Eco il significato dei segni è il risultato di un processo mediato di conoscenza condivisa. Come dimostra il suo libro più famoso, "Il nome della rosa", l'Enciclopedia è un'immensa biblioteca composta da migliaia di libri che raccolgono la conoscenza di diverse epoche e proveniente da diverse culture. La biblioteca è un luogo dove i libri parlano l'uno con l'altro, generando link intertestuali che mostrano possibilità di significato che possono produrre nuovi segni. Quando appaiono in forma di segni, i libri dell'enciclopedia diventano "oggetti semiotici" che trasmettono conoscenza secondo le regole convenzionali che costituiscono il paradigma dei processi di significazione. L'Enciclopedia diventa quindi una fonte di regole semiotiche che governano la "semiosi". Come scrive Paolo Desogus (vedi bibliografia), l'Enciclopedia è un sistema multidimensionale che lavora per mezzo degli elementi che la formano.


Lo scriptorium nel film “Il nome della Rosa”

Secondo Umberto Eco, il romanzo "Uno, nessuno e centomila" di Luigi Pirandello è il romanzo della "semiosi illimitata", cioè la narrazione di un mondo in cui è impossibile comunicare perchè, nel processo di costruzione di significato tra emittente e destinatario, ognuno inserisce nel testo il senso che preferisce, non quello che effettivamente l'emittente intende comunicare attraverso quel testo. C'è quindi uno sfasamento tra significato e significante, che implica la creazione di un "significante assoluto", sciolto da ogni vincolo, poliedrico ma incapace di comunicare, di inviare un messaggio univoco. Il protagonista del romanzo, Vitangelo Moscarda capisce che le persone sono "schiave" dell'idea che gli altri si sono fatti di lui (e pure di se stessi). Il fatto che la gente lo creda pazzo è per lui la dimostrazione che non è possibile distruggere le centomila immagini, a lui estranee, che gli altri hanno di lui. Con il rifiuto del proprio nome, vissuto come una falsità, come il tentativo di imprigionare in un suono il continuo e incessante fluire della vita, delle emozioni, delle sensazioni, dei pensieri, il romanzo raggiunge il suo scopo, cioè dimostrare che il rifiuto totale della persona comporta la frantumazione dell' "IO", perché esso si dissolve completamente nella natura. Quindi il nome è un "modo", sia pur imperfetto, di contenere psichicamente le CENTOMILA mutevoli inclinazioni umane in un UNO organizzato e coerente, senza il quale si raggiunge solo la morte di qualcuno che è divenuto paradossalmente NESSUNO. Al di là di quest'esito estremo c'è la realtà conoscitiva umana che Italo Calvino ha rappresentato nel romanzo "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che descrive come la lettura di un libro da parte di un "lettore tipico" si trasformi, o possa trasformarsi, in un percorso che interallaccia altri libri che il lettore ha letto precedentemente. Quando leggiamo qualcosa, inconsciamente andiamo alla ricerca di elementi che la connettano a ciò che già sappiamo. Questo è l'apprendimento significativo che inconsciamente pratichiamo e che la scuola dovrebbe insegnare "consciamente". L'essere umano ha la caratteristica unica (rispetto ad altre specie) di praticare continuamente la triangolazione "oggetto-segno-interpretante" che gli permette di congiungere mondo esterno e mondo interno in un processo continuo di modifica dei due mondi che crea la realtà. La semiosi illimitata è dunque quel processo mentale che congiunge Mondo interno delle idee e Mondo esterno degli oggetti per creare la Realtà nella mente umana.
La logica e il ragionamento causale costringono la mente a "sospingere" il pensiero, infatti, quando siamo impegnati in un’inferenza la nostra mente compie un percorso: parte da qualcosa che ci è noto e, attraverso una zona intermedia, arriva a conoscere o comprendere qualcosa che prima ci era ignoto. La zona intermedia è la facoltà mentale di individuare "implicazioni" fra oggetti ed eventi, per cui qualcosa è logicamente e semiosicamente connesso a qualcos’altro, e per tale ragione l’uno diventa il segno dell’altro. L’implicazione è ciò che permette il passaggio semiotico della mediazione. Se non c’è implicazione, non c’è mediazione; se non c’è mediazione, non c’è semiosi. La "mediazione" è una capacità essenziale in molti processi mentali umani, dato che l'opera di mediazione è connaturata con la cultura umana e deriva dall'attività di simbolizzazione che l'essere umano ha attuato nella sua evoluzione a partire dall'Homo erectus.
Punti chiave
Il complesso della vita sociale è principalmente una realtà fatta di segni. Di segni che significano determinati concetti. Le parole stesse sono già dei segni; ogni parola è un segno linguistico che rimanda al suo correlativo significato. Ogni segno, però – che sia immagine, parola, gesto, simbolo – ha pur sempre una natura convenzionale. La parola “casa”, ad esempio, di certo non somiglia a una casa, ma il suo segno, il suo insieme di lettere, produce un morfema, un lemma, che diventa il referente linguistico di un oggetto fisico esistente. Tale parola sarebbe un segno visivo, se lo leggessimo; un segno acustico se invece la percepiamo e la comprendiamo con l’udito. (Francesco Macaluso)
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Per  rendere  conto  degli oggetti  della realtà esterna noi abbiamo  bisogno  di segni.  Il segno  quindi  costituisce  il  fulcro  della semiosi,  in  quanto  media  tra l’oggetto  e l’interpretante:  un  segno  è determinato  da un  oggetto  e genera un  interpretante. (Charles Sanders Peirce p.6)
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“Il dio di Delfi, non dice e non nasconde, ma si esprime attraverso segni (semainei)”. Segni che devono essere interpretati e che sono il luogo di una strenua lotta tra gli dèi e gli uomini, gli uni tesi a non rivelare in maniera chiara e totale ai secondi la conoscenza del futuro, i secondi tutti protesi nello sforzo di strappare ai primi i barlumi di una conoscenza loro preclusa. (Eraclito frammento 93)
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Il significato del segno divinatorio non è mai diretto, ma segue appunto percorsi tortuosi per essere correttamente interpretato. [...] Si possono a questo punto fare due considerazioni a proposito del segno divinatorio come lo intendevano i Greci. In primo luogo il segno è oscuro e si presenta come una vera e propria sfida che la divinità lancia all’uomo, perché, se l’uomo acquisisse attraverso il segno una conoscenza chiara del proprio destino e degli eventi per lui completamente nascosti, allora l’uomo diverrebbe simile al dio e acquisirebbe una conoscenza panoptica che annullerebbe la sua diversità rispetto ad esso. In secondo luogo la difficoltà di interpretazione del segno divinatorio diviene origine e modello di ogni processo interpretativo; diviene, in un certo senso, il modello stesso dell’indagine filosofica successiva, che non dà niente per scontato e che impegna l’uomo in una difficilissima gara per la sapienza. (Giovanni Manetti)
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La divinazione costituisce la prima area omogenea in cui nella cultura greca antica si può parlare di uso dei segni. Il termine semeion, che incontriamo in questo ambito, è una espressione generica che indica un segno divinatorio di qualunque tipo, incluso il responso oracolare, che è normalmente un testo verbale. Tale segno divinatorio (che è lo strumento attraverso cui si ottiene la conoscenza del futuro, o di un passato sconosciuto), provenendo non dalla sfera umana, ma da quella più alta e più numinosa del divino, è lo strumento di mediazione tra la conoscenza totale del dio e quella limitata dell’uomo. È anche l’area in cui la conoscenza divina fa irruzione nella sfera umana. (Giovanni Manetti)
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La semiosi è il processo di cooperazione tra i segni, i loro oggetti e i loro interpretanti. (Michael Hoffmann p.19)
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Per mezzo del linguaggio possiamo, non soltanto comunicare ma, soprattutto, vivere in un mondo virtuale condiviso con altri. Infatti, la rappresentazione simbolica di oggetti, eventi, relazioni che il linguaggio permette, fornisce un efficace sistema di riferimento per generare nuove rappresentazioni, predire eventi futuri, pianificare azioni, organizzare ricordi: cioè quella che il filosofo Charles S. Peirce ha chiamato "semiosi illimitata" che costituisce la nostra vita mentale. (pensierocritico.eu)
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Ogni pensiero è un segno e ogni azione o ragionamento consiste nell'interpretazione di segni. I segni funzionano come mediatori tra il mondo esterno degli oggetti e il mondo interno delle idee. (Michael Hoffmann p.18)
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Ciò che è in gioco nel cercare l'origine culturale della semiotica è una ricerca di identità per la semiotica che, a pochi decenni dalla sua nascita, ha ampliato sempre più il campo del proprio interesse e della propria applicazione, fino a farlo coincidere con l'insieme dei fenomeni culturali, intesi come fenomeni di comunicazione e di senso (Giovanni Manetti p.7)
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La semiotica ha raggiunto la sua attuale maturità quando ci si è resi ben conto che i segni non servono solo a pensare, riflettere, contemplare, rappresentare il mondo, ma anche, e soprattutto ed essenzialmente "a trasformare il mondo": insomma che gli uomini emettendo agli altri e a se stessi dei segni compiono azioni, azioni trasformative. (Massimo Bonfantini p.12)
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Approfondire  una  teoria  del  segno  facendone  un  elemento  fondamentale  in  un  processo  epistemologico significa  interrogarsi  se  e  in  che  misura  il  segno  entra  a  far  parte  delle  normali  procedure  attraverso  le  quali  è  prodotta ed  acquisita  la  conoscenza.  Nel  far  questo  la  moderna  teoria  del  segno  si  inserisce  in  una  lunga  tradizione,  un  “fiume carsico”,  come  l’ha  definito  Umberto  Eco,  soggiacente  al  pensiero  filosofico,  che  parte dall’antichità  classica e, attraversando il Medio Evo e l’Età  moderna, giunge  poi  fino  al  Novecento  e  viene  consegnata  all’epoca contemporanea. (workshop)
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Lo scopo del ragionamento è procedere dal riconoscimento della verità che già conosciamo alla conoscenza di una nuova verità. Questo lo possiamo fare per istinto o per un'abitudine di cui siamo a malapena consapevoli. (Charles Sanders Peirce)
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Noi siamo emozioni, sentimenti, siamo pensieri… e al tempo stesso siamo, nell’immediato concreto, anche segni, a nostra volta immersi in un universo sociale di segni, in ogni istante rechiamo, connaturati a noi, anche i segni del nostro pensiero, del nostro essere, del nostro modo di vivere. (Francesco Macaluso)
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La semiotica è “lo studio sistematico del significato”, dove tra i tanti diversi tipi di significato, i segni sono un tipo speciale (e importante). [...] Ciò che rende la coscienza umana diversa da quella di altri primati è dovuto soprattutto a uno o più aspetti della funzione segno, piuttosto che alla lingua in sé. (Jordan Zlatev)
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Quando vogliamo comprendere un evento (come un fenomeno atmosferico o il comportamento di una persona), la nostra mente è impegnata in una semiosi: oltre a percepirlo, ne diamo un giudizio. Quando siamo noi a produrre segni (conversare, dipingere un quadro, scegliere un vestito), siamo costruttori di semiosi: disponiamo i segni in modo tale che diventino oggetto di interpretazione per altri. È semiosi ogni situazione ed esperienza in cui – attivamente o passivamente – siamo chiamati ad “avere a che fare” con informazioni e conoscenze. La semiosi è un processo: implica che “qualcosa” accada, che nasca o che si trasformi. Secondo il modello del triangolo di Peirce, la semiosi comprende tre elementi o fasi. 1. L’esistenza di una realtà esterna, ovvero di oggetto o evento, naturale o artefatto: l’Oggetto dinamico. 2.Un evento che l’Oggetto dinamico determina nella mente di un soggetto, ovvero la sua percezione nel nostro sistema sensoriale: il Segno. 3.Una risposta alle “domande” che il segno pone, ovvero un giudizio sull’oggetto dinamico così come questo viene mediato dal segno: l’Interpretante. Il segno quindi è solo un elemento del processo della semiosi, processo che trova compimento solo nell’Interpretante. (Massimo Bonfantini, Salvatore Zingale p.21)
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La semiosi si spiega da sola. Questa continua circolarità è la condizione normale della significazione ed è ciò che permette l'uso comunicativo dei segni per riferirsi a cose. Rifiutare come teoricamente insoddisfacente questa situazione vuol solo dire non capire quale sia il modo umano di significare, il meccanismo attraverso il quale si fanno storia e cultura, il modo stesso in cui, definendo il mondo, si agisce su di esso trasformandolo. (Umberto Eco - Trattato di semiotica generale pp. 104-105)
Quando apparvero i segni nella cultura umana?
Quando apparvero i segni nella cultura umana? Il semiologo Giovanni Manetti li fa risalire a tre millenni prima di Cristo, nella divinazione mesopotamica, egli scrive (vedi bibliografia):

Una delle prime apparizioni della nozione di segno, che registra e fissa contemporaneamente anche una terminologia relativa per indicarlo, si può trovare nell’uso che dei segni fa la divinazione mesopotamica a partire dal III millennio a.C.; anzi, si può dire che il suo aspetto più rilevante consiste nel fatto di essere centrata proprio su una nozione non banale e specifica di segno, che porta ad articolarlo ad uno schema di ragionamento inferenziale tale da permettere di trarre particolari conclusioni da particolari fatti.

Nella cultura greca l'uso dei segni per motivi divinatori risale al quinto secolo a.C. e riguarda la medicina greca, come scrive il semiologo Giovanni Manetti scrive (vedi bibliografia):

La medicina greca è un’ampia area teorico-pratica in cui i segni hanno una evidente importanza. Si tratta di un ambito che è in larga misura indipendente dalla ricerca strettamente filosofica, ma che per certi versi la precede (si hanno infatti riferimenti alla medicina, soprattutto in relazione al contesto chirurgico, anche nei poemi omerici), mentre per altri corre ad essa parallela (come dimostrano, ad esempio, i riferimenti alla medicina e al metodo di Ippocrate presenti nei testi platonici). Le registrazioni scientifiche scritte che rendono conto delle pratiche mediche iniziano con il quinto secolo a. C., cioè con i primi testi raccolti nel Corpus Hippocraticum, che, come Antica medicina, il Prognostico e Arie acque luoghi, possono essere fatti risalire al periodo che va dal 430 al 400 a.C., e secondo alcuni potrebbero essere attribuiti all’Ippocrate storico. Nella stessa raccolta sono poi confluiti testi di epoche molto più tarde, sicuramente non attribuibili a Ippocrate.

La divinazione si presenta in modo diverso nella cultura mesopotamica e in quella greca:

In contrasto con la divinazione mesopotamica – e in diretto collegamento con la natura della cultura greca, che da un certo punto di vista e in un certo senso è improntata fondamentalmente all’oralità – il modello fondamentale della divinazione che ha prevalso nell’antica Grecia è quello della profezia ispirata. In Grecia, infatti, non soltanto la scrittura è un fenomeno recente, ma è del tutto dipendente dal parlato, che viene riprodotto foneticamente, a differenza di quanto avveniva nella cultura mesopotamica, nella quale la scrittura era molto più antica e funzionava come un sistema relativamente autonomo rispetto alla lingua, poiché presentava in modo specifico e differenziato, attraverso i segni grafici, quello che la lingua presenta in altra maniera. Inoltre in Grecia la divinazione, soprattutto nell’età classica, ha una importanza marginale come pratica effettiva (incomparabilmente minore rispetto all’importanza ad essa attribuita da molti scritti letterari e filosofici): nella realtà, il regime della polis prevede che si consulti l’oracolo non per ottenere una predizione sul destino personale (come risulta dai testi letterari), ma per prospettare, in forma di alternativa, un certo corso di eventi che ha rilevanza per la collettività e che si ha intenzione di intraprendere (come ad esempio una guerra o la fondazione di una nuova città) e per domandargli se la via è libera o preclusa. Dopodiché la decisione spetta all’assemblea della città, che può anche sottoporre il responso ad un contraddittorio dialettico. Lo dimostra il famoso episodio raccontato da Erodoto (Storie, VII, 141) in cui Temistocle convince l’assemblea ateniese che il “muro di legno”, a cui allude il responso della Pizia, interrogata sulle azioni da intraprendere nei confronti del pericolo persiano, è da interpretarsi come la costruzione di una flotta e non come la fortificazione dell’acropoli con una palizzata, interpretazione proposta dagli anziani dell’assemblea, tra cui alcuni cresmologi. Nella forma di divinazione ispirata il dio parla all’uomo attraverso un profeta o una profetessa che sono scelti come sua voce, come avviene nella forma di divinazione oracolare più nota: quella praticata dalla Pizia a Delfi. Non è affatto un caso che nell’antica Grecia non ci fosse alcuna formazione, né alcuna presenza di una classe specializzata per l’interpretazione dei segni sia della scrittura (scribi), sia della divinzione (sacerdoti), come invece in Mesopotamia.
Per  rendere  conto  degli oggetti  della realtà esterna noi abbiamo  bisogno  di segni.  Il segno  quindi  costituisce  il  fulcro  della semiosi,  in  quanto  media  tra l’oggetto  e l’interpretante:  un  segno  è determinato  da un  oggetto  e genera un  interpretante. (Charles Sanders Peirce p.6)
Delfi: uno dei più famosi oracoli dell'antichità
L'importanza degli Oracoli nel mondo antico era riconosciuta a tutti i livelli. Oggi appare chiara la loro funzione psicologica che continua da agire in forma diverse nell'uomo moderno: l'oracolo era la percezione di un problema (individuale o collettivo). Esso non forniva soluzioni, bensì stimolava l'uomo a intraprendere azioni per la sua soluzione.
La divinazione
La divinazione risponde a una delle esigenze umane più antiche: dissipare l'incertezza del futuro e conoscere l'ignoto. Perfino in tempi recenti l'attività divinatoria è stata praticata in molte culture. Quello in figura è un calendario balinese del XX secolo, basato su glifi lunari, che serviva ad annotare i giorni propizi a cerimonie di fertilità
Già nel pensiero antico, in particolare quello degli Stoici la riflessione semiotica è stata presente nel pensiero umano, ma è con l'opera di Charles Sanders Peirce che attraverso la linguistica fa un salto di qualità, come scrive Giovanni Lanza (vedi bibliografia): "Peirce ci dà una definizione incisiva del principale meccanismo strutturale del linguaggio quando dice che ogni segno può essere tradotto in un altro segno nel quale è svolto in modo più completo."  La semiosi consiste nel lavoro inferenziale che avviene nel processo di inter-relazione fra tre elementi correlati: un oggetto, un segno, e un interpretante. Il segno (o representamen) è l'elemento che cattura la nostra attenzione, l'oggetto è ciò che viene considerato nell'azione interpretativa, l'interpretante è un ulteriore segno che si riferisce alla relazione tra segno/rappresentante e oggetto.
Mappa concettuale di Semiotica e Semiosi
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La realtà non è un semplice DATO, ma un RISULTATO, cui si perviene mediante l'insieme di operazioni mentali svolte dall'Interpretante.
L'Interpretante Finale arresta la semiosi (che poi riprende dialetticamente)
Cos'è la semiosi illimitata
Quando nacque nella mente del filosofo Charles Sanders Peirce l'idea della semiosi illimitata? Il filosofo Carlo Sini, descrive in che modo Peirce maturò l'idea del processo illimitato (o infinito) di connessione e generazione tra segni contigui che sfocia in nuova conoscenza, e scrive nel libro "Lo spazio del segno" (p.21):

Le idee che dovevano condurre Peirce a formulare i principi della cosiddetta semiosi infinita [o illimitata] maturarono nell'inverno 1866-67. Il ventiseienne studioso era allora impegnato a tenere ad Harvard un corso sulla logica della scienza, di cui sono rimasti alcuni frammenti manoscritti, riesumati e studiati da M.G. Murphey. In uno di questi frammenti Peirce affronta il problema delle impressioni elementari, premesse ultime  di ogni categoria argomentativa. A tali premesse sarebbe dunque possibile accedere solo mediante un atto di intuizione; tuttavia Peirce dubita che si debbano ammettere premesse ultime: è una questione difficile, egli dice, equivalente a chiedersi se il confine della coscienza  è nella coscienza o fuori di essa. [...] Peirce nega che una conoscenza, in quanto venga intesa come relazione tra segni, non sia determinata a sua volta da un'altra conoscenza, e così via all'infinito: un segno è un segno per un altro segno, ed è arduo vedere dove e come esso verrebbe in contatto con le cosiddette impressioni. In tal modo il principio della semiosi infinita e la sua correlativa giustificazione sono già chiaramente avanzati, anche se tra molti dubbi ed esitazioni.

Nell'analisi del semiologo David Scott (vedi bibliografia), il processo interpretativo che conduce alla semiosi illimitata è basato sulla trasformazione di un interpretante in un segno che dà luogo a un ulteriore interpretante, e così via in un processo senza fine rappresentato nel disegno sotto riportato. La semiosi diventa dunque illimitata nel comporre una serie infinita di triangolazioni che ripercorrono il percorso conoscitivo ed esperienziale del lettore. Nello spiegare la semiosi illimitata il Logos Group (vedi bibliografia 2014) scrive:

L'interpretante è soggettivo, ma esiste un uso pragmatico delle parole che, tenendo conto del rapporto comunicativo effettivo tra due persone, punta su quella parte degli interpretanti che presumibilmente può essere condivisa. Il significato di un segno non è in sé nulla, diviene qualcosa soltanto nella relazione con la pragmatica della comunicazione, diviene qualcosa soltanto nella traduzione. Il significato è, "nella sua accezione primaria, la traduzione di un segno in un altro sistema di segni". [...] il significato di un segno è il segno in cui deve essere tradotto". Dunque la triade segno-interpretante-oggetto non contempla il concetto di «significato» finché non si viene all'attualizzazione del processo semiotico. Il significato è qualcosa di empirico desumibile dall'attuazione pratica di un processo di significazione, o meglio, di vari processi di significazione: qualcosa di simile al risultato del campionamento statistico degli interpretanti relativi a un segno. Il significato di un termine, secondo Eco, è rappresentabile come rete di caratteristiche che riguardano quel termine. Seguendo Peirce, la semiosi illimitata, in apparenza, è una stretta conseguenza della teoria semiotica, ma finisce per assumere, in certe sue esposizioni, l'aspetto angoscioso di un'interminabilità non solo dell'analisi del significato, ma anche della ricerca della comprensione. In altre parole, il testo traducente pone fine alla semiosi altrimenti illimitata del prototesto, ma rilancia una catena di semiosi illimitata basata su nuovi segni, nuovi testi, nuove interpretazioni. [...] Lasciamo la conclusione a Eco: "La semiosi è spiegata da sé stessa: questa circolarità continua è la condizione normale della significazione e permette perfino ai processi comunicativi di usare segni per menzionare cose e stati del mondo".
La conclusione di Umberto Eco è che la semiosi è spiegata da sé stessa: la circolarità continua è la 'condizione normale' della significazione, e possiamo dunque affermare che la semiosi illimitata è quel processo mentale che congiunge Mondo interno delle idee e Mondo esterno degli oggetti per creare la Realtà nella mente umana
Come la semiosi diventa illimitata - le continue e successive triangolazioni della semiosi
Ogni nuovo interpretante diventa un nuovo segno, e così via all'infinito
La semiosi diventa illimitata nel comporre una serie infinita di triangolazioni che ripercorrono il percorso conoscitivo ed esperienziale di ogni lettore
La semiosi illimitata rappresenta il processo conoscitivo umano che, partendo da un primo segno "notato" con la creatività abduttiva, inizia un percorso conoscitivo potenzialmente infinito procedendo, mediante successive triangolazioni semiotiche ad approfondire e perfezionare il significato iniziale.
Quando siamo impegnati in un’inferenza la nostra mente compie un percorso: parte da qualcosa che ci è noto, attraverso una zona intermedia, arriva a conoscere o comprendere qualcosa che prima ci era ignoto. La zona intermedia è la facoltà mentale di individuare implicazioni fra oggetti ed eventi: qualcosa è logicamente e semiosicamente connesso a qualcos’altro, e per tale ragione l’uno diventa il segno dell’altro. L’implicazione è ciò che permette il passaggio semiotico della mediazione. Se non c’è implicazione, non c’è mediazione; se non c’è mediazione, non c’è semiosi
Come ha scritto Umberto Eco: "La semiosi è spiegata da sé stessa: questa circolarità continua è la condizione normale della significazione e permette perfino ai processi comunicativi di usare segni per menzionare cose e stati del mondo". Ecco perchè come hanno teorizzato molti filosofi, a partire da Platone fino a Karl Popper che ha basato tutta la sua epistemologia su questo concetto: "una ricerca non è mai conclusa".
Conclusioni (provvisorie): La semiosi illimitata è quel processo mentale che congiunge Mondo interno delle idee e Mondo esterno degli oggetti per creare la Realtà
Quando apparvero i segni nella cultura umana? Il semiologo Giovanni Manetti li fa risalire a tre millenni prima di Cristo, nella divinazione mesopotamica, egli scrive: "Una delle prime apparizioni della nozione di segno, che registra e fissa contemporaneamente anche una terminologia relativa per indicarlo, si può trovare nell’uso che dei segni fa la divinazione mesopotamica a partire dal III millennio a.C.; anzi, si può dire che il suo aspetto più rilevante consiste nel fatto di essere centrata proprio su una nozione non banale e specifica di segno, che porta ad articolarlo ad uno schema di ragionamento inferenziale tale da permettere di trarre particolari conclusioni da particolari fatti." Poi, i segni iniziano a manifestarsi nella cultura greca, in particolare quella degli Stoici in cui la riflessione semiotica era presente, ma è con l'opera di Charles Sanders Peirce che attraverso la linguistica fa un salto di qualità. Noi tutti viviamo da sempre in un mondo di "segni", anche se non ce ne rendiamo ben conto a causa della loro pervasività.  Infatti i segni sono di ogni tipo (visivo, acustico, linguistico), e ad essi attribuiamo miriadi di significati. Per Umberto Eco il significato dei segni è il risultato di un processo mediato di conoscenza condivisa. Come dimostra il suo libro più famoso, "Il nome della rosa", l'Enciclopedia è un'immensa biblioteca composta da migliaia di libri che raccolgono la conoscenza di diverse epoche e proveniente da diverse culture. La biblioteca è un luogo dove i libri parlano l'uno con l'altro, generando link intertestuali che mostrano possibilità di significato che possono produrre nuovi segni. Quando appaiono in forma di segni, i libri dell'enciclopedia diventano "oggetti semiotici" che trasmettono conoscenza secondo le regole convenzionali che costituiscono il paradigma dei processi di significazione. L'Enciclopedia diventa quindi una fonte di regole semiotiche che governano la "semiosi". Come scrive Paolo Desogus (vedi bibliografia), l'Enciclopedia è un sistema multidimensionale che lavora per mezzo degli elementi che la formano. Secondo Umberto Eco, il romanzo "Uno, nessuno e centomila" di Luigi Pirandello è il romanzo della "semiosi illimitata", cioè la narrazione di un mondo in cui è impossibile comunicare perchè, nel processo di costruzione di significato tra emittente e destinatario, ognuno inserisce nel testo il senso che preferisce, non quello che effettivamente l'emittente intende comunicare attraverso quel testo. C'è quindi uno sfasamento tra significato e significante, che implica la creazione di un "significante assoluto", sciolto da ogni vincolo, poliedrico ma incapace di comunicare, di inviare un messaggio univoco. Il protagonista del romanzo, Vitangelo Moscarda capisce che le persone sono "schiave" dell'idea che gli altri si sono fatti di lui (e pure di se stessi). Il fatto che la gente lo creda pazzo è per lui la dimostrazione che non è possibile distruggere le centomila immagini, a lui estranee, che gli altri hanno di lui. Con il rifiuto del proprio nome, vissuto come una falsità, come il tentativo di imprigionare in un suono il continuo e incessante fluire della vita, delle emozioni, delle sensazioni, dei pensieri, il romanzo raggiunge il suo scopo, cioè dimostrare che il rifiuto totale della persona comporta la frantumazione dell' "IO", perché esso si dissolve completamente nella natura. Quindi il nome è un "modo", sia pur imperfetto, di contenere psichicamente le CENTOMILA mutevoli inclinazioni umane in un UNO organizzato e coerente, senza il quale si raggiunge solo la morte di qualcuno che è divenuto paradossalmente NESSUNO. Al di là di quest'esito estremo c'è la realtà conoscitiva umana che Italo Calvino ha rappresentato nel romanzo "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che descrive come la lettura di un libro da parte di un "lettore tipico" si trasformi, o possa trasformarsi, in un percorso che interallaccia altri libri che il lettore ha letto precedentemente. Quando leggiamo qualcosa, inconsciamente andiamo alla ricerca di elementi che la connettano a ciò che già sappiamo. Questo è l'apprendimento significativo che inconsciamente pratichiamo e che la scuola dovrebbe insegnare "consciamente". L'essere umano ha la caratteristica unica (rispetto ad altre specie) di praticare continuamente la triangolazione "oggetto-segno-interpretante" che gli permette di congiungere mondo esterno e mondo interno in un processo continuo di modifica dei due mondi che crea la realtà. La semiosi illimitata è dunque quel processo mentale che congiunge Mondo interno delle idee e Mondo esterno degli oggetti per creare la Realtà nella mente umana. La logica e il ragionamento causale costringono la mente a "sospingere" il pensiero, infatti, quando siamo impegnati in un’inferenza la nostra mente compie un percorso: parte da qualcosa che ci è noto e, attraverso una zona intermedia, arriva a conoscere o comprendere qualcosa che prima ci era ignoto. La zona intermedia è la facoltà mentale di individuare "implicazioni" fra oggetti ed eventi, per cui qualcosa è logicamente e semiosicamente connesso a qualcos’altro, e per tale ragione l’uno diventa il segno dell’altro. L’implicazione è ciò che permette il passaggio semiotico della mediazione. Se non c’è implicazione, non c’è mediazione; se non c’è mediazione, non c’è semiosi. La "mediazione" è una capacità essenziale in molti processi mentali umani, dato che l'opera di mediazione è connaturata con la cultura umana e deriva dall'attività di simbolizzazione che l'essere umano ha attuato nella sua evoluzione a partire dall'Homo erectus.

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Pagina aggiornata il 21 novembre 2022

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Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 2.5 Generico
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